mercoledì 31 dicembre 2008

Dedicato a due amori

Finisce l'anno senza che io tradisca i miei due amori letterari del momento, Mo Yan e Orhan Pamuk. Devo dire che non sono amori esclusivi, anzi, in questo campo ho un harem variegato e mutevole di amorazzi, simpatie, flirt e affetti profondi, questi due sono però i favoriti in carica. E non posso dire nemmeno che siano gli autori che preferisco leggere: entrambi sono abbastanza difficili in certi casi, e non sempre gli argomenti che trattano mi appassionano. Ma scrivono in un modo che mi incanta, mi riempie di stupore e di invidia. Sono diversissimi.

Pamuk è cristallino, sobrio, elegante, evocativo al massimo, eccelle nell'esprimere la nostalgia, una struggente, universale, compassionevole nostalgia, una tristezza umanissima, il senso di tutto ciò che è perduto per sempre. E' un vero, grande scrittore, di quelli che hanno un intero mondo tutto loro nella testa e nella tastiera. Penso che chiunque scrive dovrebbe leggere il capitolo 10, intitolato Tristezza, di Istanbul, il libro dedicato alla sua città natale, e poi piangere, come ho fatto io, per la consapevolezza che non riuscirò mai a scrivere niente di lontanamente simile, di altrettanto efficace nella semplicità di un elenco che descrive una città, un mondo, gli uomini che lo abitano.

Mo Yan è eccessivo, barocco, ama le strutture complesse e contorte, è espressionista al massimo, concreto, violento, iperbolico, si sporca e sporca la sua scrittura con puzze, escrementi, carne, sesso, marciume, i suoi personaggi sono carnalissimi e spregevoli, mangiano fino a scoppiare, bevono fino a impazzire, sono maleducati, ruttano e scoreggiano. Ha la scrittura più espressiva che io conosca. Chi si arrabbia manda fiamme verdi dagli occhi, i cani sono viola, le ragazze mandano odori che si sentono entrando nelle stanze, i ragazzi sono coperti di scaglie e malvagi. Il suo mondo brulicante di personaggi pecca talvolta per un eccesso di metafore, di esemplarietà, ma è un grandissimo narratore, dall'immaginazione trabocchevole e dalla fantasia senza fondo.

Ovvio che ci sono ancora fiumi di parole da spendere su questi due scrittori, ma io per il momento volevo solo attestare il mio indefettibile amore per la loro scrittura, senza affrontare i temi dei loro libri. Magari un'altra volta. Ma nella scrittura davvero eccellono.

martedì 23 dicembre 2008

Allora auguri

Allora auguri, come d'uso. Anche se l'atmosfera natalizia mi piace quanto quella che aleggia in una casa dove il giorno prima c'è stata una bagna cauda, non mi sottraggo né ai regali fatti e ricevuti né agli auguri distribuiti dovunque capiti, né ai baci né alle mance. Chi sono io per oppormi a una valanga globale? Inoltre so di avere un sacco di idiosincrasie e fissazioni, quindi, come si dice, un miliardo di mosche non può avere torto. Piuttosto mi chiedo a chi sto facendo gli auguri: a me stessa, suppongo, visto che questo blog è il meno visitato dell'universo. Ma non importa. Data la stura al narcisismo bloggistico, non si può tornare indietro.
Mi sottraggo solo alla lista di auguri mondiali e policamente corretti, in verità più capodanneschi che natalizi, che impazzano sui giornali e riviste. Io metto qui un bello spazio bianco e che ognuno se lo riempia come vuole.
Buone feste, e festeggiamo se possiamo.

mercoledì 10 dicembre 2008

Ma che saranno mai 'ste emozioni?


Sono della vecchia scuola, mi piace usare la testa e non la pancia quando affronto qualsiasi situazione. Se ci riesco, ovviamente, cosa che non succede sempre. Sul pc ho appiccicato una vignetta di Altan dove il solito tipo con il naso a proboscide dice: emozionatemi, sennò mi tocca di pensare. Negli anni c'è quasi sempre stata una vignetta di Altan sul mio pc, è un genio con la capacità di fotografare il peggio in una frase, e mi trovo sempre in assoluta consonanza con lui. Adesso navighiamo in questo brodo spesso, e sostanzialmente primordiale, di emozioni. E non quando baciamo il moroso o troviamo i ladri in casa, no, basta mangiare un cioccolatino o una pasta e fagioli. Adesso, anche entrare in un museo. Tutto deve comunicare emozioni, niente deve richiedere la vecchia trafila guardare, interrogarsi, pensare, capire. Per carità, troppo difficile, noioso. Richiede sforzo. Non sia mai che sudiamo e il cervello ci puzzi. Ma a parte queste amenità, io diffido delle emozioni perché sono ricattatorie, ottundono i sensi, offuscano la lucidità, sono già padrone di per sé di metà della nostra esistenza senza che gli affidiamo anche l'altra. Quella che faticosamente cerchiamo di governare con la razionalità. Piangere e ridere va bene, abbracciarsi come in un telefilm americano un po' meno, però ogni tanto fermarsi e riflettere un pochino a mente fredda prima di scegliere a me sembra indispensabile.

L'altro manierismo attuale è quello della narrazione. Tutto deve raccontare una storia. Dai profumi agli apriscatole. Però è più che altro aria fritta, un modo di dire, una posa modaiola che perdono magnanimente a quelli molto, molto più avanti di me.
E visto che di fissazioni personali si tratta, voglio registrare un caso di demenza linguistica letto sulla Repubblica del 10/12, pagina 10, in un articolo di Francesco Bei. Si parla di un pranzo al Quirinale con mezzo governo per discutere del prossimo consiglio europeo: erano attovagliati nella sala del Torrino i ministri.... Non ho la minima stima per i membri di questo governo, ma mi dispiace pensarli attovagliati. Nessun essere umano, per quanto spregevole, dovrebbe subire questa sorte.

Evelyn Waugh, Ritorno a Brideshead

Bel romanzone tradizionale, di quelli che acchiappano e tengono un sacco di compagnia, pubblicato nel 1945. La storia, in breve: Charles, ufficiale dell'esercito inglese, durante la II guerra mondiale si trova in una residenza nobiliare requisita per le truppe e riconosce la meravigliosa Brideshead, cui tanta parte della sua vita è legata. Ricorda l'amicizia con Sebastian Flyte, figlio dei proprietari, l'amore con sua sorella Julia, le vicende che li hanno portati a condividere gioie e dolori. Un mondo scomparso di goliardia a Oxford, ricevimenti a Londra, nursery e servitori fedeli, adulteri e vacanze a Venezia, cacce a cavallo, padri formali e anaffettivi, traversate dell'Atlantico in navi di lusso, mal di mare e passione. Ma il tema principale, quello che sottende tutta la vicenda, è il cattolicesimo. I Flyte sono cattolici per parte di madre e quindi allevati in questa confessione che, vista con gli occhi di Charles, protestante per tradizione, razionalista, agnostico ma non troppo, è un coacervo di superstizione, paganesimo, ipocrisia, ingerenza dei preti, controllo sulle vite individuali e soprattutto senso di colpa paralizzante e castrante. Ora, io sono serenamente atea e potrei sottoscrivere praticamente tutto quello che dice Evelyn Waugh, ma essendo italiana e essendo sempre vissuta in questo paese di senza dio che vanno in chiesa, si fanno il segno della croce poi fanno tutto quello che gli pare, sono rimasta molto colpita da questa visione che dà un'importanza così grande alla religione personale. Certo, siamo in Inghilterra e si parla di prima della II guerra, ma è davvero interessante e sorprendente un romanzo la cui morale, o messaggio per dirla meglio, si riassume così: neanche una sana e consapevole libidine salva i giovani dall'educazione cattolica. Waugh come Zucchero, e allora è proprio vero.

lunedì 24 novembre 2008

Carson McCullers, Il cuore è un cacciatore solitario

Di McCullers avevo letto solo La ballata del caffè triste, che mi era piaciuto ma non mi ha lasciato ricordi particolarmente vividi. Per cui ho cominciato Il cuore è un cacciatore solitario senza particolari aspettative, e questo forse è un bene. Mi attirava soprattutto per il meraviglioso titolo (da una poesia di Fiona McLeod, su suggerimento dell'editore). Perciò è stata una bella sorpresa trovarmi davanti a un testo così ricco e avvolgente, scritto da McCullers all'età di 23 anni. La trama: siamo nel 1938-39 in una cittadina del sud impoverita dalla crisi del '29. Il sordomuto John Singer vive una vita tranquilla e piena d'amore con un altro sordomuto, Spiros Antonapoulos. Quando quest'ultimo viene violentamente allontanato da lui, comincia a frequentate il bar di Biff Brannon, dove si ritrovano anche l'ubriacone pazzo Jake Blount e la dodicenne Mick Kelly. A casa di Mick lavora la giovane di colore Portia Copeland, il cui padre, medico lettore di Marx, Spinoza e Shakespeare, benché gravemente ammalato si dedica con tutte le sue forze alla comunità nera della città, segregata, povera e ignorante. Questa eterogenea compagnia si raduna attorno a Singer che ben presto catalizza su di sé l'amore e il rispetto degli altri, che prendono l'abitudine di confidargli i propri sogni, scambiando il suo silenzio con la comprensione. Ognuno ha un amore mal riposto, un'illusione sconfitta in partenza, una vita storpiata che non potrà riprendersi mai. Ma spera e si agita, ha aspirazioni più alte nella miseria che lo circonda, e di cose ne succedono, nella vasta famiglia di Mick che in fondo è la protagonista e di sicuro rispecchia l'autrice, nella città che lotta per vivere, nelle vite e nelle coscienze dei vari personaggi. E Singer capisce solo il proprio amore sconfinato e insensato per Antonopoulos perduto. Un romanzo corale ricchissimo di personaggi e di temi ma estremamente coeso e soddisfacente, equilibrato nella rappresentazione dei destini individuali dei dimenticati, ma anche pieno di un senso del tempo e della Storia invidiabili.
Mi ha colpito in particolare la rappresentazione della libertà di Mick, in confronto alle paranoie dei giorni nostri. Non si può dire che l'ambiente in cui si muove sia rassicurante o troppo protettivo. Fuma, beve birra, va a spasso di notte da sola, visita uomini adulti nelle loro stanze, tratta alla pari con tutti eppure non è rappresentata come eccezione, semplicemente rispecchia un mondo diverso dal nostro.
Infine la traduzione di Irene Brin (morta nel 1969) piuttosto legnosa e grondante di fanciulli e babbi per non parlare della goffaggine con cui è tradotto il linguaggio dei personaggi di colore, avrebbe avuto bisogno di essere rivista. O almeno di dichiarare la data in cui è stata fatta, mentre manca persino quella della prima edizione italiana del romanzo.
Un romanzo vivamente consigliato a chiunque legga perché gli piacciono i bei libri.

