martedì 21 novembre 2017

Eccolo qui, sta per arrivare: Il cuore in ballo, Buckfast Edizioni


Eccolo qui, è il decimo, è allegro, è bello, fa  venire voglia di ballare, fa ridere e fa piangere.

C'è Angelica, c'è Decembrina, c'é Jerry Vinzanola del Bronx, c'è Amapola, c'è don Ferruccio, c'è Porzia Milletarì, c'è Luca il carinissimo, c'è Ginni la donna vincente, e molti altri.

E soprattutto c'è Bolzaretto Superiore.

Spero che faccia piacere e piaccia.

Sta per arrivare, è vicino, vicinissimo.

Ne riparliamo!

lunedì 20 novembre 2017

La casa dell'infanzia è piena di storie e di segreti: Ismail Kadare, La bambola

Una breve nota a proposito dell'ultimo libro di Ismail Kadare, La bambola. Breve perché è brevissimo (127 pagine con molti spazi) e anche perché ho le idee un po' confuse al proposito, ma non voglio passarlo sotto silenzio. Suppongo sia tradotto dal francese perché ho letto che da quando si è trasferito in Francia, nel 1990, scrive in quella lingua (ma sulla questione delle traduzioni di Kadare leggete questo interessantissimo articolo di Francesca Spinelli), però l'ottima traduttrice Liljana Cuka Maksuti è albanese e vive a Roma. La scelta editoriale è di tacere sia sulla lingua d'origine che sul titolo e l'anno di pubblicazione originale. Va be', sarà un mistero in più ad avvolgere con le sue morbide spire La bambola.
Perché di un testo misterioso si tratta, o magari sono io che non ho capito niente.

Confesso che l'ho comprato perché si svolge a Argirocastro, bellissima città che a Kadare ha dato i natali e dove sorgeva la casa della sua famiglia paterna in cui si svolgono molti degli episodi che racconta. Distrutta da un incendio nel 1999, in seguito è stata ristrutturata (ma quando ci sono stata io, nel 2013 o 2014, non era ancora visibile). La casa è il centro della narrazione, molto più della madre (la bambola del titolo) che dovrebbe essere la protagonista. Ecco, per togliermi il dente dico subito che questa della madre mi è parsa la parte più debole del libro. Descritta come una bambola di carta, incapace di comprendere e di parlare, non si riesce bene a farsene un'idea anche se il figlio vuole fare capire come sia stata piegata e rachitizzata dalla vita. Entrata a diciassette anni nell'enorme casa della famiglia del marito (fornita persino di una prigione privata!), subito in silenzioso contrasto con la suocera, trascurata dal marito cui interessa solo fare continui lavori di ristrutturazione, pone ogni tanto timide e preoccupate domande al figlio, precoce nella scrittura e nella pubblicazione.

La parte che mi è piaciuta di più è proprio quella relativa alla vita e alle abitudini a Argirocastro negli
anni lontani della sua infanzia, ai rapporti tra gli abitanti, ai segreti delle grandi case, alcune delle quali ancora oggi perfettamente conservate, visitabili e veramente affascinanti (tra cui quella, modesta, di Henver Hoxha). Ci sono particolari divertenti e sorprendenti, e conferme, come per esempio l'inserimento e la vicinanza della popolazione zingara nella vita cittadina. Con pochi tratti Kadare dipinge una società per noi molto esotica, ed estremamente interessante.

Ma accanto ai ricordi dei genitori, dei nonni, fratelli zii ecc, Ismail Kadare srotola quelli che gli interessano assai di più, l'inizio della sua vocazione di scrittore, gli amici e poi via via i primi successi, i viaggi e i ritorni, le morti e gli amori. Si vede benissimo che in fondo l'argomento che lo appassiona è Ismail Kadare. C'è una certa reticenza forse dovuta a motivi autobiografici, e una frammentarietà che in certi punti riesce un po' fastidiosa. Ho avuto come l'impressione che procedesse un po' svagatamente, senza un preciso progetto. La traduzione è bella e fluida, ma in certi punti è difficile capire il senso: non so se questo effetto di vaghezza dipenda dal testo originale. Comunque la lettura è gradevole, piena di spunti interessanti, veloce e avvolgente. E se vi viene voglia di andare a Argirocastro, seguite l'impulso, ne vale la pena.    

domenica 19 novembre 2017

In ricordo di Elisabetta Chicco Vitzizzai

Questo è un post che non avrei mai voluto dover pubblicare. E mi viene in mente un solo modo per ricordare un'amica, una donna bellissima, una scrittrice tanto raffinata quanto ironica: parlare, e continuare a parlare, delle sue opere, cominciando dalla mia preferita.  

