martedì 31 luglio 2012

Jeet Thayil, Narcopolis

Dedicata a Bombay, la Narcopolis del titolo, questa è la prima opera narrativa di Jeet Tahyil, poeta e musicista nato in Kerala nel 1959 che attualmente vive a New Delhi. Non mi capita sovente, ma finendo questo romanzo mi è venuta voglia di rileggerlo subito. Non solo perché è bello (molto) ma per ricostruire i nessi sotterranei che collegano i personaggi, le corrispondenze e i rimandi che lo percorrono tutto. Non a caso uno dei temi  è lo scambio dei sogni, che passano dall'uno all'altro personaggio; e un altro, la dipendenza dalle droghe, passa attraverso l'amore, l'affetto e l'amicizia.

La storia inizia alla fine degli anni Settanta, in una fumeria d'oppio frequentata dall'io narrante, rispedito in India dagli Stati Uniti dove l'hanno sorpreso a comprare droga. Rashid, musulmano osservante con due mogli e un certo numero di figli che vivono al piano di sopra della fumeria, anche lui oppiomane, ne è il padrone e nume tutelare; Dimple, bella e femminilissima, è la principale sacerdotessa del rito della pipa. La sua storia costituisce il nucleo della narrazione; nata maschio, ceduta dalla madre perché diventasse hijra (eunuco) quando era bambina, è stata castrata a otto o nove anni, ha vissuto per una quindicina d'anni in un bordello di hijra, è stata iniziata all'oppio da mr Lee, ex ufficiale cinese. Questo è forse il personaggio più debole, con il suo passato di ufficiale dell'esercito maoista rifugiato in India per sfuggire alle purghe e la trucida storia dei suoi genitori, madre fervente comunista e padre scrittore dissidente. Poi c'è Rumi, hindu d'alta casta reietto e violento, Salim galoppino del trafficante di coca Lala e suo giocattolo sessuale, Bengali il vecchio contabile della fumeria e altri che compaiono e scompaiono come fantasmi. Poi ci sono i fantasmi veri, i morti che vivono solo nel ricordo di chi hanno amato, e la nostalgia, il passato, la droga che accoglie e dà pace come l'amore di una madre, fa dimenticare la solitudine e il dolore.

Ognuno dei personaggi ha qualche ferita profonda che può essere risanata solo con la droga, sempre di più. C'è il tradimento, quello che fa male solo a chi lo commette, e il rimorso, l'amicizia che si rinnega davanti alle difficoltà e la capacità di trasformarsi facendo propri i sogni altrui. Soprattutto c'è Bombay, la città che ha cancellato il proprio passato cambiandosi il nome e alterando chirurgicamente la propria faccia, la stessa città in cui hindu e musulmani vivono fianco a fianco condividendo miseria e crimini, ma nei giorni del furore si uccidono senza motivo e senza pietà. C'è la religione, anzi le tante religioni e i tanti dei che brulicano nelle teste e nei templi degli abitanti della città. E poi arriva l'eroina dal Pakistan e spazza via i rituali, la pipa, la lentezza, i sogni. Il mondo delle fumerie d'oppio sparisce, prima distrutto dall'eroina poi sostituito dalla cocaina, droga della modernità. Per alcuni c'è il ricupero, per altri la rovina, i più perdono l'anima e nessuno ne esce indenne. Il romanzo ha un finale circolare in cui l'io narrante torna a Shuklaji Street, ma al posto della fumeria di Rashid c'è un ufficio pieno di computer, il figlio di Rashid è diventato musulmano integralista e spaccia coca in grande, McDonald's e shopping arcade hanno sostituito i bordelli e le catapecchie. Dolori e sogni ci sono sempre, ma devono trovare sollievo altrove.

E infine un ricordo personale: la prima volta che sono andata in India, nel 1977, un amico che adesso non c'é più aveva promesso di portarmi in una fumeria d'oppio a Bombay. Una storia di voli spostati ci impedì di realizzare il progetto. Mi piace pensare che la sua scelta sarebbe stata la fumeria di Rashid, allora al culmine del successo.
Pubblicato lodevolmente da Neri Pozza con traduzione dall'inglese di Vincenzo Migiardi,