sabato 22 novembre 2008

Ancora "Lei coltiva fiori bianchi"

Mercoledì 26 novembre 2008, alle ore 17,30 parteciperò a un incontro organizzato dalla Provincia di Torino in via Maria Vittoria 12, Sala Marmi, e dall'Associazione "La donna e l'arte", con al mio fianco la valida e stimolante presenza di Silvia Treves e Alessandro Defilippi, per chiacchierare di Lei coltiva fiori bianchi. Si parlerà anche di un altro libro, "Anna di Cipro", con l'autrice Donatella Taverna. Spero, soprattutto per i miei relatori, che il pubblico sarà folto e partecipe.

lunedì 10 novembre 2008

Un pronome neocon


Di questi tempi confusi, neobacchettoni e smandrappati, ne succedono di tutte. Una che non mi piace è il ritorno dell’orrido loro come dativo plurale, o meglio complemento di termine plurale di essi. In parole povere, con un esempio: ho detto loro di stare zitti/e è tornato in forze, dopo che l’uso l’aveva sostituito con l’assai più agile e sciolto gli ho detto di stare zitti/e. Un tempo retaggio solo delle frange meno letterate, ma proprio per questo più conservatrici e preoccupate di fare bella figura, del corpo docente, oggi fa capolino dovunque. In compenso, sui giornali ormai è prassi le ho detto di stare zitto (a Rambo) e gli ho detto di stare zitta (a Madonna). Orrore su orrore.

martedì 4 novembre 2008

Sarah Sajetti, Volevo solo un biglietto del tram

Giovedì 6 novembre alle ore 21,30, all'Extreme di via San Massimo 31, presentazione del giallo Volevo solo un biglietto del tram di Sarah Sajetti, edizioni Robin, ambientato, nell'ambito della collana I luoghi del delitto, nella Milano lesbica, che si è piazzato al 2° posto del I Premio Belgioioso Giallo. Sarà presente l'autrice che converserà con la sottoscritta. Sarah Sajetti, milanese, è stata direttrice del mensile di cultura gay e lesbica Babilonia, attualmente è caporedattrice del periodico Reallife e collabora con diverse testate. Il romanzo è un giallo frizzante e vivamente raccomandabile, reso particolarmente interessante dall'ambientazione e dalla competenza con cui Sarah Sajetti padroneggia la trama, un classico whodunnit con dei risvolti sorprendenti e rovesciamenti dei cliché di genere. Il linguaggio è vivace e inventivo, spesso divertente.
La trama: Chiara, giovane lesbica che si inventa la vita tutti i giorni ma ha anche specifiche professionalità creative, decide con l'amica Simona di girare un film sulla propria vita e le proprie catastrofi sentimentali. Proprio alla vigilia del primo ciak la protagonista, Silvia, viene trovata cadavere. A indagare sulla vicenda arriva l'affascinante commissaria Alessandra Pastore, che con l'aiuto di Chiara inizia a esplorare gli ambienti in cui si muovevano la vittima e le altre donne implicate. Il risultato è un appassionante viaggio nei sentimenti, i riti, gli svaghi, gli intrecci e le tensioni che covano nella vita lesbica milanese.
Un assaggio: Averne di idee! Ho il cervello impacchettato, non riesco a pensare assolutamente a niente e nella mia testa ci sono solo dei nomi che rimbalzano da una parte all'altra immersi nella più completa oscurità, come quando butti giù l'ultimo mattoncino dell'ultima schermata di The wall.

domenica 2 novembre 2008

King, Pamuk e un consiglio per gli acquisti

2/12/2011
Comincio dal consiglio per gli acquisti perché l'orrido natale si avvicina e bisogna pensare ai regali, crisi permettendo. Allora, per i più piccini a cui volete bene, non proprio piccolissimi ma in età possibilmente pre–giochini elettronici, sempre che esista: un meraviglioso Piccolo museo di Babalibri, opera di Alain Le Saux e Grégoire Solotareff con la collaborazione di Mantegna, Ghirlandaio, Velasquez, Bosch, Van Gogh, Ensor, Goya, ecc ecc. E' un abbecedario, da "albero" a "zuffa", composto da particolari tratti da quadri famosi e meno famosi, che visti così fuori contesto si caricano di un significato e di una poesia indescrivibili. E il genitore che troverà il tempo di sfogliarlo con la propria creatura ne trarrà a sua volta grandissimo piacere. Io l'ho trovato nel bookstore della Gam di Torino, è stato ristampato nel 2007. Vivamente, entusiasticamente consigliato per tutti.

Quanto a Stephen King, ho letto un suo libro, Duma Key, dopo moltissimi anni dal primo e ultimo letto in precedenza, Pet Sematary, che mi aveva talmente disturbata da tenermi definitivamente lontana da questo autore. Già allora, però, avevo apprezzato l'abilità di scrittura di King, capace di creare un mondo realistico, concreto e quotidiano in cui scatenare le sue fantasie orrorifiche. In quel lontano romanzo anche queste fantasie mi erano sembrate magnifiche nel loro genere, solo che evidentemente toccavano dei punti per me troppo sensibili. In Duma Key ho ritrovato, ancora di più di quanto mi ricordassi, una grandissima capacità di scrittura, un'abilità di creare un ambiente e un'atmosfera veramente fuori dal comune. La prima parte mi ha preso senza riserve. Il protagonista, Edgar Freemantle, ricco costruttore, ha un incidente gravissimo in cui tutta la parte destra del suo corpo rimane menomata, gli viene anche amputato il braccio destro. In seguito anche il suo matrimonio si spezza, e lui si trasferisce in un'isola della Florida, Duma Key appunto, dove cerca di rimettersi insieme dedicandosi alla pittura. Proprio dipingendo comincia a sentire le prime inquietudini, soprattutto la presenza di un fantasma del braccio mancante che pare dotato di vita propria... Non vado avanti nel racconto della trama, dico solo che è fantastica la bravura di King nel comunicare la condizione di un uomo menomato che faticosamente si adatta alla nuova vita e insieme vede crescere il suo, fino a quel momento insospettato, talento di pittore. Quando poi l'aspetto horror prende il sopravvento confesso che mi sono anche un po' annoiata, a parte un po' di tensione non mi ha né sorpresa né coinvolta. Comunque nell'insieme è uno di quei libri che non si riescono a mettere giù, so di non dire niente di nuovo ma confermo l'opinione di chi afferma che King è uno scrittore notevole. Forse è anche uno scrittore che avendo avuto un successo stratosferico con l'horror ha dovuto continuare su quella strada, e probabilmente non è facile trovare tutte le volte una paura più paurosa di quella precedente.

Di Orhan Pamuk, uno dei miei grandi amori letterari, ho letto ultimamente La nuova vita, un libro del 1994, uscito da Einaudi nel 2000. Dirò subito che non ho capito di che cosa parlava, a parte il fatto che il nucleo è lo stesso di tutte le opere di Pamuk che ho letto, il contrasto tra tradizione e modernità, oriente e occidente, oscurantismo e idealismo, nostalgia e speranza. Insomma: c'è un libro così sconvolgente che basta leggerlo per rinnegare la propria vita e desiderare solo di fuggire. Lo studente universitario Osman lo legge e contemporaneamente si innamora della bella Canan, e come conseguenza abbandona gli studi e la madre vedova per seguire Canan, che non lo ricambia, alla ricerca degli autori di un complotto contro il libro, in realtà sulle tracce di Mehmet di cui la ragazza è innamorata... Non posso dire che man mano che la trama si svolge abbia capito molto di più. Ma posso invece dire che non me ne è importato granché, tanto il fascino della scrittura di Pamuk mi ha presa. I viaggi notturni in autobus per le strade dell'Anatolia centrale, le stazioni di rifornimento e i loro tristi clienti, le stanze degli alberghi solitari, gli incidenti, la pioggia, il buio, gli schermi baluginanti che trasmettono sempre sparatorie e inseguimenti, sono una musica di cui non capivo le parole (ma invece proprio le parole mi hanno incantata!) ma che non mi stanca mai. Oltretutto in molti dei luoghi attraversati da Osman e Canan sono stata quest'estate, e invece in altri viaggi ho preso quegli stessi autobus notturni che secondo Pamuk hanno continui, sanguinosi incidenti, con decine di vittime. Pamuk ha il dono della nostalgia, della tristezza lancinante che prende nelle sere di pioggia d'autunno, in città. Esattamente come questa sera lì fuori dalle mie finestre, solo che lui ha le parole più precise, struggenti e preziose che esistano per descriverla e farla diventare un piacere.

mercoledì 22 ottobre 2008

L'attimino fuggente, 4

C'è un argomento che esito a riprendere ma mi opprime, mi angustia, mi irrita e mi fa sentire inadeguata ai tempi. Si tratta delle sciatterie che leggo nella prosa dei giornali, ancora più di quel che sento tra radio e televisione. Ad esempio, è ormai invalso l'uso di interpretare il "mi" dei falsi riflessivi come un "a me" invece del "me" che è in realtà. A me opprime, a me angustia, a me irrita, a me fa sentire inadeguata la sciatteria del linguaggio. Orripilante ma entrato nell'uso senza, credo, che chi l'utilizza si renda assolutamente conto che è scorretto. Altro esempio, l'invenzione di verbi che velocizzano, come l'incredibile, ma esistente perché l'ho letto oggi sulla Repubblica, "tappare" per "fare tappa": quando X tappò a Genova... Il più ridicolo l'ho letto nella lettera di una tizia che si lamentava di non trovare bocchi lavorativi alla sua altezza, sempre su Repubblica: sono una ragazza di trent'anni, laureata in xy, masterizzata a Londra. E mode di cui non si sentiva la necessità, come spiaggiare invece al posto di arenarsi. O l'uso arbitrario di accezioni dovute, sembrerebbe, a un malinteso iniziale che poi si fa regola: paventare nel senso di far paura invece di temere, prevedere, molto di moda in questo periodo sui giornali, o rampollo inteso come giovane di famiglia importante. Per non parlare dei verbi intransitivi usati transitivamente, una vera epidemia.
Smetto qui perché sento che mi sta già venendo l'orticaria, e poi so di non fare bella figura a mettere in piazza le mie fisse. Ma lo farò ancora. Mi propongo sempre di tenere una lista degli attimini fuggenti in cui inciampo, poi opero una specie di rimozione che mi salva sul momento ma non è sana.
Resta il fatto che, non ho timore di ripetermi, a ognuno dei fare sesso che ormai costellano qualsiasi doppiaggio cinematografico e televisivo come le margherite costellano i prati in primavera, e con meno frequenza gli articoli giornalistici, i miei capelli imbiancano e i miei nervi si logorano e i miei denti si stringono, l'umore mi si abbassa. Al momento è il mio arcinemico linguistico.

domenica 19 ottobre 2008

Ma quante scritture ci sono?

