lunedì 11 dicembre 2017

Lo sapevate che anche gli islandesi picchiano le donne? Arnaldur Indriðason, La signora in verde

Mi perdonerà di sicuro Arnaldur Indriðason, scrittore islandese di successo, se uso il suo romanzo La signora in verde (anche questo un libro antico, del 2001, publicato in Italia nel 2006 da Guanda e da me acchiappato in qualche offerta speciale Kindle) per fare un paio di riflessioni antipatiche. Premetto che il romanzo non mi è dispiaciuto e mi astengo da giudizi perché non sono un'appassionata di gialli (li chiamo così anche se so che ormai o sono noir o sono thriller, la versione italofona non ha più corso) per cui non ho l'autorevolezza per farlo. 

Ciò che mi è venuto in mente è: ma è possibile che a nessuno siano venuti a noia i cliché senza i quali pare che nessun giallo possa esistere? Questa riflessione mi ha colpito particolarmente perché un classico che negli altri è spesso metaforico (lo scheletro sepolto) in questo romanzo invece è reale e dà, onestamente e senza pretestuosità, inizio alla vicenda. Ma la storia del passato sepolto che torna alla luce e determina il presente è talmente scontata e prevedibile che dovrebbe essere vietata per legge. Inoltre il più delle volte rende molto facile indovinare (o capire) la conclusione della vicenda (vedi Resa dei conti di Petros Markaris). L'altro aspetto che trovo veramente stucchevole al limite della nausea è la preponderanza dei fatti privati del detective, in questo caso Erlendur Sveinsson della polizia di Reykjavík, sfigato e pasticcione e infelice e pieno di casini famigliari a livelli preoccupanti. Perché un tizio che nella sua vita è riuscito solo a combinare pasticci dovrebbe essere capace di risolvere quelli altrui? E diciamocelo una volta buona, i Wallander e compagnia bella hanno veramente stufato. Molto meglio i razionali alla Montalbano, ma anche lì delle storie di Livia, Mimì e le sue donne, non se ne può più. 

Sfogata così la mia personale stufaggine, posso dire che questo La signora in verde è meglio di Sotto la città o almeno mi ha annoiato di meno. La vicenda si svolge su due piani temporali, uno nel passato di cui è protagonista una donna malmenata da un marito violento e uno nel presente, che segue le indagini di Erlendur. Leggetelo se vi piace l'argomento "violenza domestica" così alla moda (qui bisogna dire che l'autore è stato un precursore, ma direi che l'argomento è una sua fissa), se vi piace un'indagine tutta fatta di visite a vari testimoni non sempre facili da distinguere, e se riuscite a non indovinare l'assassino dalla prima volta che viene nominato. Io ho trovato molto meglio la parte ambientata nel presente, e un po' noiosa quella che segue nel passato le vicende della donna picchiata dal marito. E mi resta una domanda: ma non ci hanno sempre raccontato che sti nordici sono tanto civili? Allora non era proprio sempre vero?  
La bella traduzione è di Silvia Cosimini.

venerdì 8 dicembre 2017

Che cosa succede quando uno scrittore si innamora di un altro scrittore: Julian Barnes, Il pappagallo di Flaubert

Può sembrare strano scegliere di parlare oggi di un libro uscito nel 1984, e in effetti lo è.
Finora di Julian Barnes avevo letto solo Il senso di una fine (di cui è uscita recentemente una sciapissima versione filmica, L'altra metà della storia), che mi è piaciuto ma non mi acchiappato per il fatto che la storia non è particolarmente nelle mie corde, ma mi ha lasciato il ricordo di un libro scritto magistralmente. E anche questo Il pappagallo di Flaubert è scritto benissimo, e mi conferma nella mia convinzione che la scrittura è tutto. Questo è il motivo per cui ne parlo.

Ora, cerchiamo di capirci. Con scrittura non intendo dire pretenziosità, registro alto, ricercatezza, stile iper raffinato. Intendo parole scelte per dire quello che si vuole dire: quindi prima di tutto sapere che cosa si vuole dire, e poi saper usare le giuste parole, il tono, l'alternanza dei contenuti, tenere alta  l'attenzione del lettore perché si vede, è evidente, che quello che dice interessa prima di tutto l'autore. Il pappagallo di Flaubert parla esattamente di questo, cioé del pappagallo di Flaubert, oltre che di mille altre cose, in maniera apparentemente svagata e divagante, passando con facilità da un aspetto all'altro della vita di Flaubert o delle sue opere e personaggi, senza mai cadere nell'erudito, nella critica letteraria, nella barba della biografia. Gli aspetti di cui ci parla Julian Barnes sono spesso concreti, materiali (gli animali, i luoghi, gli oggetti) e altre volte spaziano tra gli amici dello scrittore, i suoi viaggi, gli amori, le lettere. La famiglia. Gli spunti da cui possono essere stati tratti i personaggi. E così via, in un continuo (apparente) divagare e affabulare.

In realtà forse la cornice narrativa (il romanzo è in prima persona, e il narratore è un medico inglese, vedovo, che si reca in Normandia, e ovviamente a Rouen, sulle tracce dello scrittore amatissimo) mi è parsa la parte meno interessante, che in qualche punto interrompe il tessuto narrativo così variegato e accattivante. Ma è un'osservazione superficiale, forse a una seconda lettura troverei del tutto necessarie le parti dedicate alla moglie defunta e altre. Ma quello che mi ha colpito moltissimo leggendo, è che mi sono sciroppata con grande piacere e desiderio di tornarci quando interrompevo, tutto un volume su un autore di cui, sinceramente, poco mi interessa. Ho letto a suo tempo, nella prima giovinezza, Madame Bovary, L'educazione sentimentale, Trois contes, Il dizionario delle idee correnti e forse altro; ne ho tratto godimento e giovamento, ma non sono rimasta toccata nel profondo come da altri scrittori dell'Ottocento. Il che non vuole dire che non ne pensi tutto il bene possibile, che non mi renda conto della sua importanza, ma semplicemente che non avevo una spinta particolare a affrontare Il pappagallo di Flaubert. Quindi tutto il merito va a Julian Barnes e alla maestria della della sua scrittura, irresistibile anche in totale mancanza di un plot avvincente, anzi di un qualsiasi sviluppo narrativo.

Perciò lo consiglio vivamente sia agli appassionati di Flaubert che a tutti quelli che amano leggere per divertirsi e far funzionare il cervello, disposti a seguire l'amabile e vivace discorso di un innamorato (come lo è Barnes di Flaubert) per nulla geloso, che vuole condividere con noi tutto quello che sa, o immagina, o inventa, sull'oggetto del suo amore. Bella traduzione di Susanna Basso.
E presto leggerò Il rumore del tempo, anche se di Dmitrij Šostakovič nulla so e poco m'importa.         

lunedì 4 dicembre 2017

A morte i democratici: Petros Markaris, Resa dei conti

Avevo giurato che non avrei più letto nessuna storia di Petros Markaris, perché mi hanno stufato le
storie di Adriana, i ghemistà, Caterina, Fanis e i consuoceri, il traffico tra Singrou e Sintagma, le manifestazioni, il dizionario, la Mirafiori che adesso è diventata una Seat, insomma tutto l'armamentario iperipetitivo di Costas Charitos. E i suoi intrighi piuttosto noiosi e prevedibili. Ma siccome la coerenza non è tra le mie vistù, in un momento di debolezza ho scaricato Resa dei conti (ed.orig. 2012) e in un altro l'ho letto.

