sabato 20 maggio 2017

Salone del Libro 2017, gli stand del cuore

Salone allegro e affollatissimo, interessante e pieno di ciance, incontri, amici e (naturalmente!) libri libri libri. Da riempire le prossime dieci incarnazioni. Ecco una selezione degli stand del cuore, del tutto personale, con o senza motivazione. Premetto che tutti fanno libri belli e interessanti, quindi questo è sottinteso e non sto a ripeterlo.
L'Iguana - perché sono amiche e scrittrici e contano un sacco!

Perché hanno dei progetti rivoluzionari, li realizzano benissimo e sono simpatici!
Edizioni L'Iguana, Padiglione 2 - stand H133
Libri letti ai ferri - perché sono curiose, sono amiche, sono simpatiche e fanno bellissimi lavori ai ferri

Edizioni Racconti - Perché amano i racconti e li pubblicano - vi sembra poco?
Istos Edizioni,  Padiglione 1 - stand B69

Libri letti ai ferri -  Padiglione 2, stand L146

Racconti Edizioni - Padiglione 2, stand N34

Edizioni Robin - Padiglione 2, stand M37

Impremix Edizioni - Padiglione 2, stand H29



Scritturapura - Padiglione 2, stand G60

La valigia di carta - Padiglione 2, stand G15
Edizioni Robin - Perché sì
Scritturapura - perché il suo catalogo mi fa sognare

Edizioni Impremix - perché sono pieni di iniziative, in gambissima e ospitano l'Asinello!
La valigia di carta - perché con la carta crea mondi da esplorare

mercoledì 17 maggio 2017

Le donne fanno, le donne sanno: Emilia Bersabea Cirillo, Potrebbe trattarsi di ali

Sette racconti di una scrittrice che non delude mai: uscito appena un anno dopo il bellissimo Non smetto di avere freddo per le medesime Iguana Edizioni, questo Potrebbe trattarsi di ali ci riporta le donne concrete, legate alla materialità della vita, inquiete e profonde che sempre popolano i libri di Emilia Bersabea Cirillo
Si tratta di un libro intensamente femminile in cui
il corpo è sempre molto importante, così come il cibo, la materia, la cultura materiale, il sapere delle donne. Il corpo è scrutato nella bellezza e nella devianza, nell'irregolarità, nella sua umana miseria e nel trionfo dei legami carnali.

In ognuno dei racconti la protagonista è una donna, l'unico maschio appare in Soul Doll. 
Sono creature inquiete ma profonde, che con molto coraggio cercano di capire e reagire, non si perdono mai d'animo né si adattano alla vita, ma cercano tenacemente di trasformarla. Laura, Norma, Giovanna, Agnese e le altre vivono nel mondo e affrontano la vita a viso aperto senza dimenticare che c'è una casa, un "dentro" che è ancora più importante. Mai invischiate in  banali storie d'amore e dipendenza, sempre alla ricerca di se stesse, sono donne definite dal loro rapporto con altre donne, in cui si rispecchiano per riconoscersi uguali o per scoprirsi opposte. In Soul Doll il protagonista non ha specchi in cui definirsi, ma sono gli oggetti del suo amore, Rebecca e la madre, a essere speculari.

In Potrebbe trattarsi di ali una moglie inqueta, madre frustrata dalla lontananza dei figli, agitata dai sensi di colpa, scruta il proprio corpo che sembra ribellarsi alla norma, fino a scoprire in un'altra malata le stesse inquietudini. Camillo, il protagonista di Soul Doll, sconta l'esagerazione del proprio corpo e dell'amore materno con la solitudine; e lo stratagemma che trova per uscirne non fa che portare alla luce le sue oscure pulsioni. Fuori misura ci racconta di Agnese, prigioniera di un corpo infelice, che riesce a trasformare le proprie ossessioni (con l'aiuto di Grace Kelly e di un'assistente saggia) in sogni realizzati e la propria creatività in successo. Alice Munroe è il modello cui si ispira Giovanna in Come si fa a dire se per svolgere il compito che le ha dato la sua insegnante di scrittura creativa, ma la storia non viene. Natalina invece, la donna della lavanderia, riesce a inventare la storia della propria vita, in un contrasto tra narratrice impotente e narratrice involontaria davvero sorprendente, e degno della penna esperta di Emilia Bersabea Cirillo.  
In Così ti passa la paura è introdotto il tema attualissimo e scottante dei migranti, in cui inciampa Laura, quarantenne scontenta che si reca a Licosa in cerca di un'amica d'infanzia e trova una realtà inaspettata. Sangue mio ci mette di fronte a un dilemma che ci coinvolge tutti, lettori e personaggi, suscitando domande cui è quasi impossibile rispondere se non con la sapienza del cuore, come accade alle due madri protagoniste e alla figlia, che possiede la saggezza della gioventù. Se stasera sono qui ci dice che il dolore così grande da non avere voce di Norma, madre che ha perso la figlia, può trovare alla fine la voce più adatta per esprimersi e, forse, trovare consolazione nel realizzare un sogno sepolto.
Al Salone del Libro di Torino