Periodo di grandissima pigrizia, impotenza a scrivere, piccoli impegni che distraggono e tolgono energia. Pensare che ne avrei avute di cose su cui riflettere. A cominciare dall'incontro con Silvia Treves e Alessandro Defilippi avvenuto nell'ambito di "Portici di carta", che partendo dal mio libro Lei coltiva fiori bianchi, creatura della CS_libri, si è trasformata in una piacevolissima conversazione su temi che stanno a cuore a tutti e tre in quanto scriventi e leggenti. Ma sono passati venti giorni, è un po' tardi. O le riflessioni suscitate dal dialogo tra Francesco Gnerre e Andrea Demarchi avvenuto nella libreria Legolibri di Torino e intitolato "Omoculture. L'omosessualità tra cinema, musica e psicologia. L'eroe negato, la rappresentazione dell'omosessuale nella cultura contemporanea" in cui l'interessante excursus sulla figura dell'eroe omosessuale riguardava in realtà l'autorappresentazione e non ha toccato neanche un'autrice né un'eroina omosessuali, lasciandomi il dubbio che nel titolo, malgrado il plurale, mancasse l'aggettivo "maschili". Così anche l'inevitabile interrogativo iniziale, "esiste una letteratura omosessuale?" mi è parso mal posto se riguarda solo una parte della questione. E ripensando anche all'interessante scambio di opinioni con Alessandro Defilippi e Massimo Citi sulla "scrittura femminile" in questo stesso blog, nei commenti al post Dove nascono le storie del 15 settembre, mi è venuto un brivido di solidale comprensione per le scrittrici lesbiche, che dovranno interrogarsi ogni volta che si mettono al lavoro: esiste quello che scrivo? esisto io stessa, e sto davvero scrivendo? Rifletterò ancora su questo tema, anche perché il 6 novembre sera, all'Extreme di via san Massimo, presenterò il romanzo di Sarah Sajetti, Volevo solo un biglietto del tram, un giallo frizzante ambientato nella Milano lesbica. Ma non c'è verso, la testa mi funziona poco, e per il momento non ho altro che domande.

sabato 4 ottobre 2008

Ballata lusitana, di Camilo Castelo Branco

Quando vogliamo riconciliarci con il nostro mondo e l'oggi che non ci piace, niente di meglio che fare confronti con il passato per poter dire: in fondo l'ho scampata bella, avrebbe potuto andarmi molto peggio. Soprattutto "noi ragazze" abbiamo mille motivi per rallegrarci di essere nate hic et nunc. Questi sono i pensieri che mi ha suscitato la lettura di Ballata lusitana di Camilo Castelo Branco, pubblicato nel 2008 dalla casa editrice Marlin di Cava de' Tirreni, con la traduzione di Célia Pereira da Silva. La vicenda è tutto sommato semplice: l'io narrante, senza nome, in un momento di particolare infelicità si trova a passare in un villaggio dove incontra Afonso de Teiva, un vecchio compagno di università, irriconoscibile nella sua condizione di gentiluomo di campagna, sposato, con otto figli e il nono in arrivo. Dopo avere trascorso insieme alcuni giorni Afonso gli racconta come, da ricco e brillante giovanotto, si è trasformato in uomo modesto ma felice. E manco a dirlo, la rovina e la salvezza gli sono entrambe venute da una donna. La prima è una femme fatale anche un po' dark lady, che lo trascina nei gorghi dell'adulterio e della rovina finanziaria, la seconda è la santa donna che lo ama in silenzio e poi lo sposa restituendogli la vita. Non a caso il titolo originale di questo romanzo è Amor de salvacao (la grafia in portoghese richiede una c con la cediglia e una tilde sull'ultima a, ma non so dove andarle a pescare), amor di salvezza, e fa seguito a Amor de perdicao (vedi sopra), amor di perdizione, anche se all'amore santificato dedica poche pagine rispetto a quelle in cui racconta l'abiezione e il degrado di Afonso per colpa della perfida (?) Palmira. La quale, a dire il vero, ha una vita piuttosto complicata, orfana nell'infanzia, il tutore la chiude in convento e la tira fuori solo per farle sposare il proprio figlio rozzo e ridicolo, naturalmente per appropriarsi del suo patrimonio. Ma non una parola di questo, nessuna compassione per la sua infelice adolescenza reclusa, nessuna scusante per i suoi tentativi di essere meno infelice. I suoi peccati sono troppi, e tra questi ci sono anche il fatto che è sportiva (ama cavalcare) e vuole studiare (acquista un mucchio di libri senza consultare il marito e li legge persino, facendosi una cultura!). Insomma una donnaccia. Per fortuna Afonso è amato dalla cugina Mafalda che lo va a riacciuffare per la collottola quando tocca il fondo, lo sposa e gli fa quasi nove figli. Anche di lei non sappiamo se è soddisfatta di come sono andate le cose, o se magari, nelle ore di insonnia, si prende a schiaffi per essersi rovinata con le proprie mani.
Il romanzo è divertente perché è uno spaccato della società portoghese dell'ottocento, sia quella di provincia che della brillante Lisbona. Inoltre, magrado l'apparente moralismo, è facile intuire che sotto sotto al buon Camilo (come viene chiamato affettuosamente dai suoi compatrioti) la seconda vita di Afonso fa un po' senso, e non gli invidia Mafalda, mentre Palmira chi sa, almeno era bella e non partoriva a ripetizione...
Camilo Castelo Branco (1895-1890) era uno di quelli che a buon conto possono dire la mia vita è un romanzo. Figlio illegittimo e subito orfano, fu allevato nel nord del Portogallo da tre zie zitelle, studiò in seminario poi all'università di Coimbra, sempre incerto tra farsi prete e dedicarsi alla letteratura. Prese gli ordini minori poi divenne scrittore. Fu arrestato due volte, la prima per avere disseppellito la giovanissima moglie e la seconda per avere commesso adulterio con una donna sposata. Scrisse 260 libri tra romanzi, opere teatrali e saggi, divenne famosissimo, fu nominato visconte, poi dovette smettere di scrivere per la cattiva salute, cadde in miseria, divenne cieco a causa della sifilide, infine si suicidò con un colpo di revolver. E' esponente del romanticismo e fu a lungo in competizione con Eca de Queiroz, più giovane di lui di vent'anni ma contemporaneo come scrittore e alfiere del realismo. Le sue opere sono spesso illuminate dal sarcasmo e dall'umorismo che ne attenuano il moralismo, e la sua lingua è la più ricca e variegata della letteratura ottocentesca lusitana. In Italia non è molto tradotto per cui alla casa editrice Marlin va il merito di una proposta rara e molto interessante.

giovedì 18 settembre 2008

Anatolia addio, di Didò Sotiriu

Tra i libri di quest'estate, alcuni fanno parte di una mia passione che si accordava perfettamente con i luoghi in cui mi trovavo. Si tratta di romanzi di autori greci contemporanei, tra cui Addio Anatolia di Didò Sotiriu, pubblicato dalla benemerita casa editrice Crocetti che ha un'intera collana dedicata alla Grecia. Questo romanzo, uscito in edizione originale nel 1962, è stato il massimo successo editorale del mercato greco. In effetti racconta con lancinante nostalgia l'età dell'oro di una consistente parte della popolazione greca: quando vivevano in Anatolia, per dirla più chiaramente in Turchia, dove erano stanziati da millenni e avevano coabitato con i Turchi per secoli, fino alla "meghali catastrofì" del 1922, in cui tra stragi (soprattutto da parte dei turchi, ma i greci non si comportarono con minore crudeltà quando ne ebbero l'occasione) e esodi dolorosissimi, si ritrovarono a vivere in Grecia, la patria lontana vagheggiata e idealizzata, dove però non fu facilissimo integrarsi. La Sotiriu, con l'artificio del manoscritto affidatole da un anziano reduce, narra prima l'idilliaca situazione dei greci contadini nella regione di Smirne, coltivatori ricchi e felici di olivi, fichi e viti, e la loro vita di lavoro ma anche di feste, di tradizioni, di libertà, in pacifica convivenza con i turchi, assai più poveri e arretrati. E in effetti fa impressione visitare i paesi dove i greci erano insediati, anche molto all'interno della Turchia, fin in Cappadocia e oltre, e vedere la bellezza, la grandiosità, la grazia e la raffinatezza delle loro abitazioni, che ora vengono, in parte, restaurate e trasformate per lo più in alberghi. Sono case antiche che parlano di opulenza e di cultura. In un albergo bellissimo di Mustafà Pascià, in Cappadocia, dove il proprietario attuale (un turco dalle mille iniziative e dagli occhi più attenti che abbia mai visto in vita mia) ha avuto la saggezza di non ristrutturare l'edificio, limitandosi a aggiungere bagni alle stanze, ho visto un patetico dattiloscritto in greco, rilegato in plastica con la spirale, in cui era ricostruita una specie di genealogia delle famiglie che abitavano il villaggio prima della cacciata, completa di fotografie abbastanza struggenti. Evidentemente qualche visitatore greco l'aveva regalata al proprietario, che sicuramente non era in grado di leggerla ma la offriva in visione agli ospiti. E capita ogni tanto di imbattersi in qualche pullman carico di greci, solitamente capitanati da un pope, in visita alle chiese in abbandono (ce n'è una molto suggestiva dedicata a S. Elena e S. Costantino a Mustafà Pascià) o ai lughi di culto, come un convento a Istanbul in cui la tradizione vuole che sia conservata la vasca rituale degli imperatori bizantini. Certo dentro ci sarà reducismo, nazionalismo, revanscismo e nostalgismo, ma anche ricerca delle proprie radici familiari, e visto dall'esterno fa un certo effetto, come tutte le volte che si è testimoni di qualcosa che è sparito, in questo caso un pezzo di civiltà morto ma dal cadavere ancora ben conservato. Dall'altra parte in un opuscolo pubblicitario di un villaggio ex greco che è diventato una specie di Portofino per i ricchi smirnioti, a proposito della cacciata dei greci si parlava di "cambio di popolazione".
Il resto della vicenda è la narrazione di una situazione che va di male in peggio. Con il progressivo
indebolimento dell'impero Ottomano si svegliano gli appetiti delle potenze europee che vogliono approfittarne; Sotiriu tende a dare tutta la colpa agli europei che per le loro mire soffiano sul fuoco e sobillano i turchi contro i greci. Turchi che nelle sue parole ogni tanto sembrato tanti zio Tom improvvisamente ribelli (e pensare che era tanto affezionato! e anche io gli volevo bene, malgrado fosse turco!). Comunque con l'avvento di Ataturk e dei suoi Giovani Turchi, l'intervento degli eserciti stranieri, compreso quello italiano, il nazionalismo avventato e aggressivo dei greci della madrepatria, che per un attimo sognarono persino di riconquistare Costantinopoli, è guerra, una guerra di spaventosa crudeltà da ambo le parti, e infine i superstiti che riescono a fuggire si rifugiano nelle isole più vicine, Samos, Chios, Lesbos, e di qui poi raggiungono Atene dove ancora oggi un quartiere si chiama Nea Smirni. Le pagine conclusive che narrano gli spaventosi giorni dell'incendio di Smirne e le violenze perpetrate sulla popolazione civile sono le più potenti del romanzo, in notevole equilibrio con i capitoli iniziali dell'idillio nostalgico.
E' un libro forse un pochino (volutamente, credo) retorico o finto ingenuo, ma è di lettura gradevolissima e informa su un pezzo di storia poco noto. Fa capire perché ancora oggi tra Grecia e Turchia ci siano attriti pesanti, non solo a proposito di Cipro ma per scoglietti dove non vive una capra e non ci sono dieci centimetri quadri in piano. E anche perché quando si passa la frontiera via mare ti sfiniscono di controlli, code, attese, domande. Molto più i greci, tignosi in maniera davvero assurda, che i turchi naturalmente. I greci ricordano il paradiso perduto e i turchi se lo godono. Anche se almeno per un po' le ricchezze agricole dei greci furono rovinate dall'incapacità dei turchi di coltivare vite e olivo. Sradicarono le colture redditizie, le sostituirono con tabacco e allevamento. Però adesso si direbbe che hanno imparato eccome. Hanno macchine agricole, irrigazione dappertutto, la pianura alle spalle di Smirne è nuovamente coperta di viti, e penso che per qualsiasi greco il confronto tra la sua terra tutta scoscesa, rocciosa, dove ogni centimetro quadro pianeggiante è coltivato, e questa sterminata pianura verde sia doloroso.
E viaggiando nell'interno, si fanno incontri storici evocativi. Gordio, quella del nodo e di Mida. Sardi, la città di Creso. Amasya, dove regnava Mitridate e nacquero Diogene e Strabone. Per non parlare di Efeso, Mileto, Priene, Magnesia eccetera eccetera. Qualche ragione di sentirsi a casa i greci ce l'avevano. Addio Anatolia.
Altri romanzi di argomento attinente sono Il Labirinto di Panos Karnezis (Guanda), Il settimo vestito di Evghenia Fakinu (Crocetti), Le streghe di Smirne (e/o) di Mara Meimaridi.