La vicenda è ambientata in una specie di presente immaginario in cui la Grecia, l'Italia e la Spagna hanno abbandonato l'euro ritornando alle vecchie valute nazionali. Il ritorno alla dracma fa salire alle stelle l'inflazione, lo stato decide il blocco degli stipendi, tutti sono in miseria nera e fanno rinunce su rinunce. Persino quella rompiballe di Adriana elimina la carne dai suoi manicaretti e va giù di zucchini e scarola. Comunque, questo lo sappiamo tutti, io che amo i greci e ho la Grecia tra le mie seconde patrie, ne sono dispiaciutissima e spero che venga presto il momento della riscossa (prima che se la siano comprata tutta i tedeschi e i cinesi).

La storia è presto detta e come sempre prevedibilissima (io che non sono un'aquila e frequento poco gialli e thriller avevo capito chi era il colpevole diciamo prima della metà): in sequenza tre ricchi ateniesi (un costruttore, un insegnante di politecnico e un sindacalista) vengono trovati morti, c'è un messaggio dell'assassino che li lega e scavando nella loro vita viene fuori che tutti e tre appartenevano alla generazione del Politecnico e avevano fondato le loro fortune sull'aver contribuito alla fine della dittatura dei colonnelli

Ora, che né Markaris né Charitos siano di sinistra lo sapevamo da mo', e andava benissimo. Ma sono rimasta veramente colpita da questa vicenda in cui i cattivi sono gli ex giovani della generazione che ha vissuto e respinto la dittatura militare - e a lungo sono stati considerati eroi nazionali. In questo libro sono la feccia della società, corrotti, disonesti, mafiosi, ignoranti e delinquenti, a loro è dovuta l'attuale rovina della Grecia, tanto che si capisce benissimo che l'autore pensa che le tre vittime hanno avuto proprio quello che si meritavano. Mi ha fatto molto pensare, visto che ricordo bene quegli anni e mi chiedo se si tratta di un'opinione condivisa da molti in Grecia. Non ho voglia di affrontare un discorso complesso, sgradevole e che mi fa stare male. Però è così, e è quello che mi è rimasto di più del romanzo.

Per il resto come giallo secondo me Resa dei conti vale poco, ma dà un'immagine vivida delle difficoltà di vivere in un paese in bancarotta, e di questo bisogna dare il merito a Markaris che con il suo modo di scrivere più che semplice e attaccato ai particolari concreti, tutto sommato leggero e veloce, disegna efficacemente una società molto confusa, nervosa, angosciata e incerta sulle gambe. La bella traduzione è di Andrea Di Gregorio.     

giovedì 30 novembre 2017

Una bellissima e acuta recensione di Desy Icardi sul suo blog Papataridens a proposito di Il cuore in ballo

E tanti saluti da Bolzaretto Superiore!

mercoledì 29 novembre 2017

A Louisa May Alcott nel giorno del suo 185° compleanno: molte scuse e una bruciante accusa (anche da parte di Jo March)

Cara Louisa May, sappiamo tutti che la tua fama meritatissima e immortale è dovuta al romanzo Piccole donne, ma io oggi ti voglio parlare di Piccole donne crescono. 

Primo, per porgerti le mie sentite scuse per l'uso improprio che è stato fatto del titolo in questi quasi due secoli attraverso gli innumerevoli, abbietti e nauseanti plagi perpetrati da giornalisti senza fantasia né pudore: io quando vedo un articolo intitolato Piccoli *** crescono chiudo il pc, il tablet, il telefonino, il giornale, e mi do al giardinaggio per farmi passare i nervi.

Secondo, per rivolgerti l'eterna, dolorosa, inconsolabile accusa di tutte noi ragazze amiche delle ragazze March: ma come hai potuto? Come ti è venuto in mente un simile obbrobrio? Perché, cara Louisa May, perché quel tesoro di Laurie sposa la gattamorta Amy (e i suoi limoncelli canditi, limoncelle in salamoia nella versione che ha rallegrato la mia infanzia, regalandomi qualcosa in più su cui sognare - che mai saranno le limoncelle, per non parlare della salamoia?) e a Jo, eroina di tutte noi, tocca un vecchio professore tedesco povero, brutto e noiosissimo? Perché? Se ci tenevi tanto a scrivere la scena del rifiuto di Jo alla proposta di matrimonio di Laurie, non potevi sfogarti un po' con le sue disgrazie a New York e poi farli rincontrare maturati e belli, lei con i capelli ricresciuti e lui con la barba? Eh? Rispondi un po', ma ci vorranno delle motivazioni MOLTO convincenti per ottenere il nostro perdono.

Orchard House, Concord, dove nel 1968 fu scritto Piccole donne
Pensaci, lì nel paradiso degli scrittori dove hai sicuramente una posizione di prestigio e non ti perdi in sciocchezze e mondanità. Per consolarti posso dire che né Katharine Hepburn né June Allyson né Winona Ryder né qualsiasi altra attrice abbia incautamente accettato il ruolo di Jo arriverà mai all'altezza del modello. Lei è inarrivabile, con le sue mele in soffitta e i vestiti rammendati. Ma sicuramente anche lei molto incazzata con te per i motivi di cui sopra.   

martedì 28 novembre 2017

L'Italia come non l'avete mai vista: Elvis Malaj, Dal tuo terrazzo si vede casa mia

Elvis Malaj con Marco Lazzarotto alla libreria Pantaleon di Torino, 23/11/17
Da un incontro felice quasi sempre nasce qualcosa di bello: e questa volta dall'incontro tra Elvis Malaj, giovanissimo scrittore di origine albanese che vive in Italia da molti anni, e i "ragazzi di Racconti", come li chiama lui affettuosamente, è nato un libro piccino come dimensioni ma veramente felice e anche importante.

Felice perché i dodici racconti che lo compongono sono belli, interessanti, ben scritti e originali. Elvis Malaj è giovane e scrive come è giusto che faccia un giovane, ma è felicemente libero dai vezzi che rendono insopportabili, a mio gusto, tanti libri generazionali: niente impronta da scuola di scrittura, per me il peggiore tra i tanti difetti. Si sente che Malaj ha cercato la sua voce e l'ha trovata, ed è una voce forte, personalissima, che spero verrà confermata nelle prossime uscite. E' anche molto ironica e allo stesso tempo mite, attenta ai minimi dettagli, e riesce a risultare divertente anche nel raccontare minimalia.

Importante perché l'autore, che ascoltato dal vivo appare molto lucido e intelligente, riesce a imbastire storie brevissime che ci danno un quadro della vita di un ragazzo albanese (l'essere albanese è al centro di tutti tutti i racconti) alle prese con le difficoltà, gli aspetti buffi, le stranezze, i luoghi comuni e anche i pregiudizi che condizionano i rapporti con gli altri. E soprattutto le altre, le ragazze, universo amichevole e bizzarro con cui confrontarsi continuamente. Non ci sono lamentele né pietismi né rivendicazioni orgogliose, ma attraverso l'autoironia e la velocità di scrittura si rispecchia acutamente la società italiana, nei suoi difetti ma anche nei suoi pregi. Elvis Malaj ha un l'occhio tollerante di chi, più che giustamente, non ha complessi d'inferiorità e capisce benissimo con chi ha a che fare. 