giovedì 19 luglio 2012

Consolata Lanza, Racconti fantastici e del margine

Ho pubblicato su Amazon sotto forma di ebook Racconti fantastici e del margine , una raccolta cui tengo moltissimo perché sono tutti racconti che amo. Da molto desideravo farlo, e visto che non c'era altro modo ci provo così. Sono quattordici storie, di cui undici effettivamente fantastiche e tre, appunto, situabili al margine della realtà. Molte sono ambientate a Torino, dove il fantastico salta fuori nei luoghi più quotidiani e familiari, quelli che conosciamo tutti: la Rinascente, la Mole Antonelliana, il Museo Egizio, Porta Nuova, i Murazzi. Sono mummie e apparizioni mariane, mostri e topi innamorati, fantasmi ferrovieri e rapaci notturni... roba da tutti i giorni nella mia città. Altro luogo adatto alle ombre del fantastico è la Grecia, paese che amo e frequento da tempo immemorabile. Nelle storie greche si incontrano monaci inquieti, fantasmi gentili, ovviamente sirene anche di alto lignaggio, porte dell'Ade e altro. Poi c'è una storia che si svolge a Tashkent e un'altra al mare. Mi auguro che a qualcuno venga voglia di leggerli... Naturalmente ci vuole un ereader (o un iPad con l'app Kindle), ma non mi sogno neanche di affrontare il discorso in questa sede. L'ebook costa 0,86 cent, e anche qui non sto a sprecare parole. Graditissimi eventuali feedback.