Oltre alle tematiche, è molto importante la scrittura anch'essa intensamente femminile, esattamente il contrario di una scrittura asessuata. Ricca di metafore e paragoni tutti derivanti dalla concreta esperienza delle donne, ha una cifra stilistica inconfondibile, impastata di dialettismi, che rappresenta una lingua parlata e irregolare, "sporca", con giri di frase presi dal quotidiano anzi dalla lingua del "dentro", quella lingua che si usa in casa e non fuori. E' una scrittura che oltre a essere bellissima e offrire illuminazioni improvvise che colpiscono il lettore come epifanie dell'animo, è perfettamente funzionale alla narrazione in quanto lingua legata alla terra, all'Irpinia e Avellino cui Emilia Bersabea Cirillo non dimentica mai di appartenere. I suoi personaggi si muovono sempre seguendo una topografia precisa della città e delle località circostanti senza mai cadere nel vernacolo, anzi, trasformando il radicamento in universalità. Più che giustificato quindi che Non smetto di aver freddo sia vincitore della XI edizione del Premio letterario Minerva.


Qui di seguito pubblico una recensione comparsa su LN-LibriNuovi nel 2010.

EMILIA BERSABEA CIRILLO, UNA TERRA SPACCATA, Edizioni San Paolo 2010, pp. 227, € 14,50

Emilia Bersabea Cirillo, architetto, è una scrittrice irpina che accanto a un respiro nazionale ha conservato legami fortissimi, carnali, con la sua terra. Ha iniziato con una raccolta di racconti, Fragole (Filema 1996), in cui già erano presenti molti dei suoi temi più personali, l'attenzione alle problematiche sociali e umane, la sensibilità civile, il mondo femminile, la cura delle cose concrete e degli affetti, le sapienze antiche, l'Irpinia. Uno dei più belli tra questi racconti, Angele, è stato inserito nell'antologia After the war: A Collection of Short Fiction by Post-War Italian Women (Italica Press, N.Y., 2004) con il titolo di Angels. Vengono in seguito le bellissime prose di Il pane e l'argilla. Viaggio in Irpinia, interamente dedicate agli aspetti più segreti e più autentici della sua terra, con illustrazioni di Giovanni Spiniello. Con Fuori misura (Diabasis 2001) torna al racconto di cui è maestra, e infatti vi compare Il sapore dei corpi che ha vinto il premio Arturo Loria 1999 per il miglior racconto inedito. Il romanzo L'ordine dell'addio (Diabasis 2005), ambientato in un paese dell'Alta Irpinia, è stato finalista al Premio Domenico Rea. Suoi racconti sono apparsi inoltre nelle antologie Il Semplice n.3 (Feltrinelli 1996), Gli esiliati (Avagliano 2007) ottenendo il premio internazionale di narrativa "Lo stellato" con il racconto Il violino di Sena, M'AMA (Il Poligrafo 2008).
Con questo suo quinto libro,vincitore del Premio Maiella e del Premio Prata, riesce a darci un romanzo che unisce una storia di sentimenti, un’evoluzione anche esistenziale della protagonista, alla denuncia senza sconti delle storture politiche e degli interessi sotterranei che minacciano l’integrità dell’Irpinia.

L’incipit è folgorante: La sola volta che ho visto Filippo nudo è stato da morto. Chi parla è Gregoriana de Felice, geologa incaricata di fare la perizia che darà il via alla costruzione di un’enorme discarica nel territorio incontaminato di Pero Spaccone al Formicoso, in provincia di Avellino. Le tocca la dolorosa esperienza di riconoscere il corpo di Filippo Ghirelli, morto durante le manifestazioni degli abitanti del Formicoso che si oppongono allo scempio del loro territorio. 

Di qui seguiamo i ricordi di Gregoriana, l’incontro con Filippo nell’albergo di Napoli dove entrambi alloggiavano, lei in trasferta da Roma, lui, che ne era proprietario, stabilmente, dopo averlo dato in gestione. Per Gregoriana era stato l’inizio di un doppio cammino destinato a portarla da una parte a sconvolgere i propri riferimenti affettivi, dall’altra a scoprire un mondo fino a quel momento sconosciuto – un mondo in cui si trovano a affrontarsi persone che vogliono difendere le proprie radici, la terra coltivata dai loro avi, e forze senza scrupoli mosse solo da interessi economici. In questa vicenda così attuale spicca la figura sfuggente e affascinante di Filippo, che forse nella passionalità di Gregoriana e nella sua presa di coscienza civile trova un momentaneo sollievo al male di vivere, ma poi sprofonda nel gorgo dei suoi fantasmi. Intorno si muovono personaggi minori ma vividamente scolpiti, l’anziano cameriere Ivano, i colleghi di Gregoriana, Enzo l’amante, sua madre e Giuseppina che la accudisce, il bell’ingegner Misuraca, gli operai del cantiere, i manifestanti. 