I racconti sono ambientati in buona parte a Belluno dove l'autore, che ora risiede a Padova, ha trascorso alcuni anni, ma qualcuno anche in Albania. In Vorrei essere albanese, il cui incipit è davvero magistrale, il protagonista Marenglen (acronimo di Marx, Engels e Lenin) deve destreggiarsi con una banda di ragazzini ubriachi e razzisti, ma ha un asso nella manica: quando dovevo minacciare qualcuno non dicevo "chiamo i miei cugini albanesi", dicevo "chiamo la mia ragazza italiana". Da cui peraltro, alla fine riceve una lezioncina del tutto inaspettata. La vergine Maria tratta della controversa iniziazione sessuale di due adolescenti, mentre Il televisore è una doppia vicenda di abbandoni e ritrovamenti, tra Bakshim, un vecchio apparecchio televisivo fuori uso e la sua ragazza Maddalena, sul cui sfondo si intravede la gerarchia degli esclusi che mette in campo albanesi, romeni, marocchini e neri. L'incidente è quello che interrompe la prima cena tra Gjokë e Selvi, la ragazza di cui è sempre stato innamorato, risolvendo un equivoco. Scarpe, dedicato alla mia Albania e ambientato a Bajzë, paese di origine dell'autore, è la storia apparentemente farsesca e boccaccesca di Dedë, cameriere e puttaniere, delle sue scarpe, di un cane e di una ragazzina che va a scuola con la scarpe prestate dalla sorella, ma in controluce fa intuire una miseria che non è solo materiale. La nuova classe, il più tragico, laconico e bellissimo nella sua nervosa velocità, mette in scena l'ansia e lo spaesamenteo di un ragazzo diviso tra la difficoltà di inseririsi in un ambiente nuovo e la vita che preme tutt'intorno. L'uomo con la cravatta con un motivo a fiori forse è salvato da un colloquio ascoltato sull'autobus tra un'infermiera e una sua amica, mentre La Carriola, di nuovo di ambiente albanese, è la scabra rappresentazione di una solitudine infantile estrema. Straordinariamente complessa è la vicenda di Agron e Silvia, protagonisti di A pritni miq, due vitalissimi scriteriati che dopo essere fuggiti insieme per vivere un amore osteggiato dalla famiglia di lei, italiana quindicenne, sperimentano la potenza delle tradizioni albanesi in terra straniera sia nel bene che nel male, si amano, bisticciano e si rappacificano con dialoghi di esilarante semplicità e follia. Il lupo della steppa è ancora una conversazione casuale in treno tra Çoban, scrittore, e un signore pieno di buone intenzioni e di luoghi comuni, mentre Mrika non riesce a godersi le vacanze estive a Durrës. Morte di un personaggio è forse il mio preferito, e leggendolo si scopre il significato del geniale titolo del libro. Kastriot, il protagonista scrittore, per fare contenta sua madre si lancia in un'impresa azzardata e pericolosa, fa un incontro sorprendente con Veronica, il tutto mentre nella sua testa si agita la trama del romanzo che sta scrivendo. Le scene e i dialoghi che scandiscono gli incontri tra Kastriot e Veronica sono veramente straordinari, senza una sbavatura rendono plausibile l'assurdo acchiappando il lettore nelle loro spire.   
     
Elvis Malaj è veramente maestro nel narrare rovesciamenti fulminanti in pochissime parole, nel taglio della scena e della vicenda: senza mai seguire la stucchevole deriva carveriana, ma dimostrandosi semplicemente maestro nel saper chiudere al momento giusto. E mi ha fatto piacere scoprire che sono passata da Bajzë, il suo paese d'origine. Se fossi stata meno frettolosa, se mi fossi guardata meglio intorno, forse avrei incontrato qualche abitante del luogo che parlava italiano, disposto a intrecciare con me una delle meravigliose conversazioni che Elvis Malaj mette in bocca ai suoi personaggi.   

P.S. Alla presentazione si è parlato anche dell'orrore, stile aglio per i vampiri, che suscitano i racconti negli editori. So di ripetermi (e non me ne frega niente) in quanto appassionata di racconti sia come scrittrice che come lettrice. Ma non mi ero mai fermata a riflettere sul fatto che ormai si utilizzano eufemismi per la parola racconti, come se fosse un termine osceno. E' stata citata una quarta di copertina in cui si parlava di storie, ma naturalmente la scelta più sicura è short stories. Con quella si fa una doppia carambola e i racconti diventano quasi appetibili, visto che si può parlarne anche nella lingua ufficiale dell'Impero.  


domenica 26 novembre 2017

Tre scrittori, un cane, molte galline e due conigli: Auden - Isherwood - Spencer, Il diario di Sintra

Wystam Auden, Christoper Isherwood, Stephen Spender
Comincio con una lista di aggettivi, cioè quello che fa più orrore a qualsiasi scrittore che si rispetti: simpatico, amichevole, divertente, istruttivo, pettegolo, interessante. E' tutto questo e molto di più Il diario di Sintra scritto a sei mani da Chistoper Isherwood, Wystan Auden e Stephen Spender, più qualche intervento di Tony Hindman nel breve periodo che intercorre tra il 12 dicembre 1935 e il 5 febbraio del 1936, cui si aggiungono brani di diari privati e lettere di Humphrey Spender, James Stern e altri. Isherwood e Spender, insieme ai loro giovani innamorati Heinz Neddermayer e Tony Hindman, giunsero a Sintra con la speranza di comprare una casa non troppo cara in cui stabilirsi a vivere insieme. Wystam Auden li raggiunse in visita e fu coinvolto nella scrittura del diario, anche se non lo era nel progetto di vita comune che naufragò per una serie di tensioni e incomprensioni legate soprattutto ai due giovani Tony e Heinz, ma forse anche perché Sintra non era quello che si aspettavano. I complessi rapporti tra i due scrittori e i loro amici sono ben spiegati e illustrati nell'ottimo paratesto del curatore originario, Matthew Spender, nipote di Stephen, che comprende un'introduzione e una sezione dedicata a brevi biografie di tutte le persone che compaiono nel testo, mentre la traduzione e la cura dell'edizione italiana sono di Luca Scarlini.

Spender e Isherwood venivano dall'esperienza di anni a Berlino, e tutti quanti avevano ben chiaro che stavano vivendo un momento storico molto cupo e preoccupante, Hitler e Mussolini dominavano la scena politica, la possibilità di una guerra si intuiva già, ma curiosamente Salazar non suscitava lo stesso rifiuto degli altri dittatori, e comunque la vita in Portogallo evidentemente sembrava ancora sicura e libera. Ma queste ombre restano negli angoli dell'incantevole paesaggio di Sintra. Ben illuminata invece è la scena in cui si muovono gli scrittori nella variegata e esilarante comunità degli espatriati inglesi di Sintra. La vita mondana è intensa, e i nostri scrittori, già piuttosto noti, vengono accolti e invitati nelle varie case, dove si raccoglie un'umanità osservata e narrata con divertimento e il distacco sufficiente a rilevarne  tratti caratteristici e stranezze. In realtà molte delle persone di cui si parla erano intellettuali e scrittori tanto quanto gli autori del diario, ma visti nelle ciance a tavola o su una tazza di tè assumono l'aspetto di una gradevole banda di originali. Quella che domina è una passione per l'occulto e lo spiritismo. Ottime signore anziane raccontano particolari scabrosi delle loro vite precedenti, gli inviti per le sedute spiritiche fioccano, e i nuovi arrivati non si sottraggono. Registrano conversazioni e tic, dipingendo un quadro vivacissimo della vita a Sintra.