Il più bel vizio è la vita
Questa nuova fatica di Elisabetta Chicco Vitzizzai, pubblicata da Instar, è un libro agile che dà piacere a ogni parola, perché ogni parola è studiata e limata da una scrittura priva di qualsiasi sbavatura o compiacimento. Non si tratta di un romanzo ma della ricostruzione di un mondo perduto, la Torino (e dintorni) degli anni che stanno tra il ‘45 e gli anni ’60 del secolo scorso. L’autrice è figlia di un pittore, Riccardo Chicco, molto conosciuto a Torino sia per l’eccellenza delle sue opere (una è in copertina) che per essere stato un vero personaggio: nella parole della figlia fondamentalmente era un esteta e un pittore, accessoriamente un amante, sempre un seduttore. Marginalmente anche insegnante di storia dell’arte al liceo classico, dove io sono stata sua allieva. È naturale che la sua figura campeggi in queste pagine, ma in effetti non è l’unica né la principale. Tutta la famiglia della protagonista, una Elisabetta prima bambina poi adolescente, è dipinta con tratti nettissimi e precisi, e senza sconti. Sono pagine divertenti e divertite, abbastanza perfide. C’è la bella madre, piena di carattere ma del tutto priva di senso materno, c’è la zia Eva che mantiene la linea vivendo di whisky e sigarette, la tremenda zia Titina (la figura più esilarante e spaventosa) dedita alle opere di bene, gli zii, i vicini di casa, le figure di una Torino che si lascia alle spalle la guerra. 

È la Torino del Sollazzo Gastrico, della Turris Eburnea, della Tampa Lirica, dell’Escargot, nomi che forse non dicono molto ai più ma fanno sobbalzare chi quei tempi li ha vissuti o ne ha sentito parlare da zii e fratelli maggiori, l’altra faccia della Torino deprimente, grigio ostaggio della Fiat, in cui si aggirano personaggi trasgressivi e anticonformisti, come appunto Riccardo Chicco o Carol Rama e altri presentati dalle semplici iniziali. Torino è sempre stata assai più complessa e divertente di quel che il luogo comune voleva. Come supremamente divertenti sono gli episodi e i personaggi di questo libro, in apparenza svagato collage di ricordi, in realtà monumento alla distanza che permette di vedere un’epoca passata per quel che è, fuori dal compiacimento, dalla nostalgia. Non “come eravamo” ma “come erano”, bizzarri, ridicoli, cattivi, unici, umani, comunque nostri, e per fortuna che noi siamo diversi. Almeno fino a quando una nipote dalla penna intelligente, perfida e spiritosa come quella di Elisabetta Chicco Vitzizzai non deciderà, in un lontano futuro, di raccontarci. La parsimonia era una delle esecrabili virtù di famiglia. […] L’indole sospettosa e l’eccessiva precisione erano un’altra caratteristica di famiglia. […] Zia Luda sembrava una sedia liberty. Di quelle sedie allampanate, smunte, scivolate nei braccioli e nello schienale. […] Le due figlie di zia Luda, Mati e Matè, sembravano due poltrone imbottite, solide e goffe. […] La Cicci faceva un mestiere ormai in declino, la mantenuta. […] Zia Titina aveva una vera passione per le deformità e le collezionava si può dire con gusto ed esaltazione feticistici. Viene freddo al pensiero e insieme si scoppia a ridere.