Altrettanta importanza ha il Formicoso, terra amata e bellissima, la “terra spaccata” del titolo che nasconde nelle sue viscere acque e grotte misteriose, mentre in superficie i suoi abitanti si muovono con il passo silenzioso ma inesorabile di un quarto stato ancora capace di combattere. A Napoli invece, tra le sale silenziose dell’albergo e i suoi giardini segreti, si consuma senza ardere l’attrazione tra Filippo e Gregoriana, che dopo i giorni convulsi del Formicoso può tornare a Roma più consapevole se non più felice. In filigrana, ma potente, c’è la critica alla società corrotta e spietata che non esita a distruggere uomini e natura per amore di guadagno, e si intravedono i grandi problemi del mondo moderno, come il conflitto arabo–israeliano.
Un romanzo molto ricco e insieme essenziale, senza sbavature, scritto in una prosa asciutta ma capace slanci poetici e eleganze sorvegliatissime.     
 



 

lunedì 15 maggio 2017

Non sempre il buongiorno si vede dal mattino: Elizabeth von Arnim, Un'estate da sola


 Un commento veloce al libro di un'autrice che amo molto, e che questa volta non solo non mi è piaciuta per niente ma mi ha fatto fare molte riflessioni maligne.

Premetto che molto probabilmente si tratta di una mia incapacità di capire: i commenti e le recensioni a Un'estate da sola (The solitary summer) di Elizabeth von Arnim, sono pieni di termini come incantevole (che domina in assoluto), delizioso eccetera. Si tratta del secondo libro della von Arnim, pubblicato un anno dopo il successo strepitoso di Il giardino di Elizabeth (Elizabeth and her German garden) del 1898, che non ho letto.

Elizabeth, all'epoca sposata con il conte tedesco Henning August von Arnim-Schlagenthin, aveva tre bambine (poi avrebbe avuto ancora un'altra bambina e un maschio) e decide di passare un'estate in solitudine nella sua tenuta di Nassenheide, in Pomerania (oggi Rzędziny, Polonia). Atto, pare, di eroismo, anticonformismo e ribellione così assoluta che deve continuamente implorare il permesso dal marito e ribadire la propria felicità di amante appassionata della natura e della semplicità agreste. Occhei. I tempi erano quelli, ma il significato delle parole più o meno lo stesso di oggi: e la solitudine, per von Arnim, significa stare con tre figlie, saltuariamente un marito (ancorché sempre nominato con il gradevole soprannome di Man of Wrath, l'Uomo dell'Ira), alcune governanti e un maestro che viene due ore al giorno a far loro lezione, un giardiniere capo e un numero imprecisato di aiutanti, cameriere, cuoche, stallieri (quando vuole immergersi nella selvaggia solitudine della foresta, ordina la carrozza e via). E' vero che esprime malinconicamente il rimpianto che non si possa vivere con poca servitù (e via, non possiamo darle torto, ci vogliono tutti dal primo all'ultimo), e che le figlie le incontra ogni tanto casualmente sotto un olmo, ma insomma, difficile immaginare un luogo più popolato.

Elizabeth è un'esperta di botanica e ha gusti molto ben definiti: tutto ciò che è spontaneo, semplice, campagnolo, è bello e elegante. Snob come solo una parvenue di origine australiana poteva essere. Un esempio: peonie rosse erbacee nel giardino di una borghese del villaggio pollice verso; peonie rosa arboree nel suo, vera eleganza e bellezza senza pari. Perchè quello di cui parla sempre l'autrice è appunto la bellezza, anzi la Bellezza, che solo nella natura si manifesta, oltre che nel suo giardino ovviamente. Però riesce a dire la sua anche su molti altri argomenti, per esempio sulla felicità dei poveri nella loro vita semplice senza tante preoccupazioni come noi ricchi, contessa (chissà se Paolo Pietrangeli aveva letto Elizabeth von Arnim quando ha scritto la sua immortale canzone).

Alla fine c'è una parte assai divertente (che, lo ammetto, mi ha dato anche una certa soddisfazione vendicativa) in cui si racconta della iattura che rappresentavano le grandi manovre d'autunno, in cui l'esercito veniva scaraventato qua e là a casa di chiunque fosse nei paraggi, e nella tenuta di Nassenheide arrivano quattrocento soldati, da alloggiare e da sfamare; ma il peggio sono gli ufficiali, che oltre a essere ospiti in casa devono condividere il desco con i padroni di casa. E bisogna fare conversazione. La disperazione di Elizabeth è tale che si rassegna a passare la giornata a letto pur di evitare un tête-à-tête con un giovane, aitante luogotenente. Queste ultime scene mi hanno fatto ricordare la scrittrice che mi è tanto piaciuta in romanzi come Colpa d'amore.