Accanto allo scambio di visite si svolgono altre attività, in particolare gite al Casinò di Estoril, dove
la passione per il gioco e per l'azzardo travolge alternativamente tutti i protagonisti. Poi c'è la popolazione locale, non solo i borghesi incontrati nei salotti, ma soprattutto le cameriere e le cuoche, il giardiniere, gli artigiani con cui è indispensabile interagire. Il cibo, i prezzi. E gli animali: il vorace cagnolino Teddy, le galline che muoiono a dozzine, i conigli che si riproducono secondo le aspettative, di cui si deve occupare Heinz che costruisce per loro sontuose cucce e casette. E i castelli, i panorami, le spiagge, Lisbona, tutto quello che nei brevi brani dei molti autori balza fuori dalle pagine con la forza della presa diretta. Il risultato, l'ho già detto, è irresistibile.

Io confesso che ho avuto una passioncella per Christopher Isherwood e l'ho letto con grande piacere, sia nelle sue opere giovanili che in quelle del periodo californiano. E' un autore che mi piace e questo sicuramente ha influito sul fatto che quando ho trovato il volume su una bancarella l'ho immediatamente comprato (senza grande sforzo, perché costava 1 euro - e non è vecchio, è uscito nel 2014). Inoltre ho di Sintra ricordi molto gradevoli di un posto davvero bello (tra i molti che vi hanno trascorso del tempo c'è anche H. C. Andersen). Ma secondo me risulta divertente anche per chi non ha mai letto niente dei tre autori, quello che lo rende così piacevole è la ricostruzione di un mondo, della vita di un gruppo di expat, certo svagati ma non abbastanza da non vedere quello che succedeva nel resto d'Europa.             

La traduzione è disinvolta a dir poco, spesso frettolosa. Avendolo letto nella versione cartacea sono stata colpita dai fastidiosi difetti nell'impaginazione (doppi spazi vistosi, cambiamenti di spaziatura tra i caratteri). Nell'insieme si sente molto la mancanza di un buon editing, il che dispiace perché il testo merita moltissimo e di questi tempi in cui il libro boccheggia e arranca, sarebbe doveroso curare de minimis.

martedì 21 novembre 2017

Eccolo qui, sta per arrivare: Il cuore in ballo, Buckfast Edizioni


Eccolo qui, è il decimo, è allegro, è bello, fa  venire voglia di ballare, fa ridere e fa piangere.

C'è Angelica, c'è Decembrina, c'é Jerry Vinzanola del Bronx, c'è Amapola, c'è don Ferruccio, c'è Porzia Milletarì, c'è Luca il carinissimo, c'è Ginni la donna vincente, e molti altri.

E soprattutto c'è Bolzaretto Superiore.

Spero che faccia piacere e piaccia.

Sta per arrivare, è vicino, vicinissimo.

Ne riparliamo!

lunedì 20 novembre 2017

La casa dell'infanzia è piena di storie e di segreti: Ismail Kadare, La bambola

Una breve nota a proposito dell'ultimo libro di Ismail Kadare, La bambola. Breve perché è brevissimo (127 pagine con molti spazi) e anche perché ho le idee un po' confuse al proposito, ma non voglio passarlo sotto silenzio. Suppongo sia tradotto dal francese perché ho letto che da quando si è trasferito in Francia, nel 1990, scrive in quella lingua (ma sulla questione delle traduzioni di Kadare leggete questo interessantissimo articolo di Francesca Spinelli), però l'ottima traduttrice Liljana Cuka Maksuti è albanese e vive a Roma. La scelta editoriale è di tacere sia sulla lingua d'origine che sul titolo e l'anno di pubblicazione originale. Va be', sarà un mistero in più ad avvolgere con le sue morbide spire La bambola.
Perché di un testo misterioso si tratta, o magari sono io che non ho capito niente.

Confesso che l'ho comprato perché si svolge a Argirocastro, bellissima città che a Kadare ha dato i natali e dove sorgeva la casa della sua famiglia paterna in cui si svolgono molti degli episodi che racconta. Distrutta da un incendio nel 1999, in seguito è stata ristrutturata (ma quando ci sono stata io, nel 2013 o 2014, non era ancora visibile). La casa è il centro della narrazione, molto più della madre (la bambola del titolo) che dovrebbe essere la protagonista. Ecco, per togliermi il dente dico subito che questa della madre mi è parsa la parte più debole del libro. Descritta come una bambola di carta, incapace di comprendere e di parlare, non si riesce bene a farsene un'idea anche se il figlio vuole fare capire come sia stata piegata e rachitizzata dalla vita. Entrata a diciassette anni nell'enorme casa della famiglia del marito (fornita persino di una prigione privata!), subito in silenzioso contrasto con la suocera, trascurata dal marito cui interessa solo fare continui lavori di ristrutturazione, pone ogni tanto timide e preoccupate domande al figlio, precoce nella scrittura e nella pubblicazione.

La parte che mi è piaciuta di più è proprio quella relativa alla vita e alle abitudini a Argirocastro negli
anni lontani della sua infanzia, ai rapporti tra gli abitanti, ai segreti delle grandi case, alcune delle quali ancora oggi perfettamente conservate, visitabili e veramente affascinanti (tra cui quella, modesta, di Henver Hoxha). Ci sono particolari divertenti e sorprendenti, e conferme, come per esempio l'inserimento e la vicinanza della popolazione zingara nella vita cittadina. Con pochi tratti Kadare dipinge una società per noi molto esotica, ed estremamente interessante.

Ma accanto ai ricordi dei genitori, dei nonni, fratelli zii ecc, Ismail Kadare srotola quelli che gli interessano assai di più, l'inizio della sua vocazione di scrittore, gli amici e poi via via i primi successi, i viaggi e i ritorni, le morti e gli amori. Si vede benissimo che in fondo l'argomento che lo appassiona è Ismail Kadare. C'è una certa reticenza forse dovuta a motivi autobiografici, e una frammentarietà che in certi punti riesce un po' fastidiosa. Ho avuto come l'impressione che procedesse un po' svagatamente, senza un preciso progetto. La traduzione è bella e fluida, ma in certi punti è difficile capire il senso: non so se questo effetto di vaghezza dipenda dal testo originale. Comunque la lettura è gradevole, piena di spunti interessanti, veloce e avvolgente. E se vi viene voglia di andare a Argirocastro, seguite l'impulso, ne vale la pena.    

domenica 19 novembre 2017

In ricordo di Elisabetta Chicco Vitzizzai

Questo è un post che non avrei mai voluto dover pubblicare. E mi viene in mente un solo modo per ricordare un'amica, una donna bellissima, una scrittrice tanto raffinata quanto ironica: parlare, e continuare a parlare, delle sue opere, cominciando dalla mia preferita.  