martedì 10 luglio 2012

Amor di sirena



     Questa storia – disse il capitano a riposo, seduto davanti a un bicchiere di grappa nel solito bar dove ogni sera si incontrava con i soliti compari dal passato avventuroso e dal presente opaco – non ve la posso dare per autentica, perché me l’ha raccontata più di cinquant’anni fa, quando ero agli inizi della carriera, un pescatore, cioè una persona per definizione poco attendibile. Non ci pensavo più da tantissimo tempo, e forse non ci avrei mai ripensato se il mio nipotino l’altra sera non mi avesse chiesto di leggergli una fiaba, La sirenetta di Andersen. Durante la lettura mi sono reso conto che quella storia la conoscevo già, forse non proprio uguale, ma la sostanza era la stessa. Mi è tornato in mente Nicola, il vecchio fanfarone dagli occhi celesti, morto da tanti anni che probabilmente sono l’unico a ricordare che sia mai esistito.
    Quando lo conobbi viveva nel paesino ligure dove era nato, rammendando reti e fumando la pipa sulla soglia di casa. Gli piaceva raccontare storie di pesche miracolose e di naufragi avventurosi, ma aveva trascorso la vita su pescherecci che si spingevano al massimo fino in Corsica, non amava i viaggi. Solo intorno ai vent’anni aveva passato un paio di stagioni lavorando alla pesca delle spugne su un peschereccio di Kalimnos. Un lavoro difficile e pericoloso. Le immersioni in profondità lasciano spesso infermità permanenti, tutte le giunture, soprattutto quelle delle gambe, possono rovinarsi. Ma lui se la cavò perché smise presto. Il motivo sta in questa storia.
    Una volta, mi disse, si trovava a pescare nelle vicinanze di un’isoletta disabitata, all’estremo sud del Dodecaneso, in vista della costa turca. Diversamente dalla maggioranza degli uomini di mare non aveva paura dell’acqua, e nelle ore libere dalle sue attività di palombaro gli piaceva prendere a prestito una barchetta a remi e andare a nuotare nelle acque calde e chiarissime che circondavano il roccione inospitale, arcigno in mezzo al mare, ingentilito solo dalle luci rosate dell’alba o violette del tramonto.
    Ma un giorno, remando per farne il periplo, Nicola si accorse che su uno scoglio a strapiombo c’era un albero. Un pino abbarbicato alla pietra, le radici affondate in un centimetro cubo di terra. Si avvicinò per osservare quel solitario miracolo della natura, e vide che nello scoglio si apriva una caverna, una grotta marina dall’imbocco perfettamente arcuato, larga abbastanza da poterci entrare lui e la sua barca, azzurra e verde per i raggi del sole che la illuminavano di sbieco.
    Lenti, silenziosi, i remi lo trasportarono nella magica penombra. Sul fondo riluceva una spiaggetta di ciottoli. Nicola scese a riva e tirò in secco la barca. L’acqua fredda, immobile, si frangeva senza rumore. Si sdraiò sulla ghiaia umida e rimase lì per un po’ nella buia freschezza della grotta, a fumare e riposarsi dalla luce eccessiva che c’era fuori, sul mare aperto.
    D’un tratto il silenzio fu interrotto da uno sciacquio gentile, l’acqua ferma si agitò un poco e dalla trasparenza quasi nera emerse una bellissima e terribile creatura marina che si trascinò sulla spiaggia. Una sirena, una femmina giovane e tenera come un agnello fino alla vita, con lunghi capelli verdi come l’acqua quando è verde, la bocca pallida e rotonda, luminosa di conchiglia, braccia gracili, seni volti all’insù da adolescente, una vita così sottile da commuovere. Dove cominciano i fianchi, una coda di pesce azzurra e squamosa batteva piano l’acqua, a esprimere il suo stupore per la visita inaspettata.
    Non appena si riprese, Nicola, in considerazione del luogo, le rivolse la parola in greco. Ma quella sirena non parlava greco. Dalla sua bocca vennero suoni gorgoglianti, tremuli, diciamo pure liquidi, incomprensibili e privi di articolazione. Gli fu subito chiaro che comunicare a parole era impossibile. Non si perse d’animo, pensò le ragazze sono uguali dappertutto, sulla terraferma o sott’acqua e trovò una comunicazione di altro genere. La sirena, nuova all’esperienza, priva di inibizioni e sfrenatamente curiosa, rispose con entusiasmo. Iniziò quindi un dialogo in cui mani e bocca avevano la stessa importanza e funzione di avvicinamento, spiegazione, conoscenza. Il silenzio nella grotta era interrotto solo dallo sciabordio delle onde che si frangevano piano sulla spiaggia e dei corpi che rotolavano lentamente dentro e fuori dall’acqua.
    Il piacere di questo contatto fu presto guastato, per Nicola, da una scoperta amara. Dalla vita in giù la sirena era proprio fatta come un pesce. In qualche modo si riproducono anche le sirene, ma certo non somiglia a quello umano. In una parola, per le due creature allacciate sui freddi ciottoli della grotta verdeazzurra era impossibile giungere a una naturale (almeno per Nicola) conclusione di quegli appassionati abbracciamenti. Tuttavia, dopo la prima bruciante delusione seguita dall’affannosa ricerca di una via che permettesse – diciamo così – una più intima comunicazione, i due trovarono molte gradevoli maniere di dimostrarsi reciproco interesse e curiosità.
    Quando fu l’ora di ritornare ai suoi doveri, Nicola lasciò la sirena, ma finché la barca da pesca rimase nei pressi dell’isola, tornò alla grotta tutti i giorni. Malgrado tutto, l’attrazione che la stravagante creatura esercitava su di lui era tale che decise di passare in sua compagnia i prossimi giorni di riposo cui aveva diritto.
    Non aveva rinunciato a escogitare una maniera di comunicare con lei che non fosse esclusivamente il contatto fisico. L’impresa sembrava disperata, finché non trovò uno stratagemma. Per spiegarle la sua stupefatta delusione nel trovarla sprovvista dell’umana porta dell’amore, disegnò sulla parete della grotta una figura femminile a grandezza quasi naturale, molto particolareggiata, soprattutto nella parte di cui la sirena era mancante. La disegnò di faccia, di profilo, di schiena, e benché non fosse mai stato un pittore, il disegno gli venne proprio bene, chiaro, realistico, dotato di una certa malinconica grazia legata al desiderio irrealizzabile che evocava. Si era anche sforzato di disegnare alcuni aspetti della vita terrestre, case, strade, piante e animali, ma la sirena non sembrava capirli né apprezzarli (Nicola ammetteva che questi gli erano venuti meno bene). Tranne qualche sbuffo di disgusto e battito di coda davanti alla raffigurazione di una nave, dedicava tutta la sua rapita, instancabile attenzione alla donna che campeggiava sulla parete illuminata dai raggi del sole al tramonto. Anche lei cercò di fare dei disegni sulla roccia col pezzo di carbone che Nicola aveva portato a questo scopo. Ma erano fluidi, confusi, come coperti da un velo d’acqua che impediva al mio amico di capirne il significato.
    Al momento della partenza Nicola andò a dirle addio, e segnò sulla roccia tante lineette quanti erano i giorni che pensava di dover trascorrere lontano. Cercò di spiegarle che dopo altrettanti giri di sole sarebbe stato di ritorno, e gli parve che lei capisse. Portato a termine il suo impegno con i pescatori di Kalimnos, affittò una barca, comprò provviste sufficienti per qualche settimana, e a forza di remi e di vela giunse in vista del roccione, qualche giorno più tardi di quanto aveva previsto.
    Rivide la spiaggetta dove aveva l’abitudine di bagnarsi, l’unico albero, e infine l’antro marino teatro dei suoi amori. Remando affannato per l’eccitazione e il desiderio di ritrovare la creatura che vi abitava, entrò nell’ombra fredda della grotta.
    Un forte odore di pesce marcio lo colpì, riempiendolo di disgusto e insieme di timore. Avanzò fino al fondo, gelato da un presentimento. I segni fatti sulla parete per indicare i giorni dell’attesa erano stati cancellati accuratamente uno per uno, non con un tratto di carbone, ma lavati via con acqua di mare, e la sirena giaceva sui ciottoli asciutti, morta, con la coda immersa nell’acqua, che fluttuava appena al movimento causato dalla barca. Era lei che emanava l’odore disgustoso.
    Ma quanto più lo colpì la ferita profonda e verticale con cui, usando un aguzzo pezzo di roccia corallina raccattato chissà dove sul fondo del mare, si era squarciata il suo ventre di pesce, in una grottesca imitazione del disegno che campeggiava nero sulla roccia bianca ancora in ombra! Intorno alla ferita che ne aveva causato la morte, la sirena aveva sistemato un orticello verde e gocciolante di quelle alghe che ricordano un po’ la lattuga, ricciute e fresche, tanto simili ai suoi bei capelli sempre umidi. Il disegno di Nicola non era a colori, e la povera creatura si era ispirata per analogia alla propria capigliatura per imitare la ferita ricciuta che le mancava e Nicola sembrava desiderare tanto.
    Il mio amico, sconvolto da quella testimonianza d’amore muto e generoso, si fece forza, spinse in mare il cadavere della sua amante incompleta perché avesse una sepoltura adatta alla sua natura, e infine, gettatole un ultimo sguardo attraverso l’acqua verde della grotta, remò lontano, poi alzò la vela e partì per tornarsene alla sua Liguria. Ma da quel giorno come ogni buon marinaio si guardò bene dal nuotare, e soprattutto evitò come la peste le isolette disabitate.