Vedi anche L'amore come sai, Trasgressioni, Gli ossibuchi di Nietszche, Eros in bicicletta, Dio ride

mercoledì 15 novembre 2017

Gradisce un assaggino? Piccola anticipazione da "Il cuore in ballo", che sta per arrivare


            I love Paris in the springtime 
– I love Paris in the springtime – cantò Angelica, allacciandosi un paio di scarpe da ginnastica rosse con le stringhe bianche, – I love Paaaris trallala!
Dalla finestra aperta le rispose un allegro stridore di freni, sbattere di portiere e nervosismo di clacson. Un pullman rombò a tempo.
– I love Paris too – frusciarono i pneumatici sull'asfalto.
Che giornata magnifica, per Angelica. Che profumo di tigli e sambuchi saliva fino al sesto piano, a saperlo riconoscere, tra i fumi di scarico del corso. Che incantevole effluvio di felicità. Neanche il fetido sudore dei cassonetti verdi schierati lungo il marciapiedi riusciva a cancellarlo.
– La mer, qu'on voit danser… pom pom pom pom, a des reflets d'argent…
Perché mai sei così contenta, Angelica? Contaci un po', che fa piacere a tutti vedere una ragazza bella e felice in una mattina piena di sole.
– Que reste–t–il de nos amours, que reste–t–il de ces beaux jours…
Eh no, questa canzone non va bene. Conservala per una giornata d'autunno, quando il cielo sarà rigato di lacrime e il tuo cuore anche. Magari per quando avrai qualche capello bianco, un paio di rughe attorno alla bocca, lo sguardo più duro e persino un po' di cellulite sull'alto delle cosce, dove adesso i pantaloni bianchi scivolano disinvolti senza incontrare alcun impedimento.
Ma poi spiegami questo, Angi: dove le hai scovate delle tali anticaglie musicali? Da un rigattiere? Al Balun? Magari rovistando nella soffitta di tua nonna? O alla radio, nella rubrica L'angolo della nostalgia?
Nello zainetto trova posto l'agenda zeppa di foglietti scritti in fretta, il cellulare, un modesto portafogli – anche il contenuto è modesto –, un assorbente che non si sa mai, fazzoletti di carta, spazzola, matita per gli occhi, burro di cacao (non c'è bisogno di truccarsi tanto quando si hanno vent'anni e l'amore in tasca), ma anche, che cosa vedo? un paio di mutandine di ricambio, dentifricio e lo spazzolino da denti. Dove stai andando, Angelica? Se rispondi a lavorare, non ci crede nessuno.
Al portinaio che la salutava sorrise senza parole. Posta non ce n'era, ma tanto la notizia – l'unica notizia che importasse – era arrivata via email: vieni alla stazione domattina alle nove e trenta, salta sul treno che andiamo a Milano insieme. Je t'aime beaucoup, passeremo una notte in albergo – ho un  colloquio di lavoro, poi torniamo insieme e mi fermo da te per qualche giorno. Senza firma, ma ce n'è bisogno? Leo è qui. Leo mi vuole con sé. Leo arriva per amarmi e rendermi preziosa come il sole all'alba, come la luna di sera. Come una meringa, perché mi guarda affamato di me come fossi una meringa, bella piena di panna e bianca e dolce. Proprio lì in mezzo alle gambe Angelica si sente importante, unica. Non è lì che si concentra tutto? Come l'occhio del ciclone, come lo scarico della doccia in Psycho, come il centro del bersaglio quel punto magico attira tutto ciò che gli ruota intorno e lo inghiotte.
– L'ombelico del mondooo…
Adesso basta con le canzoni, Angelica.