Va be', Elizabeth von Arnim continua a piacermi molto come romanziera, l'ho anche messa nella lista delle mie preferite ma forse sarebbe stato meglio non entrare così nella sua agreste domesticità, oltre tutto se ci teneva così tanto a restare sola... Comunque questo libro ebbe molto successo ed è uscito in italiano con la traduzione di D. Guglielmino. Mi scuso per l'iniziale, ma non sono riuscita a trovare in rete il nome proprio corrispondente, quindi non so nemmeno se si tratta di una donna o di un uomo. Purtroppo è molto diffusa la pessima abitudine di non indicare il traduttore nei dati relativi a un volume. 



lunedì 8 maggio 2017

Amore, troppi amori, mai abbastanza, pasticci, confronti, aureole, notti impegnative... Gli amori di Angelica, un altro brano da "Il cuore in ballo"



In love again
Le finanze un po' rinverdite, il cuore diviso in parti uguali tra rimpianto e desiderio, il corpo che scoppia di salute, ormoni al galoppo, occhi neri scintillanti e una bocca, una bocca… be', l'hai sempre saputo che è il tuo punto di forza. E' tempo che ti succeda qualcosa. Marzo ha portato violette e tepori, tu mettici un po' di malizia. E infatti.
Scendendo il viale verso il cancello della villa, un frizzante tardo pomeriggio tutto cielo blu pavone e stelle timide, Angelica sentì un clacson alle spalle.
– Ehi, piccolina!
Per un attimo ebbe paura di andare a fuoco tanto le avvamparono le guance, poi riuscì a sorridere.
– Ciao.
– Salta su che ti do un passaggio.
L'interno della Panda era arruffato e confortevole come il proprietario. Pagine gialle squadernate sul sedile posteriore, giornali sotto i piedi, un mazzetto di rosmarino rinsecchito sullo specchietto, profumo di sandalo e autoradio in sottofondo.
– Dove vai?
– A casa. L'autobus passa in fondo alla discesa.
– Se abiti nel raggio di dieci chilometri ti accompagno.
– Un paio bastano e avanzano.
Che fare, se ti chiama ancora piccolina? Reazione indignata, o appena un po' gelida, o strizzata d'occhio da giovane a giovane? Spiegargli bene perché, una volta uscita dallo stato gelatinoso in cui ti butta la sua presenza, preferiresti essere Angelica e non la sua piccolina? Abbozzare? Questo è un momento importante, ragazza mia. Abbiamo stabilito che lo stato di debolezza è superato. Non hai più scuse. 
– Ho un nome proprio.
Ahi! Voce tesa, corpo sulla difensiva. Non era questo che mi proponevo.
– Certo, lo so. Angelica Gabrielli. Centodieci e lode e grandi speranze come attrice.
– Allora, perché non mi chiami per nome? Renderebbe tutto più semplice. Come piccolina non so tanto muovermi.
Brava. Hai ricuperato con eleganza. Sapevo che hai stoffa. D'altra parte, non dimenticare che anche se non lo sa lui per te è il carinissimo.
– Ti faresti una birretta prima di rientrare? C'è un posto piacevole proprio qui all'angolo.
Bingo!
Seduti fianco a fianco sulla panca di legno, Angelica e Luca bevvero birra e mangiarono patatine col ketchup. Fuori c'erano aliti di primavera precoce, ma nel locale l'aria era pesante di fumo e frittura. Un'atmosfera incantevole per un primo incontro.
– Sempre entusiasta di lavorare per Ginni?
– E' una donna straordinaria, e molto gentile. Certo non è il tipo di lavoro che vorrei fare per sempre. Tu come ti trovi con lei?
La faccia più ingenua che riuscì a trovare, ma non era granché.
– Io mi trovo bene dappertutto. Sono fatto così, un carattere d'oro e la massima adattabilità.
Due risate in sincronia. Angelica fece scivolare la mano accanto a quella di Luca sul tavolo unto. Prendila, dai, deciditi.
Luca le prese la mano.
– Che unghie perfette! Non lavi mai i piatti?
Un'altra risata. Adesso le facce sono vicine vicine, le labbra perfette di Luca quasi a contatto con la bocca bellissima di Angelica.
– Vivi sola?
– Sì.
Ma non sapeva tutto?
– Andiamo da te?
C'era un'unica risposta possibile, ovviamente.