martedì 16 settembre 2008

Dove vanno le storie?

Allora, a proposito delle costrizioni di cui parla Alessandro Defilippi. Sono forti soprattutto nella scrittura di genere, e so anche che per molti sono uno stimolo e una guida. Ho pensato sovente, ad esempio, a tutti i gialli che in questo periodo spuntano come funghi dalle tastiere di ogni scrittore. Per scrivere un giallo bisogna seguire regole interne abbastanza rigide, pena la perdita di efficacia e la rottura del tacito patto con il lettore che non vuole essere deluso nelle sue aspettative. Io non sarei mai capace di farlo (a parte che la mia natura di bastian contrario mi tiene lontana dalla tentazione di scrivere un giallo), mi sembra una cosa molto difficile, una specie di slalom da esperti. Mi è capitato un paio di volte di dover scrivere racconti con un tema fisso e una scadenza temporale, e per quel che mi ricordo una volta il risultato è stato piuttosto negativo, mentre la seconda mi ha dato una delle soddisfazioni che ricordo con maggior piacere da quando scrivo. Morale? Non sono brava a sfruttare le costrizioni interne, ma penso che sia verissimo che servono a disciplinare e motivare la scrittura. Sono una sfida con se stessi, e possono essere divertenti. Quando insegnavo, per esempio, davo talvolta da scrivere delle storie in cui dovevano comparire determinati personaggi che indicavo io, ecc. Per qualcuno funzionava.
Mi è più congeniale la costrizione legata alla struttura, cui fa riferimento Alessandro citando il Decamerone. Ho spesso utilizzato questo stratagemma per costringermi a seguire un solco definito, per sottrarmi alla vertigine della caduta libera nell'immaginario che si sfalda e si dirada. Adoro la struttura a scatole cinesi, come ho già spiegato su questo blog parlando di Kira Kiralina di Panait Istrati, e ho provato a utilizzarla in due romanzi, uno, Irene a mosaico, edito nel 2000 da Avagliano, l'altro, Il cuore in ballo, inedito. Non so se funzionano ma certo io ho provato molto piacere a scriverli proprio per la sfida di rispettare una struttura complessa. Altre volte ho usato l'alfabeto per scandire i momenti di un racconto, o l'intreccio di personaggi che confluiscono solo nella fase finale. Eccetera eccetera.
D'altronde, dice Alessandro, Sheherazade che altro fa se non narrare sotto lo stimolo più intenso e definitivo: la morte? Forse tutti, quelli che scrivono le storie e e quelli che le leggono, illudendosi di sfuggire a questa regola che non ammette eccezioni, nelle infinite vite immaginate esorcizzano la propria morte.

lunedì 15 settembre 2008

Dove nascono le storie?

Ogni anno la difficoltà di rientrare nella vita quotidiana con le sue limitazioni e le sue discipline – per prima quella di scrivere – diventa più forte. Brutto segno, se basta il breve stacco di un mese o due per provare questo rifiuto , o meglio questa impossibilità verso se stessi... non depone a favore della qualità della vita. Va be', sono fatti miei e non rivestono un interesse generale, e tutto il discorsetto ha l'unico scopo di spiegare perché questo blog è rimasto inattivo per più di due mesi.
E' rimasto in sospeso un interessante discorso con Alessandro Defilippi a proposito di dove nascono le storie, cui lui ha aggiunto un tema che mi incuriosisce, cioè le costrizioni. Anche io penso, come Defilippi, che le storie nascano, e ancora più crescano, nell'inconscio. Crescono di notte, nell'insonnia, nel dormiveglia e nei sogni, e di giorno in un angolo della mente lontano dalla coscienza finché si riversano nelle parole coscienti e costruite che riconosciamo come nostre. Sento già le proteste: ma questa è l'ispirazione! Tu pensi di avere questa malattia vergognosa! Veramente non ho mai capito che cosa fosse l'ispirazione, era uno di quei concetti che quando studiavo a scuola mi bloccavano per astrusità. Poi ho capito che certe volte le parole non contano granché, sono giusto il packaging, che cambia con il tempo e le mode, di concetti più stabili. Che cosa intendevano i Greci invocando le Muse, che cosa intendeva il poeta romantico invocando l'ispirazione? Forse, si parva licet, solo quello che dico io tutti i giorni quando mi siedo davanti al computer: speriamo che mi venga un'idea! speriamo che quest'idea si sviluppi senza arenarsi subito in qualche secca assassina, speriamo che cresca bella e forte e appassionata (appassionante), speriamo che la sua vita sia lunga e operosa... Oppure, ispirazione è alcol, assenzio, droga, caffè, anfetamine, che altro? non me ne intendo. Per me sicuramente sono i sensi, soprattutto odorato, vista e tatto. Poi be', c'è anche un lavoro razionale, ma viene dopo. Anche qui concordo con Defilippi che una storia può avere un inizio luminoso e una fine dai contorni incerti che si definiscono man mano che ci si inoltra nei territori dell'immaginario.
Delle costrizioni parlerò in un secondo tempo per non dilungarmi troppo.

domenica 13 luglio 2008

Chiacchierando con Silvia 2

Sto per partire per un viaggio, e uno dei pensieri che sempre accompagnano questi momenti è che forse, probabilmente, tornerò con qualche spunto per una o più storie. Un numero notevole delle mie storie è ambientato in paesi lontani non per mania di esotismo, ma perché essendo io un'amante dei viaggi, e avendo fortunatamente potuto assecondare questa passione, capita che proprio durante i viaggi io accumuli le sensazioni che poi mi servono per inventare. O meglio vedere. Durante la chiacchierata con Silvia alla CS, lei mi ha chiesto se è vero che le mie storie nascono sempre da una sensazione, e io ho risposto di sì, come è in effetti. Da un luogo, dalla sua atmosfera, da una certa luce, una combinazione di colore e calore, un odore, una puzza, una condizione sensoriale che mi è entrata dentro e rimane lì, prepotente, in attesa di essere ritrovata e ricreata con le parole. Molto meno mi succede con i gusti e la musica. I personaggi vengono dopo, e la vicenda per ultima. Comunque, io devo essere stata più volte in un posto per potervi ambientare una storia, e conoscerlo abbastanza da essere stata penetrata dalla sua atmosfera. Deve essermi penetrato nella pelle. Per questo nelle mie pagine si incontrano così sovente la Grecia e l'India, dove sono stata decine di volte, anche se ho visitato moltissimi altri paesi, in particolare in Oriente; oltre ovviamente a Torino e la campagna piemontese. E' stato quindi con molto interesse che ho sentito Alessandro Defilippi in occasione della presentazione del suo romanzo Le perdute tracce degli dei raccontare come l'Africa che vi è descritta lui non l'ha mai vista, l'ha ricostruita attraverso letture, molte e approfondite, ma comunque letture. E ha anche affermato che non ha intenzione, almeno nel prossimo futuro, di andarvi, forse per non mettere a rischio quell'Africa immaginaria che ha creato. Giustamente rivedicava la verità della sua descrizione, perché in quanto scrittore ha il diritto di creare la sua verità. Già leggendo il suo precedente romanzo Angeli ero rimasta affascinata dal racconto del lungo attraversamento della Dancalia, e mi aveva molto stupito scoprire che era stato scritto sulla base, anche allora, di letture. E' un argomento che continua a incuriosirmi e mi piacerebbe sapere di altri metodi. O semplicemente, senza parlare di metodi, sapere da dove nascono le storie, dove gli scrittori vanno a pescarle.