Il più bel vizio è la vita
Questa nuova fatica di Elisabetta Chicco Vitzizzai, pubblicata da Instar, è un libro agile che dà piacere a ogni parola, perché ogni parola è studiata e limata da una scrittura priva di qualsiasi sbavatura o compiacimento. Non si tratta di un romanzo ma della ricostruzione di un mondo perduto, la Torino (e dintorni) degli anni che stanno tra il ‘45 e gli anni ’60 del secolo scorso. L’autrice è figlia di un pittore, Riccardo Chicco, molto conosciuto a Torino sia per l’eccellenza delle sue opere (una è in copertina) che per essere stato un vero personaggio: nella parole della figlia fondamentalmente era un esteta e un pittore, accessoriamente un amante, sempre un seduttore. Marginalmente anche insegnante di storia dell’arte al liceo classico, dove io sono stata sua allieva. È naturale che la sua figura campeggi in queste pagine, ma in effetti non è l’unica né la principale. Tutta la famiglia della protagonista, una Elisabetta prima bambina poi adolescente, è dipinta con tratti nettissimi e precisi, e senza sconti. Sono pagine divertenti e divertite, abbastanza perfide. C’è la bella madre, piena di carattere ma del tutto priva di senso materno, c’è la zia Eva che mantiene la linea vivendo di whisky e sigarette, la tremenda zia Titina (la figura più esilarante e spaventosa) dedita alle opere di bene, gli zii, i vicini di casa, le figure di una Torino che si lascia alle spalle la guerra. 

È la Torino del Sollazzo Gastrico, della Turris Eburnea, della Tampa Lirica, dell’Escargot, nomi che forse non dicono molto ai più ma fanno sobbalzare chi quei tempi li ha vissuti o ne ha sentito parlare da zii e fratelli maggiori, l’altra faccia della Torino deprimente, grigio ostaggio della Fiat, in cui si aggirano personaggi trasgressivi e anticonformisti, come appunto Riccardo Chicco o Carol Rama e altri presentati dalle semplici iniziali. Torino è sempre stata assai più complessa e divertente di quel che il luogo comune voleva. Come supremamente divertenti sono gli episodi e i personaggi di questo libro, in apparenza svagato collage di ricordi, in realtà monumento alla distanza che permette di vedere un’epoca passata per quel che è, fuori dal compiacimento, dalla nostalgia. Non “come eravamo” ma “come erano”, bizzarri, ridicoli, cattivi, unici, umani, comunque nostri, e per fortuna che noi siamo diversi. Almeno fino a quando una nipote dalla penna intelligente, perfida e spiritosa come quella di Elisabetta Chicco Vitzizzai non deciderà, in un lontano futuro, di raccontarci. La parsimonia era una delle esecrabili virtù di famiglia. […] L’indole sospettosa e l’eccessiva precisione erano un’altra caratteristica di famiglia. […] Zia Luda sembrava una sedia liberty. Di quelle sedie allampanate, smunte, scivolate nei braccioli e nello schienale. […] Le due figlie di zia Luda, Mati e Matè, sembravano due poltrone imbottite, solide e goffe. […] La Cicci faceva un mestiere ormai in declino, la mantenuta. […] Zia Titina aveva una vera passione per le deformità e le collezionava si può dire con gusto ed esaltazione feticistici. Viene freddo al pensiero e insieme si scoppia a ridere.

Vedi anche L'amore come sai, Trasgressioni, Gli ossibuchi di Nietszche, Eros in bicicletta, Dio ride

mercoledì 15 novembre 2017

Gradisce un assaggino? Piccola anticipazione da "Il cuore in ballo", che sta per arrivare


            I love Paris in the springtime 
– I love Paris in the springtime – cantò Angelica, allacciandosi un paio di scarpe da ginnastica rosse con le stringhe bianche, – I love Paaaris trallala!
Dalla finestra aperta le rispose un allegro stridore di freni, sbattere di portiere e nervosismo di clacson. Un pullman rombò a tempo.
– I love Paris too – frusciarono i pneumatici sull'asfalto.
Che giornata magnifica, per Angelica. Che profumo di tigli e sambuchi saliva fino al sesto piano, a saperlo riconoscere, tra i fumi di scarico del corso. Che incantevole effluvio di felicità. Neanche il fetido sudore dei cassonetti verdi schierati lungo il marciapiedi riusciva a cancellarlo.
– La mer, qu'on voit danser… pom pom pom pom, a des reflets d'argent…
Perché mai sei così contenta, Angelica? Contaci un po', che fa piacere a tutti vedere una ragazza bella e felice in una mattina piena di sole.
– Que reste–t–il de nos amours, que reste–t–il de ces beaux jours…
Eh no, questa canzone non va bene. Conservala per una giornata d'autunno, quando il cielo sarà rigato di lacrime e il tuo cuore anche. Magari per quando avrai qualche capello bianco, un paio di rughe attorno alla bocca, lo sguardo più duro e persino un po' di cellulite sull'alto delle cosce, dove adesso i pantaloni bianchi scivolano disinvolti senza incontrare alcun impedimento.
Ma poi spiegami questo, Angi: dove le hai scovate delle tali anticaglie musicali? Da un rigattiere? Al Balun? Magari rovistando nella soffitta di tua nonna? O alla radio, nella rubrica L'angolo della nostalgia?
Nello zainetto trova posto l'agenda zeppa di foglietti scritti in fretta, il cellulare, un modesto portafogli – anche il contenuto è modesto –, un assorbente che non si sa mai, fazzoletti di carta, spazzola, matita per gli occhi, burro di cacao (non c'è bisogno di truccarsi tanto quando si hanno vent'anni e l'amore in tasca), ma anche, che cosa vedo? un paio di mutandine di ricambio, dentifricio e lo spazzolino da denti. Dove stai andando, Angelica? Se rispondi a lavorare, non ci crede nessuno.
Al portinaio che la salutava sorrise senza parole. Posta non ce n'era, ma tanto la notizia – l'unica notizia che importasse – era arrivata via email: vieni alla stazione domattina alle nove e trenta, salta sul treno che andiamo a Milano insieme. Je t'aime beaucoup, passeremo una notte in albergo – ho un  colloquio di lavoro, poi torniamo insieme e mi fermo da te per qualche giorno. Senza firma, ma ce n'è bisogno? Leo è qui. Leo mi vuole con sé. Leo arriva per amarmi e rendermi preziosa come il sole all'alba, come la luna di sera. Come una meringa, perché mi guarda affamato di me come fossi una meringa, bella piena di panna e bianca e dolce. Proprio lì in mezzo alle gambe Angelica si sente importante, unica. Non è lì che si concentra tutto? Come l'occhio del ciclone, come lo scarico della doccia in Psycho, come il centro del bersaglio quel punto magico attira tutto ciò che gli ruota intorno e lo inghiotte.
– L'ombelico del mondooo…
Adesso basta con le canzoni, Angelica.