domenica 8 luglio 2012

Ancora sulla Turchia: molti racconti e un romanzo



AA VV, RACCONTI DELL’ANATOLIA,  a cura di Necdet Adabağ,  Gremese 2008
Questo interessante volume è pubblicato con il patrocinio del Ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica turca, e curato dal Dipartimento di Italianistica dell’università di Ankara “con l’intento di diffondere la conoscenza della novellistica di carattere realistico e fantastico”. Non è citato il traduttore perché vari nomi (alcuni italiani, altri turchi) si alternano da racconto a racconto. Una breve e chiara introduzione di Ayşenur Külahlioğlu Islam, docente di Letteratura turca moderna all’Università di Başkent, è tutto il paratesto che viene fornito al lettore, se si eccettuano le brevi, e davvero poco soddisfacenti, note biografiche degli autori, dal più “antico”, nato nel 1883, al più giovane, nato nel 1964. Per esempio, sarebbe stato utilissimo sapere l’anno di pubblicazione di ogni racconto, ma non se ne fa cenno.
I testi sono ben trentacinque, alcuni brevissimi altri più corposi, e non da tutti è possibile farsi un’idea del valore dell’autore, ma nel complesso l’interesse del volume supera di gran lunga la frustrazione. Non posso dire di essermi fatta un’idea della novellistica turca, ma certo ho potuto cogliere alcune indicazioni molto stimolanti. Ad esempio la grande diffusione di temi surreali, onirici, metafisici, e la scarsità di bozzetti, molta vita metropolitana e poca campagna, amore declinato nei temi dell’incomunicabilità (perdonate la parolaccia!) più che della passione o del dramma. Ben tre racconti sono di ambiente carcerario, alcuni affrontano il destino femminile ma di sbieco, senza polemica né tragedie, e non sono solo le donne a scriverli. Tra i trentun autori sono riuscita a identificare sette scrittrici, ma siccome i nomi turchi non mi sono familiari e nelle note spesso non c’è nessun aggettivo che permetta di distinguere il sesso, può darsi che ce ne sia qualcuna in più. Certo bisogna tenere conto dei criteri di scelta e dei gusti del curatore, ma colpisce la scarsità di temi sociali affrontati direttamente, mentre sono molte le osservazioni interessanti che si possono fare spigolando nei testi di qualsiasi argomento. Tra i racconti che mi hanno colpito di più, il bellissimo La voce di Sabahttin Ali (1907-1948), struggente apologo sui danni che può combinare l’incontro tra un talento naturale del canto e un benintenzionato pasticcione; il tentativo un po’ ingenuo ma illuminante di affresco sociale utilizzando l’unità di luogo e di tempo di una serata in un grande palazzo, Il palazzo Çalişkur sotto la luna di Haldun Taner (1918-1994); Le lettere, di Tahsin Yücel, in cui un condannato viene condotto al patibolo in un’atmosfera di profonda compassione umana nella miseria condivisa dell’analfabetismo e della miseria; gli altri racconti carcerari, Lupo di Erdal Öz e Un ragazzino di nome Bariş di Sevgi Soysal, i cui protagonisti sono rispettivamente un sindacalista torturato e un gruppo di ragazze appartenenti a organizzazioni terroristiche di estrema sinistra; L’eletta, che regala un piccolo stringimento di cuore con un equivoco, la vicenda di una ragazza che prende sul serio le teorie del giovanotto che ama precludendosi così la possibilità di essere ricambiata.
Spesso i libri che recensisco sono davvero marginali, e questo è un esempio perfetto. Non so quanti possano essere i lettori che visitano un blog augurandosi in cuor loro di trovarvi la recensione di un’antologia di racconti turchi. Eppure io penso che questo sia un libro importante, e meriti di essere conosciuto. Certo non è divertente come un thriller svedese, e anche recensirlo non è stato facilissimo. Ma apre una tendina, uno spiraglio su una letteratura e un mondo di cui conosciamo poco, a parte il sublime Orhan Pamuk e la pateracchiosa Elif Shafak, e di ultimo forse Mario Levi (presente nell’antologia). La Turchia forse non preme più con convinzione per entrare in Europa, e sta abbandonando la sua ormai lunga storia di laicità per un ritorno a un Islam più aggressivo. È un paese giovane e in grande sviluppo, molto più moderno di quanto ci possiamo immaginare guardandolo di qua. È organizzato e credo abbia molte risorse. Si può essere d’accordo o no sulla sua entrata in Europa (io per esempio non lo sono affatto) ma vale la pena di cercare di conoscerlo. Se non si può o non si vuole andarci (un gran peccato, è anche un paese affascinante, gravido di storia come forse nessun altro, pieno di città vivaci, con un’ottima cucina, buoni alberghi, strade ben tenute, prezzi ottimi, gabinetti puliti e a pagamento ogni due passi come neanche in Giappone – segno inconfondibile di civiltà), cominciamo con la cultura. Qualche film arriva, qualche libro anche. Sarebbe ora che imparassimo almeno a non confondere i turchi con gli arabi, come capita a molti, troppi italiani anche acculturati. 


Mehmet Yashin, Il vostro fratello nel segno dei pesci, Gremese 2010, traduz. dal turco di Rosita D’Amora e Anna Lia Proietti
Di nuovo dalla casa editrice Gremese, benemeritissima e coraggiosa, arriva questo (che chiamo romanzo anche se romanzo non è) interessante e coraggioso esperimento narrativo di Mehmet Yashim. Non vorrei che esperimento suonasse come riduttivo, non è affatto nelle mie intenzioni. Ma Il vostro fratello nel segno dei pesci, uscito nel 1994 in Turchia, prima opera narrativa molto acclamata e premiata nel 1995 del premio Cevdet Kunder di un autore già ben noto come poeta, ha molti elementi di originalità, e la struttura è il primo. È quel tipo di libro, per intenderci, che da noi avrebbe difficoltà a essere pubblicato e anche, preventivamente, a essere scritto. Opera liberissima, preoccupata solo di se stessa, della sua armonia interna, del suo significato spezzettato e ripetuto ma evidentissimo, della sua lingua ricchissima, delle sue immagini nervose e dei personaggi precisi e sfuggenti insieme. Si presenta come una serie di racconti, o di storie per meglio dire, che hanno tutte come centro l’identità – o il rifiuto dell’identità. L’autore è nato nel 1959 a Nicosia, turco cipriota, e questo la dice già lunga. Vive tra Nicosia, Istanbul e Cambridge, ha passato lunghi anni in esilio, ha vissuto nell’infanzia i traumi della guerra greco–turca a Cipro. I suoi personaggi, tra cui due, Michel e Memet sono forse dei suoi alter ego, ritornano da una storia all’altra e si dibattono tra le loro identità multiple: sono turchi con madri greche e padri circassi, ebrei ciprioti, ragazzi occidentalizzati in un paese tradizionalista, costretti a farsi passare per stranieri per non essere oggetto di scherno e riprovazione, sono ragazze libere di famiglia kemalista con madri musulmane osservanti, parlano indifferentemente turco, greco o inglese, vogliono essere chi sono, senza etichette che comunque non esistono per descrivere la loro diversità. Non è un libro facile, Mehmet Yashin è poeta e si sente, ha una immaginazione fervida, sa mescolare molti linguaggi e molti registri, al lettore chiede di essere sempre all’erta e seguirlo con fiducia su sentieri talvolta impervi. Ma è uno di quei libri che riservano un grande premio a chi si addentra nelle loro pagine: umanità, dolore e allegria, incanto delle parole e stimolo per il pensiero.   
Alle traduttrici, Rosita D’Amora e Anna Lia Proietti, tutta la mia ammirazione per un lavoro che immagino molto complesso.

giovedì 5 luglio 2012

Molto di personale

Dedicato a un commesso barbuto della libreria Coop di piazza Castello a Torino. Giovane ma sopra i trenta, con barbetta, cortese, disinvolto, mondano. Perché, caro giovanotto, lei mi ha trattata da scema? Ieri, giovedì 5 luglio, verso mezzogiorno, sono andata alla Coop alla ricerca di Gente indipendente di Halldor Laxness, Iperborea, che volevo regalare. Era la quarta libreria in cui entravo per cui sono stata molto lieta di sentire che ce l'avevano. Cortesemente preso dallo scaffale, prezzo coperto su mia richiesta. Al momento di pagare 18,50 €, prezzo che ricordavo per il volume, ho chiesto: "Ma non c'è lo sconto del 25 % su questo titolo Iperborea?" "Oh sì" mi ha risposto lui, "infatti da 21,50 sono 18,50". Dietro di me c'era una ragazza che voleva pagare, io ho pensato di essermi sbagliata, mi sono scusata. "Domanda perfettamente lecita" mi ha risposto lui, brillante. Mentre tornavo a casa ho pensato male di Iperborea, mi sono detta "hanno aumentato il prezzo per ammortizzare lo sconto", cosciente di pensare una cazzata. Inoltre, non sono una spia in matematica ma i conti non mi tornavano. Il fatto è che io ricevo i cataloghi Iperborea, e dello sconto l'avevo letto su un volantino accluso. Ho controllato, e: 1), mi sbagliavo perché gli sconti erano validi solo per il mese di giugno, 2), avevo ragione perché Gente indipendente costa 18,30 € e scontato viene 13, 70. Quisquilie e pinzillacchere, direte voi, ma io invece sono qui alle 5 di mattina che ci penso e mi rodo. Non per quei pochi euri che poveretti non valgono niente né per me né per il commesso barbuto. Ma per essere stata trattata da cretina con cortese deferenza da un tizio che vorrei mi spiegasse se non sarebbe stato più semplice per lui rispondermi la verità, cioè che l'offerta era scaduta. Avrà pensato che le vecchie signore apprezzano cortesia e deferenza, parlano a vanvera e non sono informate, ma lo informo io che alle vecchie signore non piace essere prese per sceme. Non sono cliente della Libreria Coop per cui non cambierà niente, ma in questi tempi di vacche scheletriche, fossi un commesso con barba o senza, ci farei attenzione a contare balle alle vecchie signore come ai ragazzini o ai manager in divisa estiva.

mercoledì 4 luglio 2012

NEMICI


 I miei nemici non sono un esercito compatto, anonimo, non portano uniforme. Di ognuno so il colore degli occhi, le abitudini, i gesti e soprattutto l'odore. Li riconoscerei al buio. Dormono molto, anche di giorno. Stesi nei loro cartoni luridi giacciono come cadaveri. Respirano appena ma si capisce che sono vivi perché ogni tanto si grattano. Più raramente leggono, o bevono, o lanciano lamenti e invettive contro i passanti.
C'è chi della mia città ha un'immagine legata alla bellezza delle prospettive lungo il fiume, chi al profumo di cioccolata che emanano certi vecchi caffè, qualcuno persino dice che è elegante, o forse lo era, altri ne sottolineano grigiore e austerità. Io mi ci muovo seguendo la mappa dei miei nemici.
E li odio. Odio quelle facce mollicce e i capelli unti, quelle mani tese che puzzano, quelle bocche bavose e gli stracci che li avvolgono. Sono uno sfregio, offendono l'estetica, l'ordine e l'olfatto.
Non ho ancora scatenato l'offensiva. Mi limito a perlustrare notte dopo notte i portici deserti. Ne cerco l'usta. Fortunatamente i portici conservano gli odori, li fissano, così non devo faticare troppo. Li distinguo da lontano. Controllo che siano sempre lì. Li conto.
Sto elaborando una strategia. Ci devo pensare bene perché questa guerra non può che essere vinta definitivamente, senza feriti né prigionieri. Oggi ne ho visto uno nella galleria Subalpina, seduto sui gradini che portano al primo piano. Si era tolto le scarpe, con uno straccio bagnato nell'acqua putrida di una bottiglietta curava le piaghe del suo piede sinistro. Schifo e orrore, tra l'indifferenza della gente accaldata che correva a casa per cena. In piazza Carlo Alberto le rondini stridevano e volavano basse, eccitate, felici. Questo giugno afoso centuplica le puzze malgrado il profumo di tigli che satura l'aria. La mia città potrebbe ancora essere bella, sarà di nuovo bella quando la mia guerra sarà vinta. Quando avrò cancellato la vergogna.
Guerra è una parola che amo, una parola che ha ritrovato la sua forza, il suo significato eroico per chi è nel giusto e sa di esserlo, sa di avere dei valori positivi da proporre e imporre. Come me. Io ho nel cuore e nel pensiero una città splendente, dove non c'è posto per gli amanti della sporcizia. Quando i tempi saranno maturi tutti mi daranno ragione. E dopo verrà la riconoscenza: la città liberata sarà la mia vittoria.
Io so che cosa devo fare, perché odio i miei nemici.

La mattina presto percorro corso Cairoli in direzione del Valentino. La bellezza del lungo Po mi fa piangere. Acque verdi scorrono tra sponde verdi, profumi di rose e ligustri, la collina sfuma nella caligine, i platani stendono i rami maestosi. Ma loro si acquattano persino tra le siepi del viale. Lerci sacchi a pelo, cartacce, resti di cibo, bottiglie di birra e bottiglie di plastica, per non parlare della puzza di piscio, straziano l'ora perfetta. Dove sono i miei nemici quando passo di lì? Tutti fuggiti alla prima luce, per un residuo di pudore, per la coscienza di stonare in quell'armonia? Non basta la fuga per ammansire il mio odio. Sono invisibili, ma le tracce del loro passaggio rimangono. Non se la caveranno scappando.

Bene, la guerra può cominciare. È scoppiato un caldo fuori stagione. Certi odori non si possono più sopportare. Devo agire subito, per dare requie ai nasi della mia città.

La grande battaglia di stanotte ha avuto pieno successo. I nemici sono stati sorpresi nel sonno. Giusto e preciso il mio pugnale li ha colpiti a uno a uno, senza che uno schizzo di sangue mi sporcasse le mani. All'alba, dopo avere ripulito le belle sponde del Po, l'ho gettato in acqua dal ponte di corso Vittorio. Non ha fatto rumore e nemmeno ferito la corrente. Tornando a casa, nel breve momento di frescura, mi è venuta voglia di cantare, ma non sapevo che cosa. Non conosco canzoni. Ho gridato a bocca chiusa: l'ho fatto per te, sei libera.
Libera, preziosa e intangibile come un diamante. Tornerai a profumare di cioccolato e tigli. Di sudore operaio. Di operoso decoro. Riconosci il mio atto d'amore? Capisci che la guerra è pulizia, salute, salvezza?

La mia azione ha avuto una grande eco, i giornali l'hanno amplificata. Ma non esultano, anzi esprimono esecrazione e dissenso. Certo non tutti i problemi sono risolti, rimangono altri nemici a minacciare la serenità delle piazze e delle strade, ma questa lezione gli insegnerà qualcosa. Ora hanno paura. Capiranno che devono abbandonare i loro traffici immondi. Forse troveranno la forza di correggersi. In caso contrario la guerra riprenderà. Sono molti, lo so, i furtivi mercanti di morte e i clienti che scivolano nell'ombra, le donne in vendita e gli uomini che le cercano, con le mani sudate piene di banconote appiccicose. Ma il secondo pugnale è pronto e poi ce ne sarà un terzo e un quarto, tutti ben affilati, luccicanti e silenziosi. Queste caldissime notti di giugno sono piene di promesse. Io prometto che nessuno dei miei nemici avrà scampo.
La forza dell'odio che mi nutre, però, sta scemando. Come se ogni volta che il mio braccio ha colpito avessi sanguinato anch'io, perdendo vigore nell'emorragia. Non è stanchezza, non è pietà di certo, né paura, né sazietà. Un semplice calo di tensione. Normale, in fondo. Preparavo la guerra da tanto, l'ho vinta, e adesso sperimento la tregua. Non mi piace. È inutile e snervante.

Ho fatto un errore. Un piccolo errore, non irrimediabile, ma non me lo posso permettere. C'era questo omuncolo – un risibile scheletrico fantasma, di quelli che senza sosta camminano per la città proponendo le loro cianfrusaglie, fastidiosi, famelici, miserabili mendicanti travestiti da venditori –, e il caso ha voluto che fossimo soli sotto i portici di palazzo Carignano, nell'afa deserta dell'ora di cena. Non era un vero nemico, giusto una zanzara che mi ha punto nel momento sbagliato. Il pugnale è scattato da solo. Un colpo debole, era vivo a stento. È rimasto lì sul marciapiedi bollente. Il suo sangue annacquato ha cominciato subito a puzzare. In piazza Castello la folla assetata delle gelaterie e dei bar ha inghiottito la mia presenza. Però l'ammetto, è stato un errore.
Non deve più succedere. Il mio compito è troppo importante.

I tigli sono ormai sfioriti, l'estate precoce avvolge tutto in una coltre spessa di umidità. Nei giardini, la mattina presto, l'ora migliore per pensare e sentire, il verde delle magnolie, dei ginkgo, dei bagolari, degli ippocastani, dei faggi rinfresca e rallegra, rinforza l'animo, rasserena. In giro ci sono solo quelli che portano a spasso i cani. Anche loro un po' nemici per lo schifo degli escrementi abbandonati nei viali, ma insomma, ci sono cose che si possono sopportare.
L'obiettivo che ho in testa: la mia città com'era cinquant'anni fa. Naturalmente io non c'ero, ho appena vent'anni, ma ho visto tante foto delle piazze vuote, i tram a cavalli, le donne con l'ombrellino e i guanti, gli uomini con il cappello, niente traffico, nessun nemico in vista. Forse le foto non sono di cinquant'anni fa, forse sono molto più vecchie, di cento, duecento anni. Non so molto di storia. Però so che così com'è adesso non va.  
Ora passeggiare sotto i portici è piacevole. Più niente odori nauseanti e cartoni intrisi del luridume dei nemici. Gli altri, le donne e i mercanti, sono meno visibili. Il mio cuore vola per il sollievo.

Stamattina in piazza Castello ho visto uno spettacolo orribile. Su una panchina davanti a Palazzo Madama giaceva un laido vecchio con le gambe nude, circondato da sacchetti di plastica e bottiglie di birra. L'ho riconosciuto, è quello che si lavava le piaghe in galleria. Come ha fatto a sfuggirmi? Un vigile lo ha sollevato gentilmente per un braccio e l'ha condotto via sotto la sua protezione. L'unico nemico sopravvissuto. Non ho potuto seguirli perché si sono allontanati in macchina, ma lo scoverò nel suo rifugio.
Continua a fare caldo. Dormire è impossibile, e io non dormo mai, cammino tutta la notte. Ci vorrebbe un temporale che riempisse d'acqua le strade, spazzasse via l'immondizia, lo sporco che m'intralcia il passo. Certe volte la fatica mi fa crollare su una panchina e per poco mi lascio andare al dormiveglia. Se qualcuno mi vede in quei momenti, che cosa può pensare? Che sono uno dei nemici? Il primo di un nuovo esercito che si infiltra subdolo e testardo nella città liberata? O un disperato relitto della guerra vinta?

Dicono che la mia città sta male, non sa più chi è. Io ho la coscienza di avere fatto quanto potevo per aiutarla. Però adesso sono io a stare male. Mi accorgo che perdo lucidità, caldo e stanchezza mi indeboliscono. Non so se avrò la forza di portare fino in fondo la guerra. I miei concittadini sono ostili, i giornali esprimono sollievo per quella che io considero una tregua e loro la fine. Non riescono a capire.
Forse, se piovesse un po', gli si schiarirebbero le idee.

Pare che non facesse un caldo simile, a giugno, dal 1822. Mi immagino che allora la mia città fosse proprio come la sogno io, pulita e leggiadra, abitata da signore delicate che passeggiavano sottobraccio a garbati gentiluomini. La cosa più terribile è che l'esercito puzzolente delle larve senza nome sta riconquistando il centro. Tutti quelli che marcivano rintanati nelle orribili periferie corrono a accaparrarsi i posti che io, con il mio silenzioso pugnale, ho liberato. Non vogliono accettare la sconfitta. Russano a bocca spalancata sulle panchine, inalberano i loro miserabili cartelli davanti alle banche, costruiscono parodie di case sui gradini delle chiese. I vigili, invece di cacciarli, sorvegliano il loro sonno. Vorrei tenere gli occhi chiusi per non vederli. L'odore di miseria e di sporcizia è dovunque. Che cosa posso fare io, con due sole mani?

La guerra è perduta. Stanotte, stanati da un temporale, si sono affollati tutti sotto i portici. Via Roma è un dormitorio nauseabondo, via Po e piazza Vittorio sembrano un accampamento di morti. La gente storce il naso ma getta monete nelle scatole da scarpe. Io provo la vergogna della sconfitta. Se non sono spariti loro dovrò sparire io.

Da tre notti dormo sotto i grandi noci del Caucaso che segnano il limite estremo dei Murazzi. È bello sentire vicino il gorgoglio del Po, e in lontananza le voci piene di birra. Ogni tanto scoppiano i lampi, la pioggia flagella il fiume, ma qui sotto le fronde arrivano solo spruzzi e folate. Quelli che affollano i locali gridano e ridono, ci vuol altro per mandarli a casa. Sembra che per loro la città sia solo leggerezza, allegria, alcol. Non sentono la putredine che si impadronisce di tutto? La povertà che monta come un'onda di piena, la strisciante depressione dei cassintegrati? Lo scricchiolio delle fabbriche che crollano? La città che geme, torcendosi nel suo declino? La puzza più forte dell'odore del fiume?
Non sentono niente, non si accorgono di niente. Le ragazze con i sandali dorati, nelle loro sottovesti impalpabili, bevono guardando negli occhi i maschi trionfanti. Vedono solo quegli occhi pieni di offerte. Si offrono a vicenda. Nessuno si spinge fino alla mia tana. Non hanno bisogno dell'ombra degli alberi per stringersi. Hanno grandi automobili, grandi case con l'aria condizionata, grandi felici letti in cui amarsi dopo essersi scelti. Io li spio dal mio giaciglio di cartoni vecchi. Vorrei mescolarmi a loro. Vorrei colpirli tutti e ognuno con l'ultimo pugnale che mi è rimasto.
Invece. Quest'ultimo pugnale è per me. Lo guardo e lo pulisco fino a farlo brillare. Mi incido il braccio destro, per punirmi di non avere portato a termine il compito che mi sono dato. Il braccio sinistro, perché i miei nemici hanno riconquistato il territorio. La gola, perché non ho parole per esprimere la mia disperazione. Me lo pianto nel cuore, per il troppo amore che porto alla mia città, un amore inutile, perdente, maleodorante come gli stracci in cui mi nascondo.
E mi affido al fiume misericordioso. Mi porterà con sé, ma solo per pochi metri. Domani, alle rapide sotto il ponte di piazza Vittorio, qualcuno si accorgerà di me.
- Guarda, - diranno, - ancora una di quelle barbone che bevono e traballano e cadono nel Po e annegano come gattini. Tocca ai pompieri tirarla fuori