sabato 21 giugno 2008

Consiglio di lettura: Anne Holt, Quello che ti meriti

Questo lo consiglio proprio solo perché è estate, forse fa caldo e forse andremo persino in vacanza. Un giallo di 426 pagine, di quelli che come li apri non riesci più a chiuderli, te lo porti dietro anche mentre ti lavi i denti. Siamo a Oslo, la ricercatrice universitaria Johanne Vik cerca la verità su un caso di quarant'anni prima, un uomo condannato per stupro e assassinio che poi viene scarcerato senza spiegazioni. Intanto la Norvegia è attanagliata dall'angoscia per alcuni casi di rapimento di bambini, con epilogo tragico. L'ispettore Ingvar Stubo tampina Johanne, che ha fatto un corso ad hoc negli States, perché costruisca il profilo del rapitore. Lei resiste poi alla fine collabora, le due indagini proseguono, poi si arriva come è giusto a uno scioglimento adeguato e completo. Velocissimamente come ho già detto, perché l'intero libro è già una sceneggiatura bella e pronta, fitta di dialoghi (molto abili, anche se Holt abusa della tecnica di alternare una battuta con un piccolo gesto di chi la pronuncia, il che alla fine risulta stucchevole, troppo costruito) e con montaggio alternato almeno su tre fronti. Però, alla fine viene un po' da dire: ma davvero ci sono cascata? Johanna ha una figlia ritardata, come tutti gli investigatori deve avere il suo tallone di Achille e non le è andata neanche tanto male, molto peggio è andata a Yngvar che ha perso moglie e figlia in un incidente talmente inverosimile che viene da dire: bum! Holt, non te ne potevi inventare un'altra? Per non parlare delle coincidenze grosse come Tir che troviamo qua e là, e funzionano come snodi della vicenda. Insomma se andiamo a cercare il pelo nell'uovo Holt non è ineccepibile, l'argomento è dei più visitati negli ultimi tempi e un po' mi sono indispettita con lei per avermi fatto bere alcune fregnacce come coca-cola. Però il romanzo ha innegabili meriti: ci apre squarci su un paese il cui senso civico, se avessimo appena un po' di pudore nazionale, dovrebbe indurci al suicidio per vergogna, ci fa dimenticare qualsiasi problema personale nell'ansia di girare pagina su pagina, non annoia mai anche se certi dialoghi sono un po' lunghi, tratteggia due protagonisti e alcuni comprimari che certamente suscitano interesse. Questo non è il primo romanzo della Holt tradotto in italiano, nel 1999 Hobby&Works ha pubblicato Sete di giustizia. Però siccome Einaudi ha iniziato la serie Vik&Stubo, sono quasi certa che ne leggerò altri.
Adattissimo ai momenti in cui per dirla con Vasco, si ha voglia di stare "sola nella tua stanza, e tutto il mondo fuori".

giovedì 19 giugno 2008

Consiglio di lettura: Halldor Laxness, Il concerto dei pesci

All'inizio del XX secolo, in Islanda, a Brekkukot, dove ora si estende la periferia di Reykjavik, esisteva un casale in cui chiunque avesse bisogno di un tetto gratuito poteva bussare con la certezza di essere accolto. Qui vive Bjorn, un vecchio pescatore stagionale che pratica una carità del tutto priva di sfumature pietistiche, naturale come il susseguirsi delle stagioni, e qui, da una madre che sta per emigrare e lo abbandona nelle braccia di Bjorn e della sua compagna, nasce Alfgrimur, il protagonista e io narrante. Con i nonni adottivi Alfgrimur trascorre una'infanzia felice, dividendo il sottotetto della casa con gli ospiti fissi, un'accolita di tipi strani che altrove sarebbero considerati relitti e a Brekkukot godono del rispetto e della dignità dovuti a ogni essere umano. A loro si aggiungono coloro che chiedono asilo per qualche tempo, come la donna che non vuole morire a casa sua per non disturbare e quella che crede di essere la reincarnazione di una principessa egiziana.

Nell'Islanda ancora esitante sulla soglia della modernità, la fama dell'isola odorosa di merluzzo e lompo è affidata alla misteriosa, ambigua figura del celeberrimo cantante Gardar Holm, che nessuno in patria ha mai sentito cantare. Proprio i ripetuti incontri con il cantante decideranno il destino di Alfgrimur, che voleva diventare pescatore di lompi, è sul punto di farsi sedurre dalla musica ma infine partirà per la Danimarca a completare gli studi. Romanzo corale e assai mosso, Il concerto dei pesci rappresenta con molta efficacia un mondo lontano, scomparso ma non idealizzato, non ancora schiavo del denaro, ricco di personaggi pieni di vita tra cui si staglia la figura di Bjorn di Brekkukot, ruvido e generoso, pescatore povero e senza istruzione ma portatore di una cristallina visione del mondo e circondato dal rispetto di tutti.

Questo romanzo, la cui edizione originale è del 1957, è una lettura che mi sento di consigliare vivamente a tutti coloro che sono curiosi del mondo e degli uomini. Ha una scrittura veloce e molto moderna (magistralmente resa dalla traduzione di Silvia Cosimini) e scandita in brevi capitoli, che acchiappa e induce alla lettura. Non dà lezioni, allude e rivela con mano leggerissima. Un bellissimo romanzo che fa venire voglia di leggere altri libri dell'autore, di cui la sempre meritoria casa editrice Iperborea ha tradotto anche L'onore della casa e Gente indipendente. E scoprire nella quarta di copertina che Laxness (Reykjavik, 1902- 1998) ha avuto il Nobel per la letteratura nel 1955 mi ha stupita per la mia abissale ignoranza, non certo per la qualità dello scrittore.

giovedì 12 giugno 2008

Chiacchierando con Silvia

A proposito di una conversazione molto stimolante che ho avuto con Silvia Treves nella sede della libreria CS a Torino. L'occasione era la presentazione del mio libro Lei coltiva fiori bianchi, pubblicato dalla CS_libri, e Silvia ha fatto del suo meglio (che è molto!) per indurmi a dare risposte sensate alle sue domande. Le risposte non contano, ma le domande hanno continuato a girarmi in testa e farmi riflettere. Mi hanno fatto prendere atto che io penso molto a quello che sto scrivendo, ma pochissimo a quello che ho scritto. E' come se una storia, una volta scritta, per me fosse in se stessa la risposta. Perciò posso sembrare reticente o obliqua, ma in realtà sono solo poco capace di astrazione, di concettualizzazione. Mi fermo al fatto. Comunque, importante è che Silvia mi ha chiesto delle cose che io non sapevo a proposito dei personaggi. Davvero, come è già successo con Silvia in altre occasioni e anche con altre persone con cui ho avuto colloqui a proposito dei miei libri, io non vedo molto dentro ai personaggi al di là di quello che ci ho messo. Infatti mi incuriosisce sempre molto sentire gli scrittori che parlano delle loro creature, e spesso mi stupisco di come sono sicuri – "*** è una così e cosà, °°° invece è molto cosà e così" anche a proposito di aspetti che non c'entrano con la vicenda, aspetti che implicano un'intimità con il personaggio invidiabile. Io non ci riesco, come non ci riesco con le persone che pure conosco bene. Mi ricordo che questo era un problema che mi si poneva spesso, quando avevo l'età in cui ci si pone questo tipo di problemi. Dicevo di un'amica, per esempio: lei è curiosa, va sempre a fondo nelle questioni. Come l'avevo detto, mi veniva un dubbio: ma davvero è curiosa? se l'ho vista curiosare una volta, questo vuol dire che è curiosa sempre? Ecc ecc, per fortuna che quell'età è passata e mi faccio meno trip. Però con i mei personaggi non posso proprio dire più di quello che c'è sulla pagina. Cioè, li vedo agire, in genere capisco i motivi delle loro azioni, ma non vado a fondo, non scavo troppo, per me agiscono nell'unico modo in cui possono agire in quanto sono quel personaggio in quel determinato contesto, non hanno alternativa. Ci ho pensato in questi giorni leggendo il romanzo di Ann Tyler Ragazza in un giardino (appena pubblicato da Guanda, ma l'edizione originale è del 1972). La protagonista, Elizabeth, è una di pochissime parole, capace di comportamenti abbastanza inaspettati, in apparenza anche un po' torpida, o comunque una che si tiene per sé i propri pensieri. Chissà, pensavo, che cosa c'è dietro la costruzione di questo personaggio. Chissà se la Tyler prima l'ha pensato, l'ha costruito, poi lo ha fatto agire secondo gli input iniziali. Oppure se (come avrei fatto io) ha costruito un ambiente e poi l'ha lasciato libero di muoversi, l'ha seguito, ha registrato le sue azioni. I romanzi della Tyler hanno sempre una naturalezza e un'apparente semplicità che non fa mai pensare a un eccesso di costruzione, ma of course questo non è un motivo perché siano semplici e naturali, anzi.
Be', questo è uno dei pensieri che la chiacchierata con Silvia mi ha suscitato. Ce ne sono altri, e ne riparlerò.

mercoledì 4 giugno 2008

Libri che fanno bene 2

Più che un libro, diciamo un autore che fa bene: Alan Bennett, inglese, romanziere, autore televisivo e commediografo, omosessuale, figlio di un macellaio e di una casalinga, tradotto da Adelphi. Scrive cose brevi e abbastanza micidiali, divertenti ma anche pungenti come spine nascoste. Consiglio vivamente i magistrali monologhi di Signore e signori, dove attraverso le parole in libertà di personaggi incapaci di vedere quello che hanno davanti al naso – veri monumenti all'autoinganno – scopriamo mondi di squallore, perfidia, dolore e menzogna, ma la scrittura miracolosamente leggera di Bennett tiene lontano qualsiasi patetismo e ci fa divertire con le assurdità che tutti quanti, forse, ci raccontiamo. Ancora più divertente, e meno cattivo, La sovrana lettrice, in cui Elisabetta II si abbandona alle gioie della lettura creando disagi e scompigli a corte. L'assurdità della situazione di partenza di Nudi e crudi si colora di un'ombra di angoscia se ci identifichiamo con i tranquilli protagonisti: che fare se una sera, tornando a casa, troviamo il nostro appartamento del tutto svuotato, compresi i portasaponi e la carta igienica? Lo svolgimento del racconto è privo di cadute, fino alla conclusione che non delude. Con La signora nel furgone facciamo conoscenza con un personaggio vagamente disgustoso, piuttosto antipatico, di non poche pretese e con le idee molto chiare: una barbona che si installa nel giardino dell'autore e ivi permane per diciott'anni. Nessuna melensa compassione, solo un rapporto paritario e schietto tra i due, malgrado l'evidente diversità di situazione e presa sul mondo. Con La cerimonia del massaggio ritroviamo lo sguardo maligno e divertito sulle debolezze e vigliaccherie degli uomini: alla cerimonia funebre di un massaggiatore molto popolare, tra i suoi clienti di ogni sesso serpeggia l'inquietudine finché non si scioglie il mistero sulle circostanze della sua morte. Malgrado il prezzo scandaloso (5,50 € per una cinquantina scarsa di pagine) consiglio anche Visita guidata, divagazione sull'arte e sui quadri della National Gallery di Londra, e Scritto sul corpo, lieve e vagamente reticente coming out. Alan Bennett è l'autore perfetto per questi giorni di pioggia, deprimenti e noiosi, in cui la compagnia di una voce divertente e intelligente, che consola mettendoci davanti alle nostre magagne e mostrandoci quanto siano una proprietà comune e condivisa, può essere un'ancora di salvezza. Inoltre la brevità dei testi aiuta a superare la mancanza di concentrazione che sovente accompagna l'inquietudine della pioggia che batte ai vetri.

mercoledì 28 maggio 2008

L'attimino fuggente 3

Certe volte mi sembra che il mio santo protettore sia Giuliano l'Apostata. Sconfitto dalla storia, nel torto più marcio, superato, e amaramente incapace di accettarlo. Questo mi succede a proposito dell'italiano parlato, quotidiano, che mi infligge continue dolorose pugnalate e concerti per unghie e gessetti su vetri e lavagne. Quasi mi vergogno a confessare che a ogni "buona giornata" mi si arricciano i denti, ogni "assolutamente" o "certo che sì" mi strappa un lacerto di serenità, per non parlare del mio arcinemico del momento, il "fare sesso" che condisce ogni frase di ogni telefilm e film e soap ecc ecc di questi tempi. (Nota tristissima: oggi, al Circolo dei Lettori, ho sentito Marina Jarre, esimia sia come scrittrice che come donna, usare quest'ultima espressione due o tre volte. So che ha ragione lei, non serve a nulla opporsi, bisogna lasciarsi andare e accettare, ma soffro troppo. Oltre tutto, entrando nel merito, capisco che "fare sesso" può sembrare un'onorevole alternativa all'ottimismo di "fare l'amore", la blanda grossolanità di "scopare", l'ipocrisia di "andare a letto", ma non c'è spiegazione razionale che possa compensare la piatta burocratica utilitaristica bruttezza di quest'espressione di stramoda). Non sono una passatista per principio, mi piacciono certi neologismi espressivi e amo le frasi gergali e dialettali, amo e uso anche le parolacce, non è una questione di gusto. E' fondamentalmente che la moda mi fa un certo orrore. L'idea che da un momento all'altro tutti comincino a usare determinate parole o espressioni perché le ha usate un faccione televisivo, mi fa senso. Anche se il faccione è Fabio Fazio, persona di soave astuzia, non gli perdono di avere lanciato il "grazie molte" che ormai mi perseguita fin dal giornalaio. Ci sono mode ormai patetiche, come il reperto dei tardi anni '70 "fiondarsi" che trovo sgradevole ma veniale, forse perché ricordo benissimo di averlo letto per la prima volta in "Porci con le ali", talmente legato all'air du temps dei suoi tempi che ormai gli si perdona tutto. Ma queste brutture infettive più del raffreddore sono deprimenti, ci schiacciano tutti nel nostro piccolo mondo schiavo di una piccola moda televisiva. Un brutto specchio in cui specchiarsi. Ovvio che ci sono cose e comportamenti assai peggiori, più nocivi, ma il linguaggio mi colpisce sempre tanto. Mi fa soffrire perché ritrovo i modi di dire aborriti anche nelle persone che mi piacciono. E finisce che prima o poi scappano anche a me, e allora il perdono diventa davvero impossibile.

giovedì 15 maggio 2008

Quanno ce vo'...

Max Citi su ALIA EVOLUTION pone l'interessante questione "quanta violenza è lecito – accettabile, di buon gusto, intelligente – usare" scrivendo.
L'argomento era troppo stimolante, avevo troppo da dire per potermi limitare a un breve commento, per cui lo riprendo qui. Non sono del tutto d'accordo con le conclusioni di Max quando dice preferisco che la violenza non venga direttamente sceneggiata ma costituisca un ulteriore elemento di tensione. Non sempre la minaccia vaga mi basta. E' verissimo che il più delle volte l'esplicitazione, l'atto finiscono per assumere una sfumatura comica o deludente: se a lungo l'autore mi tiene sulle spine con il timore del morto vivente e poi alla fine quello arriva e si mangia le vittime, be', l'anticlimax mi strappa un sorriso, se la paura si risolve in un fiume di sangue può essere un sollievo. Ma questo vale per le storie di tensione, e per i miei gusti se il finale non deve essere troppo esplicito, d'altra parte la minaccia deve essere forte, e non eccessivamente impalpabile. Non mi piacciono le storie in cui si capisce pochissimo, le atmosfere troppo sospese, mi irrita l'eccesso di non detto e non descritto. Sono forse un po' priva di immaginazione, ho bisogno di aiuto. E comunque, nelle storie normali, non mi ritiro davanti alla violenza anche descritta, anche insistita. Non mi dà noia se la scrittura è all'altezza, e ovviamente il contesto narrativo la richiede. Faccio degli esempi. Uno degli scrittori contemporanei che ammiro di più è Mo Yan, di cui conservo religiosamente, e mi porto sempre dietro, un autografo. Per dirvi quanto l'ammiro, una volta l'ho visto a un convegno meraviglioso di scrittori orientali tenutosi qui a Torino alcuni anni fa, e io, che in alcune circostanze tra cui giganteggia quella di proporsi, sono timidissima di mettermi in mostra, ho approfittato del momento in cui era stato posteggiato in un angolo dal suo traduttore e sono andata a dirgli tutta la mia appassionata stima, che ovviamente non poteva capire, e gli ho anche stretto la mano, tipo bacio alla reliquia. Più che le sue storie ammiro la sua scrittura, violentemente espressionista, e anche semplicemente violenta. Ebbene, alcune persone cui ho consigliato Sorgo rosso mi hanno chiesto se ero matta, se per esempio non mi aveva dato fastidio la descrizione di come un personaggio viene spellato vivo. Io non me lo ricordavo neanche, almeno come descrizione violenta. Ricordavo solo la bellezza di un romanzo che mi aveva colpita a fondo. Così dopo aver letto Il supplizio del legno di sandalo ho fatto attenzione a chi lo consigliavo. E' un romanzo violento, con descrizioni accurate di torture, ma siccome è la storia di un boia, è impensabile che potesse essere scritto in altro modo. E si ricollega a un romanzo che ho amato tantissimo anni e anni fa, Il ponte sulla Drina di Ivo Andric, pubblicato per la prima volta nel 1945, che comincia con un impalamento, lo stesso supplizio del legno di sandalo di cui parla Mo Yan. E anche allora, ricordo che un amico cui avevo imprestato il libro si era lamentato di questo impatto violento. Ora, questo non vuole dire che mi diletto di impalamenti e scuoiamenti in quanto tali, ma che leggendo non dimentico mai che la violenza è scritta, è parte del gioco che si instaura tra il lettore e lo scrittore, e come qualsiasi altra scelta un po' estrema, tipo erotismo o eccesso di realismo, chiedo solo che sia ben raccontata e c'entri con la vicenda, insomma che forma e contesto mi convincano. Al cinema, per dire, certi tipi di violenza mi disturbano molto di più, ma anche lì non tutti, e anche se ci ho riflettuto meno penso che sia sempre una questione di "come" è rappresentata. Per esempio, negli ultimi mesi ho apprezzato molto La promessa dell'assassino di Cronenberg e Onora il padre e la madre di Sidney Lumet, entrambi film piuttosto crudi e crudeli. Certo, per tornare alla scrittura, gli eccessi sono sempre controproducenti, il rischio che il lettore scoppi a ridere esclamando "bum!" è forte. Ma quando riesce, quando colpisce senza disgustare, è molto efficace. Più di una volta, scrivendo, ho cercato di osare un po' di più, di andare un pochino oltre quello che mi veniva spontaneo. Se la cosa mi sia riuscita non so, ma non è che ci ho provato, ne sentivo la necessità. Credo che scrivendo sia importante andare sempre un po' oltre, naturalmente non solo nel campo della violenza, ma in tutte quelle direzioni che richiedono di forzare un pochino la propria natura.

sabato 3 maggio 2008

Allegria di naufragi

Sono giorni che ci giro attorno, ci rifletto e mi mancano le parole, poi stamattina il titolo di Ungaretti mi è scoppiato in testa e ho capito perché questo disastro elettorale che mi ha colpita due volte con la stessa violenza, prima con le politiche poi con Alemanno sindaco di Roma, mi ha lasciata sì sbigottita ma non disperata. Premetto che durante la penultima legislatura, quando Berlusca impazzava in Italia e fuori ecc ecc con tutto quello che ricordiamo benissimo, ho vissuto con una cappa di piombo sulla testa che mi amareggiava anche i momenti privati di allegria. Adesso, ovviamente, ci sarà molto da pensare, errori da analizzare e mutamenti di cui prendere atto, e lasciamo perdere quello che ci toccherà vedere, sentire e leggere nei prossimi anni sulla nostra bella patria azzurra–nera–verde. La differenza è questa: dopo anni di penosa e angosciante malattia, dopo meno di due anni di agonia, il nostro caro è finalmente defunto. Il dolore è profondo ma c'è anche una specie di sollievo per la fine della sofferenza, quella lieve euforia che prende davanti alla morte quando segue un iter naturale. Il disastro è talmente totale che non resta altro che l'allegria del naufrago, appunto. Adesso si tratta di elaborare il lutto il più in fretta possibile e poi aggiornare la visione del mondo, la comprensione di qualcosa che va al di là delle strategie elettorali, radicali sì o no, la scomparsa del PRF, e via discettando su virgole e accenti come filologi bizantini sulle mura di Costantinopoli nel 1453. E non per mimetizzarci con gli altri, come in questi anni di rincorsa della destra e di revisionismi e baci a tutte le pile e le pantofole che odorassero d'incenso. No, ricominciare partendo da se stessi (parlo per me ovviamente) separando il grano dal loglio, le idee scadute da quelle ancora valide, verificare la solidità delle basi su cui stavamo più o meno scomodamente seduti da troppo tempo, spalancare gli occhi per vedere la realtà come è e non come abbiamo sempre pensato che sia. Cliccare su refresh.

mercoledì 30 aprile 2008

In margine a un manifesto personale

E' in corso sul blog di ALIA una discussione sui propri manifesti personali. Molto interessante e che mi ha riempita di invidia. Perché vedo che quello che mi manca è proprio una consapevolezza di quello che voglio scrivere, e anche di che cosa mi interessa scrivere. Cioè, per intenderci: non so se voglio scrivere storie sentimentali o chick lit o hard boiled o romanzi modernisti (qualunque cosa siano) perché non so come si fa. Non so come si riesce a seguire delle regole, una struttura ben definita. E non so esattamente che cosa mi interessa, dipende dai momenti, e non è detto che quello che scrivo sia una cosa che mi interessa veramente. Per esempio, ho scritto una storia di parricidio (pubblicata, Il gioco della masca), una di matricidio (pubblicata, Regina), una di parri–matri–nonni–fratricidio (inedita su carta ma pubblicato on line da DuDag nella raccolta La ragazza in tailleur rosso fuoco, Primo amore) ma non posso affermare che lo sterminio familiare sia tra le mie priorità. Diciamo che sono affascinata dall'infinita varietà dei casi umani. E sarei una pessima scrittrice di genere per i motivi di cui sopra, non certo perché la letteratura di genere non mi interessi, anzi, ne sono lettrice soddisfatta e frequente. Io in genere so come vorrei scrivere quello che sto scrivendo. Non sempre ci riesco, ma quando credo di avercela fatta provo una soddisfazione infinita. Quanto a quello che scrivo... è sempre un terno al lotto. Se fossi credente, cosa che non sono nemmeno di striscio o nel peggiore dei miei incubi, pregherei per avere tutti i giorni un buon argomento, un'idea o meglio una sensazione abbastanza ricca da trasformarsi in storia. Amen.

lunedì 14 aprile 2008

Consiglio di lettura: Carmine Abate

Un autore cui mi sono avvicinata di recente (avevo letto delle recensioni dei suoi libri ma non avevo mai trovato il tempo, o l'occasione, per comprarlo) è Carmine Abate. Casualmente ho acquistato Il mosaico del tempo grande e è stata una sorpresa davvero più che gradevole. In questo momento di inappetenza nella lettura, mi ha colpito tanto che mi sono subito procurata anche Il ballo tondo e La moto di Scanderbeg. Sono libri interessanti e piacevolissimi da leggere per più di una ragione. Prima di tutto l'ambiente in cui le vicende nascono, la comunità arberesh di Calabria. Nella mia abissale ignoranza sapevo che esistono delle enclave albanesi di antica immigrazione in Puglia e Calabria, forse anche altrove, che conservano la lingua dei padri, ma non andavo al di là di questo. Quindi ho trovato molto attraente la descrizione di persone, luoghi, modi di essere relativi a queste comunità. Il centro delle vicende narrate da Abate è sempre Hora, paesino arroccato in mezzo ai boschi e lontano dal mare, attorno al quale ruotano tutti i personaggi, alternativamente legati a questo mondo piccolo e in parte arcaico, o al contrario respinti, in fuga, insofferenti. Hora non è l'antimodernità, è semplicemente un paese dove solo i vecchi possono sopravvivere bene, i giovani devono fuggire per trovare lavoro, per lo più in Germania. D'estate tutti tornano, e i germanesi continuano a intrecciare le loro vicende con quelle chi è rimasto. Non solo, anche se la maggior parte degli abitanti non sa più nulla della storia di Hora, c'è chi con cura amorosa raccoglie notizie e tradizioni. In Il mosaico del tempo grande c'è un intreccio continuo tra le storie dell'Albania da cui, nel 1400, arrivarono i fondatori del paese, di Scanderbeg, mitico difensore della patria contro i turchi, e del suo cupo destino, delle prime vicende per trovare un luogo in cui ricostruire un pezzo di patria, una chiesa, coltivare la terra, e l'oggi, con i suoi miti di ritorno, le storie d'amore, le delusioni e le speranze dei giovani. E questo intreccio costituisce il grande fascino di questi libri. Abate è un gran narratore, immediato e sincero, fa entrare nelle vite dei suoi personaggi senza filtro, non indugia mai in psicologismi, non solo racconta ma rappresenta, con una lingua semplice e cristallina ma anche sapida di inclusioni lessicali di colore dialettale. E' facile farsi coinvolgere dai suoi giovani emigrati così diversi dall'immagine tradizionale dell'emigrante schiacciato dalla nostalgia e dalla sconfitta. Sono libri amichevoli ma tutto il contrario di facili o superficiali. Aprono un mondo e incuriosiscono. Vivamente raccomandati a chi nei libri cerca soprattutto la vita e le sue mille possibilità di narrazione.
Carmine Abate, nato in un villaggio calabrese della comunità arbereshe, vive da tempo in Trentino. Pluripremiato e pluritradotto, ha pubblicato con Fazi e Mondadori.

mercoledì 9 aprile 2008

Libri che fanno benissimo: Panait Istrati, Kira Kiralina

E' un periodo che incappo per lo più in libri mediocri o noiosi, di quelli che giri le pagine con furia non tanto per vedere come va a finire quanto per finirli in fretta. Così mi viene da ripensare ai libri che significano molto per me, quelli che rileggo e che vorrei avere scritto io. Uno dei due principali è Kyra Kyralina, di Panait Istrati. Ormai ignoto ai più, è stato un personaggio, e uno scrittore, molto singolare. Nato nel 1884 a Braila, in Romania, sulle rive del Danubio, e morto a Bucarest nel 1935, ebbe una giovinezza più che avventurosa viaggiando nei Balcani, in Asia Minore, Siria, Egitto, Francia e Italia del sud, e svolgendo ogni sorta di mestieri.

Durante la prima guerra mondiale fu ricoverato in un sanatorio in Svizzera, a cura della pubblica assistenza. Qui lesse Jean Christophe di Romain Rolland, che lo entusiamò, e cominciò a tempestare di lettere il suo autore, che non gli rispose mai. Dopo la guerra riprese la sua vita vagabonda ma qualcosa non funzionava più, e nel 1921, a Nizza, tentò il suicidio in strada tagliandosi la gola con un rasoio. Fu salvato e in tasca gli trovarono una lettera per Romain Rolland che questa volta gli rispose. Fu proprio Rolland a incoraggiarlo a scrivere le sue esperienze, e così videro la luce Lo zio Anghel (che non ho mai letto) e Kyra Kyralina, considerate le migliori delle circa venti opere che produsse nel successivo decennio. Ottenne fama e fu pubblicato e tradotto anche in russo. Su invito del governo trascorse sedici mesi nell'Unione Sovietica, e al ritorno pubblicò una serie di pamphlet molto critici che suscitarono polemiche nella sinistra francese da cui era stato adottato. Istrati si rifugiò in Bulgaria (allora paese fortemente rezionario) dove morì poco dopo. Ci sarebbe ancora molto da dire su questo autore, la cui vita è interessante sia nel periodo della libertà sulla strada, sia per la luce che getta sulla cultura tra le due guerre. Ma è di Kyra Kyralina che voglio parlare.

E' un romanzo breve (133 pagine nell'Universale Economica Feltrinelli, ancora in catalogo, con la traduzione dal francese di Gino Lupi) ma ricco come pochi altri che ho letto. Racconta dell'incontro del giovane Adrian, che vive a Braila sotto l'impero ottomano con la madre, e Stavro, il "venditore di limonate", mercante girovago di cattiva fama. In successive confessioni, Stavro ricostruisce le circostanze che l'hanno portato a diventare quello che è: vagabondo, omosessuale, irregolare sotto tutti gli aspetti. Un'infanzia felice con una madre bellissima e inquieta e una sorella, Kyra, ancora più bella e incosciente; la punizione del padre sulla moglie traditrice e la vendetta dei fratelli di lei, famosi banditi; la tragica dispersione della famiglia per cui la madre sparisce, Kyra e Stavro vengono rapiti e venduti in Turchia, Kyra in un harem e Stavro come paggio e oggetto sessuale a un ricco personaggio che lo corrompe per sempre. Dopo numerose peripezie Stavro diventa l'assistente del vecchio e saggio Barba Yani, venditore di salep con cui viaggia dalla Turchia al Libano all'Egitto e oltre, perché, dice Barba Yani, "la buona terra del Levante si aprirà grande e libera davanti a te, sì, libera, perché per quanto si dica di questo paese turco che è assolutista, non ce n'è uno in cui si possa vivere più liberamente. A una condizione, però: che tu ti cancelli, che tu sparisca nella massa, che tu non ti faccia mai notare, che tu sia sordo e muto... Allora, e soltanto allora, potrai entrare dovunque, invisibile: le porte ben chiuse non si aprono coi grimaldelli". Ancora una prova dovrà affrontare, un matrimonio bianco con una ragazza gentile che è ben felice di dividere con lui una vita casta ma piena di affetto, destinato a infrangersi per la violenta reazione dei parenti di lei. Ma la costante, la vera ragione di vita di Stavro è la ricerca della sorella, di Kyra Kyralina dai capelli d'oro. Non riuscirà mai a trovarla, solo una volta crederà di intravederla su una carrozza lungo le strade dell'impero...

Mi resta da dire perché questo piccolo libro ha avuto tanta influenza su di me. Certamente perché tocca tasti cui sono molto sensibile: il viaggio, lo sperdimento, l'evocazione di luoghi e costumi ormai fastosamente lontani, quasi trasfigurati in un'aura fiabesca, la nostalgia, la mancanza, la ricerca di una felicità perduta e ostinatamente conservata nel cuore, l'infelicità nascosta sotto uno scherzo. La tenerezza per gli esseri umani, la comprensione, la capacità di compatire. E poi, per entrare in un campo più tecnico, la capacità di creare personaggi indimenticabili e perfettamente connotati con pochi mezzi, facendoli agire e parlare sempre coerentemente; di ricreare un ambiente allo stesso modo; di permeare emotivamente ogni azione dei personaggi e ogni ambiente. Ma forse è la struttura narrativa quello che più mi affascina e ha influenzato alcune delle cose che ho scritto (i romanzi Irene a mosaico, Avagliano 2000, e Il cuore in ballo, inedito). Istrati racconta con la tecnica della narrazione orale (si dice che fosse appunto un formidabile narratore orale) : una storia nella storia che genera altre storie, nessuna sequenza cronologica ma nello stesso tempo una sequenzialità logica che non richiede sforzi al lettore, nessuna artificiosità postmoderna evidentemente, ma il naturale proliferare e crescere su se stesse delle storie. E una incredibile capacità di coinvolgere nella vicenda, di raccontare con immediatezza, semplicità e un pathos implicito.
Di Panait Istrati ho letto anche Le Haiducs, storie di banditi trovato su una bancarella, e Il bruto, e/o 1998.

sabato 29 marzo 2008

L'attimino fuggente, 2

Poche cose mi irritano più della sciatteria, soprattutto di linguaggio. Intendo sciatteria come adesione acritica alle mode, all'imperialismo prepotente e arrogante del linguaggio televisivo, pieno di vezzi che mi fanno lo stesso effetto di un'unghia sulla lavagna. Al momento il mio arcinemico è il trionfante "fare sesso" di cui pare che nessuno possa più fare a meno, e con un'autonomia massima di cinque minuti. Va be', ne ho già parlato. Però ho avuto un colpo al cuore vedendo "Caos calmo", film che mi è parso dignitoso ma mi ha lasciata fredda come un telegiornale di una settimana fa. E' Moretti che mi ha fatta soffrire, Moretti che mi piace quasi sempre ma qui non c'entra. C'è una scena in Palombella rossa, in cui prende a schiaffi una povera giornalista rea di avere detto "un matrimonio in pezzi" e altre frasi fatte, gridando "chi parla male pensa male". Quanto mi ha trovata d'accordo, idealmente al suo fianco, non lo saprà mai. Un mio punto fermo. E in questo film che non ha diretto ma in cui ha collaborato alla sceneggiatura, che mi combina? Dice "buona giornata" e chiama la figlia "pulce". Ahimé, quandoque bonus dormitat Homerus, ma devo concedere a Nanni la stessa indulgenza che a Omero? Ci sono rimasta male, davvero.