– Tu capisci, Lori, una settimana intera senza dormire, tra amore, prove, amore, quel minimo di tempo per mangiare e dare un'occhiata al giornale, poi di nuovo amore, una volta siamo persino andati al cinema…
– Quando dici amore, intendi sesso?
– Ma che sesso! Era amore, estasi, purissimo elevarsi allo stato più alto dell'essere. Compenetrazione di anime e corpi, fusione perfetta.
– Quando dici compenetrazione, intendi penetrazione?
– Lori, come fai a non capire? Hai mai scopato con qualcuno che riesce a trasformare un banale coito in un'esperienza mistica?
– No, mai. Io sono una ragazza abbastanza fortunata. Quelli con cui scopo io sono brave persone, che prima si danno da fare poi gli viene voglia di due chiacchiere, due tenerezze, un caffè, una sigaretta, al massimo un grappino o uno spinello. Una volta uno ha voluto a tutti i costi andare a fare una passeggiata notturna lungo il Po, ma al secondo tossico ha capito che era meglio tornare indietro. Siamo andati in birreria e ha pagato lui.
– Beh… –. Angelica si scompigliò i capelli cortissimi e si sfregò gli occhi spargendosi il rimmel sulle guance. – Leo è diverso. Quando arriva è come se si appropriasse della mia vita e ne facesse un cartoccio. Ma è un cartoccio pieno di caramelle al miele.
Lori la guardò ammirata.
– E adesso, quando vi vedete?
– Chi lo sa? E' impegnato con uno spettacolo a Parigi per un mese, poi andrà in tournée. Io sono bloccata qui fino a settembre. Forse riusciremo a incontrarci per qualche giorno, ma…
– Ne avete parlato?
– Oh insomma! Lori, certe volte mi fai proprio scappare la pazienza. Non è una storia così, lasciamo tutto al caso, all'estro… Un giorno o l'altro mi telefona o mi manda un'email e io salto su un treno e lo raggiungo.
– E se sei tu a telefonargli?
Angelica tirò fuori diecimila lire, agitò lo scontrino verso il cameriere e pagò il conto. Ormai il loro tavolino era stato raggiunto dal sole e faceva troppo caldo per rimanere nella piazza polverosa, dove le vampe di afa stingevano la quinta di colline in una foschia giallastra.
– Adesso devo andare, scusa. Ti chiamo io appena ho tempo. Non ti offro un passaggio perché sono a piedi.
Ci sono volte in cui anche le migliori amiche sono più simpatiche nell'immaginazione che nella realtà. Angelica riconobbe che sarebbe stato molto meglio ripassare i ricordi da sola, invece che cercare di riassaporarli in un franco e intimo colloquio femminile.

Sotto la doccia, Angelica insaponava con furia le lunghe braccia magre, i gomiti a punta, le gambe muscolose, i piedi ossuti, il collo sottile (Sembri Alice quando il collo le cresce a dismisura, e il piccione grida: un serpente! un serpente! stai cercando di mangiare le mie uova! e non accetta ragioni, non vuole credere che sia una bambina), tutto tranne dove la memoria di Leo si è incisa a fuoco. Sui seni la spugna passa con cautela, tra le gambe esita a fregare. Solo a sfiorarli, la pelle comincia a pulsare, i capezzoli diventano sensibili, un calore dolente e inquieto si irradia giù per le cosce e su per il ventre dal centro di tutti i piaceri.
– Quando dici amore, intendi sesso?
E vaffanculo, Lori. Anche l'estasi di tutte le Sante Terese del mondo, con i loro occhi rovesciati, le frecce angeliche puntate verso il pube, il deliquio e il venire meno, sappiamo benissimo che cominciano proprio di lì, da quel punto rovente e capriccioso e vorace. Posso chiamare quello che voglio come voglio? Era sesso ma anche esperienza mistica. Te lo giuro, ho visto il sole roteare e le stelle, la luna, la via lattea, tutto quel che ti viene in mente di astronomico, in pieno giorno e in piena notte, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. Ho visto dio e la madonna e mio padre buonanima, ho capito il mistero dell'universo e l'origine del mondo. Tutto in una scopata, sì, proprio tutto nel dolce su e giù, in quella cosa che quando la faccio con Renato al massimo mi esce un sospiro – ah, sì amore – e invece con Leo mi lascia muta, pietrificata e santificata insieme, sciolta come un gelato in una sera d'agosto e trasparente come un ghiacciolo in gennaio. Non me lo spiego, ma è così.
Angelica si avvolse nell'asciugamano più ruvido che aveva, se lo sfregò sulla schiena, si asciugò in fretta e si rivestì in un baleno. Il minimo possibile. Mutandine, bermuda, canottiera e infradito. C'erano un sacco di cose da risolvere, dopo la vacanza d'amore. Due esami da preparare. Bollette, conti, scadenze, telefonate a cui rispondere, e soprattutto ricominciare a esercitarsi, trovarsi con i colleghi del gruppo, lavorare allo spettacolo che stavano allestendo, ma non era ancora il momento. Sdraiata sul parquet fresco, braccia e gambe aperte come una stella di mare dimenticata dalla marea, Angelica si sforzò di pensare.
– Quando dici compenetrazione, intendi penetrazione?

Piccola anticipazione da Il cuore in ballo  

lunedì 6 novembre 2017

Amici nella steppa: Jan Brokken, Il giardino dei cosacchi

Jan Brokken con Emilia Lodigiani, fondatrice delle edizioni Iperborea
Alla base del bel romanzo di Jan Brokken che racconta in prima persona l'amicizia tra Alexander von Wrangel e Fëdor Dostoevskij, ci sono le lettere che i due si sono scambiati, in parte conservate e utilizzate dall'autore per ricostruire l'amicizia che li legò negli anni trascorsi in Siberia e oltre. Giovanissimo magistrato von Wrangel che si trova a Semipalatinsk per scelta, poco più che trentenne Dostoevskij, prima ai lavori forzati poi confinato per motivi politici e già abbastanza noto come scrittore, il loro incontro diventa presto un'amicizia, protettiva da parte del più giovane nei confronti dell'amico più sfortunato.
Il giardino dei cosacchi da cui prende il titolo il romanzo è una dacia poco fuori dalla città dove gli amici trovano rifugio durante le bollenti estati siberiane, coltivando il giardino e l'orto, ricevendo donne e ragazze, fumando pipe tranquille e parlando di sé, della vita e del mondo, proprio come ci si può immaginare due personaggi della letteratura russa, sempre impegnati in eterne discussioni sui massimi sistemi.

Ma siccome sono maschi giovani parlano molto anche d'amore e delle donne che amano. Ecco, le donne in questo libro meritano un discorso a parte. Possiamo dire che non ne escono benissimo. Si dividono grosso modo in due categorie: le prostitute e le adultere. Ora io non penso che l'appartenenza a nessuna delle due categorie abbia qualcosa di disdicevole, anzi, è indice di intraprendenza, coscienza del proprio valore e curiosità, ma qui, essendo il punto di vista esclusivamente maschile, il risultato è un po' riduttivo. Alla prima categoria appartengono le ragazze siberiane, tutte pronte a vendersi per qualche copeco e in genere (con eccezioni come la povera e bellissima Marina O) piuttosto allegre e sfrenate; mentre della seconda fanno parte le donne amate dai protagonisti. Entrambe di ottima famiglia, sposate e madri (Madame X, l'oggetto della passione di von Wrangel, ha sei figli), maggiori di età, si giostrano disinvolte tra amanti (numerosi), mariti e obblighi familiari e mondani, mentre i due amici spasimano, soffrono e le inseguono nelle steppe della Siberia e poi a Pietroburgo, dove alla fine arrivano tutti. E intanto si scambiano buoni consigli, cercando di scoraggiarsi a vicenda perché ognuno dei due è convinto che la donna dell'amico non sia adatta né degna di lui.