– Tu capisci, Lori, una settimana intera senza dormire, tra amore, prove, amore, quel minimo di tempo per mangiare e dare un'occhiata al giornale, poi di nuovo amore, una volta siamo persino andati al cinema…
– Quando dici amore, intendi sesso?
– Ma che sesso! Era amore, estasi, purissimo elevarsi allo stato più alto dell'essere. Compenetrazione di anime e corpi, fusione perfetta.
– Quando dici compenetrazione, intendi penetrazione?
– Lori, come fai a non capire? Hai mai scopato con qualcuno che riesce a trasformare un banale coito in un'esperienza mistica?
– No, mai. Io sono una ragazza abbastanza fortunata. Quelli con cui scopo io sono brave persone, che prima si danno da fare poi gli viene voglia di due chiacchiere, due tenerezze, un caffè, una sigaretta, al massimo un grappino o uno spinello. Una volta uno ha voluto a tutti i costi andare a fare una passeggiata notturna lungo il Po, ma al secondo tossico ha capito che era meglio tornare indietro. Siamo andati in birreria e ha pagato lui.
– Beh… –. Angelica si scompigliò i capelli cortissimi e si sfregò gli occhi spargendosi il rimmel sulle guance. – Leo è diverso. Quando arriva è come se si appropriasse della mia vita e ne facesse un cartoccio. Ma è un cartoccio pieno di caramelle al miele.
Lori la guardò ammirata.
– E adesso, quando vi vedete?
– Chi lo sa? E' impegnato con uno spettacolo a Parigi per un mese, poi andrà in tournée. Io sono bloccata qui fino a settembre. Forse riusciremo a incontrarci per qualche giorno, ma…
– Ne avete parlato?
– Oh insomma! Lori, certe volte mi fai proprio scappare la pazienza. Non è una storia così, lasciamo tutto al caso, all'estro… Un giorno o l'altro mi telefona o mi manda un'email e io salto su un treno e lo raggiungo.
– E se sei tu a telefonargli?
Angelica tirò fuori diecimila lire, agitò lo scontrino verso il cameriere e pagò il conto. Ormai il loro tavolino era stato raggiunto dal sole e faceva troppo caldo per rimanere nella piazza polverosa, dove le vampe di afa stingevano la quinta di colline in una foschia giallastra.
– Adesso devo andare, scusa. Ti chiamo io appena ho tempo. Non ti offro un passaggio perché sono a piedi.
Ci sono volte in cui anche le migliori amiche sono più simpatiche nell'immaginazione che nella realtà. Angelica riconobbe che sarebbe stato molto meglio ripassare i ricordi da sola, invece che cercare di riassaporarli in un franco e intimo colloquio femminile.

Sotto la doccia, Angelica insaponava con furia le lunghe braccia magre, i gomiti a punta, le gambe muscolose, i piedi ossuti, il collo sottile (Sembri Alice quando il collo le cresce a dismisura, e il piccione grida: un serpente! un serpente! stai cercando di mangiare le mie uova! e non accetta ragioni, non vuole credere che sia una bambina), tutto tranne dove la memoria di Leo si è incisa a fuoco. Sui seni la spugna passa con cautela, tra le gambe esita a fregare. Solo a sfiorarli, la pelle comincia a pulsare, i capezzoli diventano sensibili, un calore dolente e inquieto si irradia giù per le cosce e su per il ventre dal centro di tutti i piaceri.
– Quando dici amore, intendi sesso?
E vaffanculo, Lori. Anche l'estasi di tutte le Sante Terese del mondo, con i loro occhi rovesciati, le frecce angeliche puntate verso il pube, il deliquio e il venire meno, sappiamo benissimo che cominciano proprio di lì, da quel punto rovente e capriccioso e vorace. Posso chiamare quello che voglio come voglio? Era sesso ma anche esperienza mistica. Te lo giuro, ho visto il sole roteare e le stelle, la luna, la via lattea, tutto quel che ti viene in mente di astronomico, in pieno giorno e in piena notte, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. Ho visto dio e la madonna e mio padre buonanima, ho capito il mistero dell'universo e l'origine del mondo. Tutto in una scopata, sì, proprio tutto nel dolce su e giù, in quella cosa che quando la faccio con Renato al massimo mi esce un sospiro – ah, sì amore – e invece con Leo mi lascia muta, pietrificata e santificata insieme, sciolta come un gelato in una sera d'agosto e trasparente come un ghiacciolo in gennaio. Non me lo spiego, ma è così.
Angelica si avvolse nell'asciugamano più ruvido che aveva, se lo sfregò sulla schiena, si asciugò in fretta e si rivestì in un baleno. Il minimo possibile. Mutandine, bermuda, canottiera e infradito. C'erano un sacco di cose da risolvere, dopo la vacanza d'amore. Due esami da preparare. Bollette, conti, scadenze, telefonate a cui rispondere, e soprattutto ricominciare a esercitarsi, trovarsi con i colleghi del gruppo, lavorare allo spettacolo che stavano allestendo, ma non era ancora il momento. Sdraiata sul parquet fresco, braccia e gambe aperte come una stella di mare dimenticata dalla marea, Angelica si sforzò di pensare.
– Quando dici compenetrazione, intendi penetrazione?