E altrettanto ovviamente Leo scelse proprio il giorno dopo per telefonare da Parigi.
– Devo essere a Milano sabato. Potrei arrivare domattina e fermarmi per tre giorni. Ho una voglia pazzesca di vederti. Sei sempre bella magra e nera come la notte?
Ahi ahi ahi. E adesso come la mettiamo, Angi?
– Sei ancora lì, Angi? Qualche problema?
– No no, nessun problema. Sono solo sorpresa. Non ci sentiamo da quasi un anno.
– Esagerata. Saranno due mesi, tre al massimo. E comunque ti ho sempre pensata. Sono tornato definitivamente da New York una settimana fa, probabilmente lavorerò in Italia quest'anno.
Pensa in fretta, dai. Prendi una decisione.
– Domani e dopodomani ho degli impegni che non posso rimandare. Vediamoci venerdì.
Vigliacca! Da te ci si aspettava un po' più di audacia. Questo si chiama traccheggiare.
Be', avrò pur diritto a pensarci un attimo, no?
– Va bene, come vuoi –. La voce era delusa e carezzevole. – Non vedo l'ora di abbracciarti. Sapessi quanto mi manca il tuo sederino tondo.
Blea! Adesso non mi fare il macho melenso, non è la tua parte, Leo.
– Arrivi in treno o in aereo? Chiedo un giorno di ferie e ti vengo a prendere.
– Treno, l'aereo non vale la pena. Alle sette in stazione. Avrò una copia di Alice nel paese delle meraviglie sotto il braccio. Tu porta un garofano all'occhiello.
Seduta sul parquet a gambe incrociate, Angelica sorrideva alla sua immagine riflessa negli specchi a parete. In che bel mondo viviamo, pieno di giovani maschi dolci e passionali. Che allegria di vento fresco carico di profumi primaverili là fuori, che brividi indiscreti sulla pelle troppo carezzata. Che piacevole prospettiva di drammi e discussioni di cui sarai il centro. Che bei casini ti si prospettano.


Chiamò immediatamente Lori per analizzare la situazione, ma non ne ricavò molto. Lori era
stanca, il bambino non dormiva mai, Riccardo nervosissimo continuava a intervenire chiedendole dov'era il detersivo per i piatti e perché aveva dimenticato quello per la lavatrice. Fortunatamente Amapola era a casa e le dette molta più soddisfazione, intercalando la conversazione con dovizia di 'beata te' e 'come cazzo te la cavi stavolta, Angi'. Quando riattaccò la segreteria la informò che c'era stata una chiamata.
– Volevo dirti buonanotte, piccolina. Lo so che ti chiami Angelica, ma a me piace pensarti come la mia cara sciocchina, dolce e spaventata. Ci sentiamo domani, un bacio mooolto intimo.
Porco cane, Luca non poteva richiamarlo. Non aveva osato chiedergli il numero di telefono. Per quel che ne sapeva lei magari viveva con Ginni, dormiva nel suo letto coperto di pellicce vere, in quel medesimo istante la stava scopando in lenzuola di raso, le stesse che lei, Angelica, aveva tante volte portato in lavanderia e ritirato stirate e piegate.

            Per mesi niente amore e adesso troppo amore, come ti senti, Angelica? Avresti bisogno dei consigli di Decembrina in questo momento. Non che tu non sia in grado di tenerti pulita da sola, i tuoi capelli splendono e i denti sono immacolati, ma forse lei saprebbe indicarti come scegliere i sorrisi, quale riservare a Leo e quale a Luca, ti insegnerebbe una canzone da cantare al momento giusto, un piatto malandrino da cucinare per legarli a te per sempre.
Voleva ritrovarsi sola con Luca almeno una volta prima di rivedere Leo. Era stata una notte troppo ansiosa, troppo sorprendente, per poter capire com'era andata. Si era sentita come una scolaretta che ha preso il premio di fine anno dopo che tutti le avevano detto che non studiava abbastanza.
Sul lavoro non lo incontrò, la giornata trascorse monotona tra telefonate e riordino del guardaroba primaverile di Ginni che era via fino al lunedì. E' per questo che Luca si è sentito libero? Oh piantala, Angelica. Così è andata e così la faremo andare di nuovo.
In effetti, non aveva ancora messo piede a casa che il telefono suonò.
– Sciocchina bella, hai un po' di tempo per vedermi?
C'era da pensarci su due volte, secondo voi?

Dunque: nottata impegnativa. Si tratta di immagazzinare impressioni. Per onestà, per rimpianto dell'aureola che Leo le aveva regalato, per baldanza giovanile, perché è diligente, Angelica vuole avere il massimo possibile di dati per fare un confronto razionale nel campo della massima irrazionalità, l'amore. Bisogna dire che il carinissimo è stato molto carino e la prima notte con lui incantevole, ma non è scattato quel meccanismo di spudorato narcisismo che solo la passione sa creare. Ora Angelica, per quanto giovane, non è inesperta e vuole verificare. Diciamo addirittura applicare un metodo scientifico. Sperimentare bene sul campo prima di trarre conclusioni, evitare di essere avventata e impulsiva, lasciandosi trascinare dall'emotività. Insomma, vuole scopare ancora una volta con Luca prima di rivedere Leo, dimostrando una saggezza insolita per i suoi pochi anni.
Luca, senza rendersene conto, continuava a ripetere lo stesso errore, nella serena convinzione di incarnare un ideale che non richiedeva maschere. Era dolce, era pieno di attenzioni, ma nemmeno per un attimo dava l'impressione di essere travolto da un eccesso di emozione. Continuava a chiamarla la sua piccolina, la sua sciocchina. Per scherzo, è ovvio, ma Angelica non era così ingenua da non capire che se uno riesce a scherzare vuol dire che è un po' troppo sicuro di sé. E chi è sicuro di sé ha il controllo della situazione. E chi ha il controllo della situazione non ama. Nessuno avrebbe potuto confondere gli scherzi di Luca con una manifestazione di timidezza.

Ma rivedere Leo fu, per Angelica, la prima vera tappa verso il disincanto. Non che lui fosse cambiato, anzi. Ma che ne era delle nuvole su cui avevano camminato insieme, della corona fosforescente che le circondava i corti capelli un anno prima, della feroce certezza di essere la regina del mondo, dell'onnipotenza amorosa, dell'aura scintillante tutt'attorno alla sua persona? Fu bello fare l'amore, fu emozionante, ma c'era un tarlo. Ripartirà. Non posso più chiedergli, fiduciosa: che faremo? Devo chiedere che farà. Anche lui mi ha chiesto: che farai? Niente più prima persona plurale, solo due caute, paurose prime persone singolari. Lo accompagnò al treno con una sensazione lancinante di separatezza, di lontananza. Siamo due amici, due amanti, non siamo più i protagonisti dell'avventura più speciale, unica, emozionante del secolo.
Ah, Angelica, quanto ti manca al momento i cui conteranno anche i ricordi comuni e il cumulo faticoso e ricco delle parole non più necessarie perché scontate, conosciute. Tu vivi in tempi di scoperta e esaltazione. Non vederlo più, taglia questo ramo divenuto doloroso perché è fiorito così tanto da non poter tornare mai all'altezza di quella prima fioritura.

Seduta sul parquet, un mucchietto cartoline e stampe di e–mail accanto a sé, Angelica riflette. Luca non è Leo, la tenerezza e il gioco non sono la passione furente. La fiamma azzurra non rimpiazza la fiamma rossa. Il fuoco morente rattrista chi ricorda le vampe alte e rombanti  di quando è scoppiato. Non vorrebbe dovere affrontare questa realtà, ma è così. Leo è il passato. Sulle sue guance lisce scendono lacrime grasse, giovani per fortuna. Esiste ancora il futuro.
Ora però è meglio aprire le finestre e guardare che cosa succede in strada. Sappiamo tutti che l'amore è il pensiero dominante, ma grazie al cielo nella vita bisogna anche mangiare e pagare le bollette e divertirsi. Ci sono altre cose più importanti, ma nessuno può farti una colpa se in questo momento i guai del mondo non ti acchiappano più che tanto. Non sei mai stata una ragazza molto impegnata e ti scusiamo se continui la tua vita con le fette di salame sugli occhi ancora per un po'. Stai facendo anche tu le tue scoperte, molto intimiste ma non per questo meno significative. Prendi tempo, Angelica, irrobustisci il tuo cuore molliccio.

Il cuore in ballo lo trovate qui

venerdì 5 maggio 2017

La storia di Decembrina, da "Il cuore in ballo"


Storia di un capitello della chiesa di San Rocco a Bolzaretto Superiore
              Allora, San Rocco oggi si presenta come la solita chiesa barocca di provincia, con portale a
Bolzaretto Superiore
volute in mattone a facciavista, mezze colonne addossate, sul timpano la figura scolorita del santo con cane e piaga, e dedica su una fascia di marmo: Sancto Rocho dicatum, anno Domini MDCLXXVIII. Però all'interno sopravvivono affreschi medievali, in particolare una Santa Isabellina da Bolzaretto Superiore, carina come una studentessa di liceo, in abiti da pellegrina, bordone sacca e cappello. E poi ci sono i resti di un chiostro romanico inglobati nel cortile della canonica: sette colonne di marmo di Brossasco che fiancheggiano le finestre di una veranda, e un pozzo. Non tanto rispetto alle meraviglie sparse per la regione, ma abbastanza da inorgoglire gli abitanti di Bolzaretto. Abbiamo una grande storia alle spalle, pensano tutti, autoctoni e immigrati. Eravamo già civili e sensibili all'arte nei tempi bui del medioevo. Possiamo sembrare rustici con le nostre tre emme, meliga mosche e merda di vacca, ma guardiamo un po' al passato.


Guardiamoci pure. Il pozzo non è granché, giusto la vera sormontata da un'asta di metallo piegata a arco con quattro rosette smangiate e il gancio per il secchio. Le lastre di rivestimento non sono quelle originali, sono state sostituite molte volte nel corso dei secoli e quelle attuali risalgono al massimo a metà Ottocento. Ma le colonne, eh be', sono un'altra cosa. Tre tortili, due lisce e due percorse da tralci di vite a rilievo. E finalmente parliamo dei capitelli. Qui la fantasia dei bolzarettesi del passato si rivela in tutto il suo splendore. Un serpentone che si mangia una capra, una chimera con le zampe in bocca, un faccione da Carnevale con le orecchie a sventola, un diavolaccio zannuto con un lucertola sulla fronte, vendemmiatori con le gerle colme, un orante in braghe corte e cappellino tondo e la perla finale, una vecchia sdentata a bocca aperta che in una mano tiene un uovo e nell'altra un mazzo di spighe. Facce come questa della vecchia, le avreste potute vedere ogni domenica alla messa grande in parrocchia nei tempi belli prima che venisse riformata, quando don Ferruccio con i suoi chierichetti ci dava dentro di prediche e turibolo e l'altare lo costringeva ancora a voltare le spalle ai fedeli e si parlava in latino. Adesso, boh, neanche la messa sembra più la stessa cosa, con tutti quei segni di pace e canti privi di poesia e donne che leggono le Sacre Scritture e chierichette femmine. Infatti, la vecchia del capitello non frequenta più tanto le funzioni.


Nessuno frequenta più tanto le funzioni. Don Ferruccio tuona e si lamenta, ma i bolzarettesi, sempre meno autoctoni e più immigrati, se ne impippano e preferiscono divertimenti laici la domenica mattina. Pensare che, tanto per dire, sui capitelli della canonica sono stati scritti almeno tre libri, per quel che gli risulta. Un esempio di iconografia romanica, don Alberto Issignani, Savigliano 1848; Il chiostro dimenticato, prof. Giovanni Bauchiero, Cuneo 1883; e Il mistero dei capitelli, Achille Saverio Sobrero, Torino 1934. Don Ferruccio pensa sempre: se avessi tempo! Se non dovessi stare dietro a questi mezzi eretici con i loro eterni battesimi e matrimoni, i loro funerali e benedizione delle bestie e dei trattori, che poi per tutto il resto della vita vivono come bantù nella savana! Saprei ben scrivere io un libro sulla chiesa di San Rocco. Su Santa Isabellina, che se ne dicono tante, su quel bel chiostro e le sue colonne. Quando andrò in pensione, chissà… Intanto confessa i pochi che ancora si ricordano di lavarsi l'anima di tanto in tanto, tiene i corsi per fidanzati, quelli per comunicandi e cresimandi, con le mani tese per trattenere i fedeli e aperte per lasciarli andare quando capisce che non c'è più niente da fare. Non è rassegnato, Dio non voglia, ma realista. Ogni volta che passa nel cortile di San Rocco lancia un'occhiata alla chimera, alla vecchia, all'orante, come a dire: aspettate, prima o poi troverò il tempo anche per voi.



Ma la vecchia, se potesse dire la sua, preferirebbe mangiare rape crude e camminare a piedi nudi su un tappeto di bottiglie rotte che godere dell'interesse di don Ferruccio. Tutto quello che chiederebbe, se potesse muovere le labbra di pietra, sarebbe di essere lasciata in pace, che già essere stata immobilizzata a braccia alzate, con quell'uovo fragile che non può mollare e quelle spighe pungenti in mano, la irrita da una decina di secoli. Lei che in vita faceva di tutto per passare inosservata senza mai riuscirci. Lei che si faceva solo i fatti suoi, e mai si sarebbe sognata di scrivere alcunché su don Ferruccio. Anche perché non sapeva scrivere.