sabato 22 marzo 2008

LIBRI CHE FANNO BENE

Ho appena finito di leggere Adele né brutta né bella di Maristella Lippolis, Piemme 2008. Mi ha fatto bene prima di tutto perché è scritto con grazia e freschezza, e affronta argomenti anche pesanti come il razzismo e lo stupro in modo sempre lieve. Poi mi ha fatto bene perché mi ha fatto ricordare tematiche che oggi sono un po' messe da parte e che toccano la dignità della donna, la sua capacità di uscire dalle situazioni che la umiliano senza fare troppi danni, senza infliggere ferite incurabili, anzi, usando l'arma della beffa, dell'ironia che insegna con uno sberleffo. E alla fine suggerisce a mezza voce verità oggi quasi eretiche, che si può stare benissimo da sole, che realizzarsi è più importante che rimanere nei solchi tracciati, che le donne possono, sanno stare insieme anche senza stucchevole autoironia né competizione. Le vicende di Adele, moglie quarantenne un po' grigia e un po' infelice, di Irina, ragazzona russa dal passato avventuroso e dal presente opaco, di Clelia, cuoca saggia e amica di molte risorse, sono narrate da una voce sorniona che ci conduce per mano alla conclusione divertente e rasserenante. Un romanzo profondamente femminile sia nella scrittura che nella storia, che ha molto da insegnare anche ai lettori maschi ma piacerà soprattutto alle signore, le farà sognare di essere con Adele e Irina nella cucina del ristorante di Clelia a fare colazione con una tazzina di crema pasticcera e due biscotti.

domenica 16 marzo 2008

Visto che tutti ne parlano male (dei premi)

Allora dirò anch'io la mia, in controtendenza. E tanto per non fare dell'autobiografia, comincio dalla mia esperienza. Quando ho cominciato a scrivere ero completamente isolata nel senso che i miei amici della scrittura se ne infischiavano se non nella fase finale, quando è pubblicata e si fa leggere. Per parecchi anni ho scritto in totale solitudine, senza confessare il mio vizio neanche al moroso o all'amica del cuore. Secondo me è stato molto utile perché ho sperimentato i miei limiti, e sicuramente mi è servito a trovare una voce, se ce l'ho, e a eliminare, almeno spero, molti dei borborigmi che scappano quando si produce con l'ansia di mettere fuori subito tutto. Comunque. E' poi arrivato il momento in cui mi è venuta voglia di farmi leggere da qualcuno e verificare l'effetto di quello che scrivevo. Ancora adesso un mio grosso problema è che riesco a giudicare, a prodotto finito, se ho realizzato quello che mi ero proposta, ma sono del tutto incapace di capire se piacerà agli altri. Insomma, a chi rivolgermi? Internet non c'era ancora, e probabilmente adesso sarebbe tutto diverso. I concorsi per me sono stati fondamentali. Primo, mi permettevano di farmi leggere senza vedere in faccia il lettore – fondamentale per una che non era ancora riuscita a superare la vergogna per il peccato di presunzione commesso scrivendo e la paura di scoprirsi troppo. Secondo, se le mie opere facevano schifo nessuno me lo veniva a dire risparmiandomi umiliazioni e ali tarpate. Terzo, mi hanno dato un sacco di soddisfazioni. Ne ho vinti parecchi, e ancora rimpiango quel periodo, in cui ogni tanto una telefonata o una lettera mi portavano una bella notizia. Un gioco d'azzardo senza rischi. Quarto, di lì è cominciata la mia "carriera", letteralmente. Uno dei premi che ho vinto consisteva nella pubblicazione del mio testo (un volume di 125 pagine) presso la casa editrice che lo organizzava, e anche se non l'hanno poi molto commercializzato, in compenso me ne hanno regalato quasi duecento copie che mi sono servite tantissimo come biglietto da visita. Poi una bravissima scrittrice che avevo conosciuto alla premiazione, Emilia Bersabea Cirillo, mi ha presentata prima a Filema e poi a Avagliano. E se non avessi pubblicato non avrei conosciuto Massimo Citi e Silvia Treves con tutti gli inenarrabili vantaggi e piaceri che questo incontro ha comportato. E nei vari premi ho conosciuto molte persone con cui sono rimasta in contatto, ci sono stati scambi, ho fatto delle cose, e a poco a poco mi hanno dato la sensazione di fare parte, di non essere più così isolata. Certo io non ero impaziente e l'iter è stato lungo (ma non poi così tanto), e non è che poi sia decollata granché, ma questo è un altro discorso che dipende da tutt'altro, principalmente dai miei limiti caratteriali. E limitatamente ai premi per esordienti, non credo che siano tutti così biechi come vengono dipinti, cioè normalizzatori, incapaci di osare, retrivi. A parte quelli che conosco per essere parte di giuria, quelli che ho frequentato da premiata mi sono sembrati onesti, più o meno qualificati culturalmente, ma onesti. Credo che sia molto diverso il discorso dei premi per libri pubblicati, dove entrano in campo gli interessi delle case editrici. Comunque non è nel merito del discorso generale che volevo entrare, ma solo portare la mia esperienza per spiegare il motivo per cui spezzo una lancia in favore di un'istituzione così universalemente considerata ridicola e patetica come il premio letterario. A me ha dato molto. E io nella scrittura ci credo, eccome.

lunedì 10 marzo 2008

THANK YOU BOYS

Io da ragazzina andavo alle feste. Per fortuna quel periodo è durato poco. A parte l'eccitazione dovuta alla pansessualità adolescenziale, era un gran tormento. Non voglio neppure soffermarmi sulla barbara consuetudine per cui erano esclusivamente i maschi a poter invitare a ballare le ragazze – il cielo mi risparmi patemi uguali a quelli dell'attesa del cenno, spesso caritatevole, che mi avrebbe elevata al rango di "scelta almeno per una volta", o alla desolazione degli eterni tre minuti del disco quando bisognava aver l'aria disinvolta e contenta anche se si era l'unica scartata –, mi limito all'agghiacciante momento dell'entrata. Se ti andava bene, stavano tutti ballando e tu potevi scivolare quatta quatta in qualche angolino in penombra. Ma se era un momento di pausa, ahimè, tutti si voltavano a guardare la nuova arrivata poi, con la stessa occhiata fluida e cieca, si giravano dall'altra – mai che avessero l'aria di essersi accorti che era successo qualcosa, avevi spostato dell'aria, occupavi uno spazio nella stanza. Non li toccava nemmeno il fatto che c'era una in più con cui dividere le pizzette e la cocacola. Sono esperienze che lasciano il segno, e a tutt'oggi non vado pazza per arrivare in un posto dove è già riunita altra gente con cui si suppone che dovrei socializzare. Comunque. Tutto ciò per dire che avevo un po' di paura a entrare nella blogsfera – un po' di gena, a dirla dialettale. Invece questa volta mi hanno vista! mi hanno salutata! e una fettina della mia adolescenza faticosa è stata riscattata. Thank you, boys. E rimaniamo in contatto.

giovedì 6 marzo 2008

L'attimino fuggente

E' ormai sparito nelle nebbie del passato l'attimino, insieme alla rucola, alle spalle imbottite, al Chivas Regal, a tangentopoli, agli yuppies. Ci si può pensare con una certa tenerezza, fa parte dei classici, come piacere, la mia signora, nella misura in cui, il proletariato, il tinello, piccoli marcatori linguistici della storia che abbiamo attraversato. Ma siccome a me piace avere sempre degli arcinemici, ecco che dalle bocche televisive e dalle penne giornalistiche spuntano frotte, legioncelle di nuovi piccoli mostri fatti apposta per turbarmi i sonni. Sono della specie più subdola: insinuanti, carezzevoli, irresistibili, appiccicosi, contagiosi. Apparentemente amichevoli ma letali. Ecco che arriva il risottino mozzafiato, la scoperta devastante, la gonnetta intrigante piuttosto che i pantaloni autoironici. Assolutamente sì. Assolutamente no. Assolutamente. E poi si fa sesso, oh quanto si fa sesso! Una volta ho sentito una colta e gentile relatrice di un convegno che faceva scrittura. Grande! Secondo me avrebbe fatto meglio a far sesso alla grande, anzi a scopare come ai bei vecchi tempi.
So di essere mooolto pistina, e so anche che le mie idiosincrasie lasciano il tempo che trovano perché intanto tutti se ne pascono alla grande mentre a me viene l'orticaria solitaria, tipico morbo del giapponese rimasto a far la guerra nella giungla. Faccio scrittura per fare resistenza. O magari faccio solo pena.

giovedì 28 febbraio 2008

consiglio di lettura: NADEEM ASLAN, MAPPE PER AMANTI SMARRITI, Feltrinelli 2006

Questo romanzo doloroso e affascinante ha richiesto undici anni di lavoro al suo autore, nato in Pakistan nel 1966 e emigrato in Inghilterra quattordicenne. Ambientato ai giorni nostri in una cittadina dove vive una numerosa comunità di immigrati provenienti dal subcontinente indiano, ha per protagonista Shamas, musulmano, sposato con Kaukab, più legata al mondo da cui proviene che alla realtà in cui vive, e padre di due figli grandi, un maschio che ha sposato un'inglese da cui ha avuto a sua volta un figlio e si è già separato, e una ragazza in fuga da un matrimonio tradizionale. Shamas è direttore del Comitato per le relazioni della comunità, abituato a trattare i complicati rapporti tra gli immigrati incapaci di parlare inglese, ignoranti delle leggi, e le autorità governative. Il suo è un incarico importante che lo porta a frequentare indù e sihk, e a differenza degli altri membri della comunità islamica è uomo di ampie vedute, indifferente al bisogno di restare fedele alle tradizioni religiose. Ma un giorno suo cognato Jugnu e Chanda, una ragazza musulmana con cui convive pubblicamente, spariscono senza lasciare tracce. Sospettati sono i fratelli della ragazza, poi arrestati per l'omicidio della coppia che però non viene mai ritrovata. Da qui si innesca un percorso straziante durante le quattro stagioni del mondo occidentale (in Pakistan le stagioni sono cinque, inverno, primavera, estate, monsone, autunno) in cui Shamas si inoltra con grande fatica, incontrando un amore tardivo e storie terribili di incomprensione tra le diverse religiorni, violenza familiare, impossibilità di accettare le tradizioni e incapacità di staccarsene del tutto per integrarsi nel paese di arrivo. Si parla degli immigrati di oggi, che possono permettersi di tornare in Pakistan in vacanza, liberi dalle necessità primarie della fame e della miseria, ma sempre in bilico tra due mondi e stritolati da entrambi. Molto curato nella scrittura, ricco di personaggi interessanti e problematiche per ora irrisolte, Mappe per amanti smarriti è un romanzo pieno di vita, che insegna molto su una civiltà con cui ci troviamo tutti a fare i conti e lascia una traccia profonda nel lettore.

martedì 26 febbraio 2008

ce n'era bisogno?

No di certo, non ce n'era nessun bisogno. Però serve a me. Una specie di estensione del mio sito personale, un salottino comodo dove posso contarla in tutta semplicità. Un posto informale. Naturalmente le mie chiacchiere riguardano soprattutto i libri che leggo, o i film che vedo, se c'è qualcosa che mi interessa dire. E se qualcuno vuole rispondermi, moltissimo di guadagnato. Per il momento è tutto.