Poi ci sono i matrimoni, ma non voglio raccontare troppo qui. Man mano che la vita li allontana sono le lettere a tenerli uniti, e sporadici incontri. Intanto vediamo anche la genesi di alcune opere di Dostoevskij, e il suo rapporto con la scrittura. Vale assolutamente la pena di leggere il romanzo, che comincia un po' sottotono (l'autore deve darci una certa mole di informazioni per poter muovere i suoi personaggi) ma poi decolla e acchiappa e ci trascina sulle strade della steppa, nei salotti rococò della capitale, nelle dacie solitarie e nelle vie polverose delle cittadine siberiane.
Un accurato apparato di note e un paio di mappe aiutano il lettore chiarendo molti nodi, mentre la    
bella traduzione è di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo.

mercoledì 25 ottobre 2017

Di che cosa chiacchierano gli scheletri tra di loro: Yu Hua, Il settimo giorno

Un altro amore importante che non frequentavo dai tempi di Brothers e Arricchirsi è glorioso è Yu Hua, i cui romanzi preferiti per me rimangono Vivere! e Cronache di un venditore di sangue. Ora ho letto Il settimo giorno, strano racconto ambientato in un aldilà dall'atmosfera soffice, ovattata, in cui i morti privi di tomba sono respinti dalla Camera Ardente, crematorio oltre il quale c'è l'eterno riposo concesso solo a coloro che dispongo della proprietà tombale, metafora di un capitalismo che non ha pietà per i nullatenenti, e si aggirano scambiandosi narrazioni della propria vita e della propria morte. Tra di essi c'è anche il protagonista, Yang Fei, morto senza rendersene conto.

I defunti che si incontrano in questo luogo privo di confini e di caratteristiche hanno una loro concretezza materiale, sono scheletri di cui si può intuire se sono morti di recente o da lungo tempo dalla carne che ancora si trova attaccata alle ossa, indossano vestiti e chi, come Yang Fei, non ha nessuno che lo pianga, porta al braccio una fascia nera da lutto. E sono molti i personaggi in cui Yang Fei si imbatte, confusi e incerti, in cerca di un'identità. Smarriti in un limbo senz'aria, si chiedono l'un l'altro: chi sono io? e chi sei tu? Tra tutti spicca la luminosa figura del padre adottivo, capostazione attaccato al lavoro e al dovere, esempio di amore disinteressato, altruista e totale, che letteralmente rinuncia due volte a vivere per un figlio che non è suo. D'altra parte la vita di Yang Fei è dominata dal caso, dalla grottesca nascita alla morte senza preavviso, all'amore non cercato e presto perso.

Gli altri personaggi, una miriade tra cui molti suicidi, sono i più disparati, dai bambini buttati nel fiume che cantano come uccellini alla vicemadre del protagonista, spesso toccati da una vena grottesca e surreale, come Topina che si suicida perché il fidanzato le ha regalato un iPhone taroccato e si cuce da sola la veste funebre, ma accomunati da una dolce e affettuosa solidarietà che contrasta con la durezza, la freddezza e la pericolosità del mondo dei vivi. Dove si verificano fatti spaventosi e incontrollati come gli abbattimenti forzati di immobili, mentre le campagne si trasformano in periferie, i centri commerciali prendono fuoco e i ristoranti scoppiano, in un accumulo dove si riconosce la predilezione di Yu Hua per il grottesco, il surreale, il favoloso, l'ironia e naturalmente, come tutti sottolineano sempre, la critica al capitalismo in salsa socialista alla cinese e all'"auri sacra fames" che divora l'ex patria dell'ugualitarismo maoista.

Un romanzo piuttosto veloce con aspetti molto godibili, come la rappresentazione del limbo degl'insepolti, ma mio parere un po' frammentario, meno coinvolgente di altre opere di Yu Hua, e molto pessimista. Però forse questo dipende dal fatto l'ho letto male, senza mai immergermi totalmente e abbandonarmi alla storia, cosa che in questo periodo, per motivi contingenti, mi riesce molto difficile. Comunque, Il settimo giorno è un romanzo che vale sicuramente la pena di leggere.
Bella traduzione di Silvia Pozzi.         

mercoledì 18 ottobre 2017

Il vero amore supera anche le delusioni: Orhan Pamuk, La donna dai capelli rossi

Confesso che mai avrei pensato di poter scrivere quello che sto scrivendo, ma La donna dai capelli rossi (traduzione di Barbara La Rosa Salim) del mio amatissimo Orhan Pamuk non mi è piaciuto per niente. E dirò di più, non mi è interessato per niente, ma questo può dipendere da un mio limite, il fatto che il tema centrale mi ha lasciata freddina. La storia è presto detta, evitando lo spoiler sul finale che comunque qualsiasi lettore appena sveglio (nel senso letterale di non addormentato durante la lettura) si può immaginare senza difficoltà: il protagonista Cem, adolescente borghese che parla in prima persona, abbandonato dal padre militante marxista, per potersi mantenere agli studi passa un'estate come aiutante di uno scavapozzi, Mahmut Usta, in una località di campagna, Öngarën.

Tra i due si stabilisce uno stretto rapporto, e si raccontano a vicenda storie ossessivamente legate al tema padre - figlio, dichiarato fin dalla prima pagina. Cem racconta l'Edipo di Sofocle, Mahmut Usta il Rostam e Sohrab di Firdusi stabilendo l'inizio di una contrapposizione che è il tema di tutto il libro. La sera i due hanno l'abitudine di recarsi al villaggio a prendere un tè. Qui Cem vede una donna per strada e zac! se ne innamora perdutamente. Avrebbe anche un nome, ma Pamuk decide di chiamarla per tutto il libro la Donna dai Capelli Rossi, il che non aiuta a rendere più credibile e coinvolgente la storia. Il destino fa i suoi giochi, e molti anni dopo Cem, diventato un imprenditore edile di successo, torna a Öngarën,


dove tutto è cambiato, Istanbul si è tanto allargata che la campagna è diventata periferia residenziale, ma comunque i nodi si sciolgono e nell'ultima parte è la Donna dai Capelli Rossi a parlare in prima persona, fornendo la sua chiave di interpretazione dei fatti. I temi di fondo, molto insistiti e ribaditi in dialoghi piuttosto innaturali, esprimono tutti un contrasto o un confronto: padre - figlio, ubbidienza - libertà, oriente - occidente, laicismo europeizzato - fede in dio, modernità - ubbidienza.

In realtà il romanzo è pieno dei temi tipici di Pamuk che riaffiorano qua e là: i lavori scomparsi, l'allargarsi irrefrenabile di Istanbul (La stranezza che ho nella mente), le antiche miniature persiane (Il mio nome è Rosso), la contrapposizione oriente-occidente (Il castello bianco), i movimenti politici e i colpi di stato (La casa del silenzio), la donna vagheggiata, elusiva, misteriosa e in fondo  inconsistente (Il museo dell'innocenza), con una variante perché qui la donna parla, il sottosuolo, fa una comparsa stile "cameo" per iniziati persino l'occhio in cielo che tutto segue (Il libro nero), non manca qualche cenno al cinema turco della Yeşilçam (Il museo dell'innocenza) ma per qualche ragione mancano di seduzione.

Ma mancano anche i motivi fondamentali per cui Orhan Pamuk è diventato uno degli autori che amo e ammiro di più: l'ineffabile e meravigliosa sensazione di nostalgia che pervadeva gli altri romanzi, anche quelli per me incomprensibili (l'inverno silenzioso di Kars (Neve), il capitolo decimo di Istanbul, le strade struggenti dell'Anatolia in La nuova vita, gli squarci meravigliosi come la descrizione del Bosforo prosciugato in Il libro nero), e soprattutto manca la bellissima scrittura, le frasi così necessarie e perfette da far venire voglia di accucciarvisi dentro. In parte dipende certo dalla traduzione piuttosto piatta (ovvio che non mi riferisco alla sicuramente ottima conoscenza del turco della traduttrice, ma all'italiano in cui si esprime), ma anche il testo iniziale non è eccezionale, pieno di ripetizioni come se l'autore avesse paura che il lettore non capisca bene, frettoloso in certe parti e sbrodolato in altre (per esempio tutta la prima parte a Öngarën è francamente noiosa).

Certo non rinnego il mio amore per Orhan Pamuk, né mai mi pentirò di tutto quello che ho fatto al suo inseguimento. Mi limito a dire che se il nostro incontro fosse cominciato con questo libro non ne avrei letti altri, ma so per certo che avrei fatto malissimo: come tutti i veri amori il nostro è fatto di alti e bassi, di momenti di incomprensione e riavvicinamenti, e adesso aspetto con fiducia e piacere anticipato il prossimo regalo di riappacificazione da parte del mio amato. A uno che ha scritto Neve Istanbul, Il museo dell'innocenza e Il mio nome è Rosso posso perdonare qualsiasi cosa. 

mercoledì 11 ottobre 2017

Ill professore che amava la musica: Orazio Di Mauro, Il principio della minima azione

Insolito nei contenuti e nel modo di affrontarli, 
Il principio della minima azione di Orazio Di Mauro (con prefazione di Giancarlo Genta) è un romanzo breve, veloce e dinamico come una jam session tra amici.  

L'autore ha insegnato a lungo fisica nelle scuole superiori, come il protagonista Michele Owen che racconta in prima persona. La trama è ingannevolmente semplice: un gruppo di maturi ex musicisti - o forse è meglio dire di ex giovani aspiranti musicisti - si dà da fare per rimettere insieme la band giovanile che, a suo tempo, ha prodotto un singolo, Sonia, che ha conosciuto un certo successo alla fine degli anni sessanta. Siamo nel 1994, la vita dei quattro componenti della band è cambiata, ma la richiesta di suonare la canzone per un motivo molto romantico, i vent'anni di matrimonio di una coppia che si è innamorata su quelle note (e guarda caso la donna si chiama proprio Sonia), li riporta improvvisamente al passato.

La narrazione si dipana su due piani: da una parte le dinamiche scatenate dall'incontro con gli amici di gioventù, il rimescolio di ricordi e rapporti non risolti, le reazioni dei familiari di Michele, ovviamente coinvolti nell'avventura; dall'altra il resoconto ironico e disincantato delle lezioni in cui l'insegnante si sforza di far capire ai suoi allievi, recalcitranti o annoiati, le leggi della fisica con esempi tratti dall'esperienza quotidiana, e l'applicazione delle medesime leggi, nella fattispecie quella del titolo, ai casi della vita. L'esperienza diretta dell'autore gli permette di tratteggiare le scene di vita scolastica con efficace e divertito realismo. 

Non farò a Il principio della minima azione il torto di rivelare troppo degli scarni fatti: anche se il pregio del libro non sta nell'intreccio, c'è una traccia di mistero che non va anticipato né rivelato. Ma il piacere della lettura di questo romanzo sta nella prosa vivace e frizzante, percorsa da un'ironia che sa trasformarsi, quando ci vuole, in sarcasmo gentile (vedi la descrizione della madre dell'allievo con i jeans stracciati) o in un pudico abbandono alla nostalgia dei ricordi, dei sogni e delle passioni della gioventù. Le pagine, dense di dialoghi, sono costellate di osservazioni e riflessioni sulla società e sulla vita, ondeggiando in un continuo confronto tra realtà attuale e aspettative giovanili. Un grande pregio è che Michele Owen dà al lettore gli strumenti ma nessuna chiave, lasciandolo libero a interpretare la storia.          

domenica 8 ottobre 2017

La dura vita delle sorelle Hillock: Beverly Jensen, Il mondo oltre la baia

Ho comprato Il mondo oltre la baia (traduzione di Massimo Ortello) incuriosita dalle informazioni sull'autrice, Beverly Jensen, di questa opera postuma, una storia familiare trattata in forma di romanzo, che si ispira alla vita della madre, Idella Hillock, e della zia, Avis, dalla loro infanzia alla morte.

La vicenda inizia nel 1916 sulle coste del Canada e si conclude negli Stati Uniti, nel 1987. E' una storia corposa anche se frammentaria, che alterna momenti appassionanti con altri abbastanza noiosi, in quanto la vita delle due sorelle non ha molto di eccezionale, soprattutto quella di Idella, indiscussa protagonista. Interessante la descrizione della vita durissima e abbastanza selvaggia che la famiglia Hillock conduce in Canada, dove la madre muore prematuramente di parto lasciando tre figli, un maschio di cui non si parla molto, e le due sorelline di sette e otto anni. Il padre coltiva patate e pesca aragoste per mantenere la famiglia, beve e cerca di consolarsi come può con la ragazza assunta per occuparsi della casa. Crescendo, Idella non ce la fa più e si trasferisce in Maine, dove lavora come cameriera finché si sposa, ha quattro figlie, per poi dedicarsi alla gestione di uno spaccio commerciale. Si intrecciano alla sua storia quella del marito e della sua famiglia (uno dei personaggi più riusciti è la futura suocera, descritta nel primo, temutissimo invito a cena della fidanzata del figlio), e di altre persone le cui vite si incrociano con quelle delle due sorelle, c'è uno stralunato funerale e una rapina quasi comica, ma insomma l'insieme non convince del tutto e forse non tiene.  

Qui vorrei fare un  discorso che non so quanto possa interessare chi legge questa recensione, e soprattutto mi coinvolge in prima persona come scrittrice. E' chiaro, leggendo queste 368 pagine, che si tratta di parti slegate messe insieme dai curatori per farne un romanzo compiuto, perché ci sono episodi molto dilatati (la storia della francese Maddie, la rapina, il funerale) e parti assai più riassuntive, esplicative. Ora, questa è una tecnica che ho usato in parecchi dei miei libri (Irene a mosaico, Il cuore in ballo, l'inedito La danza dei fantasmi) anzi, l'ho portato molto più in là inserendo volutamente degli scarti narrativi, degli incisi, delle pause che sicuramente sconcertano il lettore, quindi dicendo che secondo me in questo romanzo, dove dopo tutto non ci sono scarti ma solo cambiamenti di ritmo, non fuziona molto, mi do la zappa sui piedi. Però questa è stata la mia impressione generale. Un romanzo molto ben scritto, con spunti interessanti, ma un po' piatto, senz'anima. Comunque consigliabile a chi ama le storie familiari, i rapporti complessi, le vicende quotidiane, e un'ambientazione curata.