Aveva però delle capacità molto speciali. Prima di tutto cantava benissimo, con una voce forte
e intonata, di timbro scuro, profondo. Sapeva più canzoni lei che l'intera popolazione del villaggio. E le piaceva essere ascoltata. C'era sempre qualche sciocca ragazzetta o un monello moccicone a perdere tempo prezioso sulla panca accanto alla porta della sua capanna, con la bocca aperta e il labbro pendulo e la mente svagata dietro alle fole che le uscivano dalla gola. Mica solo canzoni antiche, tramandate dai vecchi, anche quelle che si inventava lei, piene di storie di sangue e d'amore, storie che ispiravano pensieri vaganti. Poi faceva da mangiare in un modo diverso da ogni altra donna. Raccoglieva erbe e fiori, come tutte, ma invece di usarle per guarire le mischiava con farina uova e sugna per cuocere certe frittatine e tortine e polentine che facevano sognare il paradiso a qualsiasi stomaco, incantavano signori e poveracci, rendevano il pasto quotidiano spinoso come un riccio di castagna a chiunque le avesse provate una volta. Per non parlare dei consigli che dava a chi volesse ben apparire. Sapeva attorcigliare le trecce e sbiancare i denti, rinfoltire le barbe e far diventare rosse le guance pallide, dava lezioni ai giovanotti grezzi che non osavano parlare alle ragazze e alle ragazze timide che scappavano davanti ai giovanotti.


E poi le galline. Ne aveva almeno trenta, lustre e grasse, bestie petulanti, piene di spocchia, pretenziose, sempre lì a chiocciare e starnazzare e cacare in giro. La cosa più ridicola è che la padrona gli cuciva certe collarette, certe cuffiette, certi copripancia, con gli stracci che trovava nei rifiuti e i ritagli delle sue camicie. Aveva anche una coroncina di noccioli di ciliegia lisciati e colorati che piazzava a turno sulla testa delle bestie, ciondoloni attorno alla cresta, come premio a chi faceva più uova secondo suoi complicati calcoli di mesi e stagioni. E le galline non si ribellavano, anzi, sembravano ben contente di farsi addobbare come buffoni da mercato. Bisogna dire che le sue uova, che vendeva con tante cerimonie che sembravano pietre preziose, erano grosse e pulite e talvolta avevano due tuorli gialli come il sole.


Si chiamava Decembrina. Era la persona più allegra del villaggio, piena di faccende gaie e idee strampalate. D'inverno, quando la vita era dura, la terra gelava, i poveri grattavano le rape nel terreno con le unghie rotte e i cani correvano a branchi ululando nel buio, lei se ne stava nella sua capanna umida avvoltolata in uno scialle rosso e faceva figurine di argilla che sembravano vive. Le cuoceva nel focolare, attorno al paiolo dove bollivano radici e miglio, poi le riuniva a creare piccoli mondi insensati. A volte, d'estate, ne regalava qualcuna alle ragazze innamorate che arrivavano la sera a chiederle aiuto per incantare l'amato. Nessuno l'aveva mai sentita lamentarsi perché era sola, né per la fame o i dolori nelle ossa.


Era arrivata nel villaggio già quasi vecchia, una sera d'ottobre con le prime nebbie fitte e le foglie gialle ancora sui rami. Si era messa a dormire sotto un portichetto di legno che fiancheggiava la chiesa di San Rocco, mezzo marcio e cadente. La mattina dopo i primi fedeli l'avevano trovata lì, addormentata negli stracci come una regina nel suo letto di pelliccia, con un sogno spesso e piacevole che le passava sul volto. Qualcuno le aveva dato un calcio per farla alzare, ma Decembrina si era girata e aveva continuato a sognare. Più tardi tutti avevano potuto vederla bene in faccia, e le donne si erano rassicurate davanti al suo sorriso già sdentato, alle rughe nere di sporcizia che le spaccavano le guance. Gli uomini si erano voltati dall'altra parte, la curiosità subito spenta. Ma non era passato molto tempo che si era installata in una capanna in rovina ai margini dell'abitato, aveva alacremente riparato il tetto e i muri. Viveva di niente, di verdura appassita e avanzi puzzolenti raccolti fuori dalle cucine altrui. Poi, con la primavera, era rifiorita anche lei. Riusciva a essere pulita nel corpo e negli abiti, trasformava qualsiasi erba in cibo appetitoso, e a Pasqua un'anima buona le aveva regalato un paio di pulcini. Decembrina aveva cominciato a cantare.


Nessuno era mai riuscito a scoprire qualcosa sul suo passato. Chi la interrogava riceveva in risposta sorrisetti evasivi, affermazioni iperboliche. Una volta raccontava di essere stata allevata a corte tra piume e fagiani arrosto, un'altra di avere perso marito e figli in un'epidemia di dissenteria verminosa, o ancora che l'avevano rapita i saraceni, era fuggita senza riscatto e non ricordava più il suo paese d'origine. Ma parlava come gli abitanti del luogo, non poteva venire da lontano. Per farla breve, in qualche mese tutti si erano abituati alla sua presenza e avevano smesso di farle domande. Neanche si stupirono di come si era sistemata, del pollaio e dell'orticello che erano spuntati accanto alla capanna, nessuno aveva reclamato quei pochi metri di terra. Era diventata uno degli elementi della realtà quotidiana del villaggio, né più né meno della fontana in piazza, dell'abbeveratoio e della campana della chiesa.


Il cuore in ballo lo trovate qui