Piccola anticipazione da Il cuore in ballo  

lunedì 6 novembre 2017

Amici nella steppa: Jan Brokken, Il giardino dei cosacchi

Jan Brokken con Emilia Lodigiani, fondatrice delle edizioni Iperborea
Alla base del bel romanzo di Jan Brokken che racconta in prima persona l'amicizia tra Alexander von Wrangel e Fëdor Dostoevskij, ci sono le lettere che i due si sono scambiati, in parte conservate e utilizzate dall'autore per ricostruire l'amicizia che li legò negli anni trascorsi in Siberia e oltre. Giovanissimo magistrato von Wrangel che si trova a Semipalatinsk per scelta, poco più che trentenne Dostoevskij, prima ai lavori forzati poi confinato per motivi politici e già abbastanza noto come scrittore, il loro incontro diventa presto un'amicizia, protettiva da parte del più giovane nei confronti dell'amico più sfortunato.
Il giardino dei cosacchi da cui prende il titolo il romanzo è una dacia poco fuori dalla città dove gli amici trovano rifugio durante le bollenti estati siberiane, coltivando il giardino e l'orto, ricevendo donne e ragazze, fumando pipe tranquille e parlando di sé, della vita e del mondo, proprio come ci si può immaginare due personaggi della letteratura russa, sempre impegnati in eterne discussioni sui massimi sistemi.

Ma siccome sono maschi giovani parlano molto anche d'amore e delle donne che amano. Ecco, le donne in questo libro meritano un discorso a parte. Possiamo dire che non ne escono benissimo. Si dividono grosso modo in due categorie: le prostitute e le adultere. Ora io non penso che l'appartenenza a nessuna delle due categorie abbia qualcosa di disdicevole, anzi, è indice di intraprendenza, coscienza del proprio valore e curiosità, ma qui, essendo il punto di vista esclusivamente maschile, il risultato è un po' riduttivo. Alla prima categoria appartengono le ragazze siberiane, tutte pronte a vendersi per qualche copeco e in genere (con eccezioni come la povera e bellissima Marina O) piuttosto allegre e sfrenate; mentre della seconda fanno parte le donne amate dai protagonisti. Entrambe di ottima famiglia, sposate e madri (Madame X, l'oggetto della passione di von Wrangel, ha sei figli), maggiori di età, si giostrano disinvolte tra amanti (numerosi), mariti e obblighi familiari e mondani, mentre i due amici spasimano, soffrono e le inseguono nelle steppe della Siberia e poi a Pietroburgo, dove alla fine arrivano tutti. E intanto si scambiano buoni consigli, cercando di scoraggiarsi a vicenda perché ognuno dei due è convinto che la donna dell'amico non sia adatta né degna di lui.

Poi ci sono i matrimoni, ma non voglio raccontare troppo qui. Man mano che la vita li allontana sono le lettere a tenerli uniti, e sporadici incontri. Intanto vediamo anche la genesi di alcune opere di Dostoevskij, e il suo rapporto con la scrittura. Vale assolutamente la pena di leggere il romanzo, che comincia un po' sottotono (l'autore deve darci una certa mole di informazioni per poter muovere i suoi personaggi) ma poi decolla e acchiappa e ci trascina sulle strade della steppa, nei saloti rococò della capitale, nelle dacie solitarie e nelle vie polverose delle cittadine siberiane.
Un accurato apparato di note e un paio di mappe aiutano il lettore chiarendo molti nodi, mentre la    
bella traduzione è di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo.