I libri

                                                                                    D'amore e no, Edizioni Tracce, Pescara 1996

Tre lunghi racconti. Storie molto diverse tra loro: la prima, ambientata in un tempo e in un contesto risconoscibili, le altre due invece in contesti e tempi apparentemente lontani e fantastici, ma in realtà densi di sentimenti e situazioni che sanno parlarci e comunicarci emozioni.

Dorata dei pipistrelli
La carovana, procedendo verso occidente, giunse in vista della cità al tramonto. La cittadella si stagliava scura contro il cielo infuocato, e nelle case raggruppate ai suoi piedi si accendevano i primi fuochi: il fumo azzurro ristagnava come nebbia attorno alle palme dei giardini. Il sole rimase appeso per un attimo proprio in cima alla torre più alta, fece brillare una cupola di rame, poi sparì lasciando un luccichio negli occhi dei viaggiatori.
La principessa scostò le tendine di cuoio dipinto del carro e chiamò il servitore che le cavalcava accanto.
– E' questa la Dorata?
– E' questa. 
– Voglio scendere dal carro per vederla meglio.
Mise il piede calzato di sandali rossi nella mano che si sporgeva per aiutarla e balzò a terra. Di fianco alla pista c'era un accampamento di pastori che si affaccendavano attorno ai fuochi, soffiando sulle braci, mentre i bambini rimestavano con vigore nei pentolini. Una fila di donne con degli orci sul capo tornava dalla fontana. Tutti, uomini, donne e bambini, si affollarono attorno al carro per vedere la principessa, con il suo bel vestito di velo rosso impolverato e le trecce nere lucide di sudore, che strizzava gli occhi per guardare la cittadella murata e irta di torri.     

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Il gioco della masca, Filema, Napoli 1997

Il gioco della masca, Mezz'anguria, La veglia della ragione, sono i tre racconti che compongono questo libro assolutamente sorprendente per la potenza immaginativa e la trama narrativa che spazia dalla fiaba crudele alla storia di un amore freak alla parodia del conte philosophique illuminista. Tre racconti morbosi che avvincono il lettore con la leggerezza della scrittura e l'accompagnano in un mondo sensuale, fantastico e concreto.

 Bolzaretto Superiore si trovava nella pianura più piatta, presso un'ansa del Po, e le montagne lo guardavano serenamente da lontano, loro sì infinitamente superiori alla punta del suo campanile e alla torre del castello. Però Bolzaretto aveva anche una sporgenza naturale, non dovuta ad alcun intervento dell'uomo, un foruncolo roccioso che rompeva la monotonia dei campi di meliga e dei filari di pioppi e salici: un masso erratico. Grosso, grigio e rugoso, se ne stava vicino a una stradina sterrata, proprio di fronte al pilone della madonna del rosario; da una spaccatura che lo attraversava dall'alto al basso si vedevano uscire le salamandre gialle e nere nei giorni di pioggia.
Sul masso erratico abitava una masca, anzi, la masca di Bolzaretto. Tutti gli abitanti del paese l'avevano vista una volta o l'altra, chi all'alba chi al tramonto, chi alla luce fredda della luna in una notte di settembre, chi nel tremolio canicolare di un mezzogiorno d'agosto, chi tra i lampi e i tuoni e lo scrosciare della pioggia di un temporale di marzo, chi nella nebbia azzurra di una sera d'ottobre o in quella grigia e spessa di una mattina di gennaio, chi tra il garrire delle rondini e il profumo di sambuco di una sera di maggio. A differenza della maggior parte delle masche, non appariva come una vecchia orrenda né come una capra che parlava o un cane con gli occhi di fuoco, anzi, aveva un aspetto dei più gentili e accattivanti. Era una creatura sul finire dell'infanzia, più bambina che maschio, con i capelli quasi bianchi, corti e crespi, gli occhi così chiari che sembravano fatti d'acqua, la pelle appena rosea, non del roseo sano e splendente dei bambini di campagna, ma come se si vedesse scorrere il suo sangue attraverso una pellicola trasparente che non riusciva a ripararla dall'aria e dal vento. Stava sempre sul masso; certe volte danzava sulla cima, altre sgusciava dentro e fuori dalla spaccatura come una biscia, oppure sedeva pensierosa con i piedini nudi che dondolavano assorti, o, sdraiata su una sporgenza, si reggeva il capo con la mano e guardava malinconicamente i campi e i sentieri. Qualcuno l'aveva anche sentita cantare, con una vocina sottile sottile, una canzone senza parole. Nessuno riusciva mai a ricordare se portava vestiti, e quali. 

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Est di Cipango, Filema, Napoli 1998

Tre racconti biografici in cui si intrecciano i destini di tre personaggi che per un solo fugace momento hanno incrociato le loro vite. Amedeo, nobile esule dall'Italia prerisorgimentale, imbarcato su una nave che lo porterà verso un'isola senza nome. Chiaffredo è un marinaio di quella nave; il suo viaggio si interrompe in India, nel ventre caldo e umido di una terra sconosciuta tra avventure agghiaccianti, corpi accoglienti di donne senza nome, corti di maharajah. Maria abbandona tutto per amore di Teodoro e lo segue in Grecia. Estenuata dalla passione per il suo uomo, si lascia lentamente risucchiare da una vita che non le appartiene.

5 settembre 18**, da qualche parte sull'oceano fuori dello Stretto di Gibilterra
Sono ormai più di dieci giorni che siamo in mare. Finalmente la confusione e la tensione delle ultime settimane si stanno allontanando e posso cominciare il tentativo di mettere un po' di ordine nei miei pensieri. Sono stanco e inquieto, ma sono anche contento di essermi lasciato tutto alle spalle: quando abbiamo varcato lo stretto e ho visto svanire l''ultimo lembo di costa europea, sono scoppiato a ridere pur senza essere affatto allegro. I marinai mi hanno guardato come si guarda un pazzo, con paura e un po' di compassione. Non sanno nulla di me, e quelli che mi conoscono per me sono come morti: questo mi dà una sensazione di libertà illimitata.
Proprio perché sono solo in mezzo all'oceano tra un equipaggio di sconosciuti, ho deciso di tenere un diario...


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  Ragazza brutta, ragazza bella, Filema, Napoli 1999

Divertenti, surreali, incredibili, tra una Torino fantastica e Bolzaretto Superiore, paesino inesistente più vero del vero, si dipanano le avventure di un gruppo di personaggi straordinari: Samantha che dipinge la città, Vana Gloria e Maso Sadomaso che la danzano, i Danzatori della Notte, i Custodi del Museo, Désirée la manager di se stessa, Adelina Fang "Miss Graffione", barboni, sindaci preti e molti altri. Tra Natali in cascina, feste di paese, amori, abbandoni, concorsi, giardini esotici, la realtà si trasforma a ogni pagina come in un coloratissimo caleidoscopio trascinando il lettore in un vortice di allegria e sorprese. 

C’è una luna enorme, gialla, quasi immateriale, che galleggia nel cielo blu pervinca occupandone la metà. Pare fatta di bollicine di champagne o di burro fuso o con una pasta di meliga sbriciolata. La sua luce è così affabile che sembra scaldare, non è bianca ma è dorata, non è netta ma è diffusa, non crea ombre, si posa come cipria su un folto berceau di rose rampicanti dalle foglie scure e lucide, disseminato di fiori bianchi a petali fitti. Sicuramente sono rose molto profumate. Sotto il berceau una ragazza nuda è stesa su una panchina di pietra, nella posa di una Venere cinquecentesca, un braccio piegato a sostenere il capo, l’altro abbandonato sul grembo, non si sa se per pudicizia o per toccarsi un po’. Il suo corpo è color avorio antico, la sua faccia rotonda è come un piccolo riflesso della luna nel buio. I capelli non si distinguono, ma il pube è un perfetto triangolo scuro. Ai due lati del berceau si vedono spuntare leoni, tigri, orsi, pantere, il muso girato verso la ragazza, le zanne umide che luccicano, gli occhi spalancati con un puntino giallo in un angolo che è la luna. I corpi, in ombra, si confondono con il buio del giardino; sono tutti accovacciati, con il muso appoggiato sulle zampe anteriori, tranne un lupo dritto e proteso come un cane alla punta. Il prato davanti alla panchina è cosparso di corolle bianche e arancioni; sull’erba, un nastro di raso azzurro cui è attaccata una croce di diamanti, che luccica mitemente alla luce lunare. La scena potrebbe intitolarsi “La croce smarrita”; e infatti proprio queste parole sono incise sulla targhettina d’ottone avvitata alla cornice dorata. Dietro c’è una parete coperta di damasco cremisi.

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Irene a mosaico, Avagliano, Cava de' Tirreni 2000

Un romanzo incentrato sulla figura di una donna, Irene, ricostruita come con le tessere di un colorato mosaico: incontri, episodi, sogni, luoghi, false piste e vicoli ciechi, emozioni, bugie si conpongono alla fine nel disegno unitario della sua esistenza, fitta di storie e personaggi. Irene è una donna dei nostri tempi che percorre la sua strada a occhi splancati e sensi all'erta, sperimentando quello che la vita le offre, attenta alla realtà e agli altri ma capace di abbandonarsi alle proprie ossessioni, trascinando il lettore nella danza dell'infinita varietà dei casi umani.

Si rese conto di colpo, mentre sorseggiava il caffè, che era impossibile continuare a vivere rincorrendo l’amore. Sapeva che quel momento esisteva, che prima o poi arriva per chiunque viva abbastanza a lungo, ma non aveva mai davvero creduto che sarebbe successo anche a lei.
Era una primavera precoce, calda come l’estate. Sul terrazzo illuminato dal sole mattutino api e calabroni ronzavano già attorno alla gloriosa fioritura del glicine. Il profumo cominciava a spargersi in spire e volute quasi palpabili. Irene si toccò gli avambracci. Molli. Si ravviò i capelli. Aridi. Nell’angolo degli occhiali da sole si specchiavano due ventaglietti di rughe. Alzò le mani davanti al viso, le dita aperte e distese. Mani inequivocabilmente invecchiate, a dispetto di ogni crema.
Eppure... Scrollò le spalle, si versò un’altra tazza di caffè. Un’ape ingorda si posò sul bordo, attirata dallo spolverio di zucchero. Irene l’allontanò con un gesto, ma quella tornò subito.
– Stupida bestia. Con tutti quei fiori, c’è bisogno di rubare il mio caffè?

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La lametta nel miele, Filema, Napoli 2005

Tre racconti di donne che parlano di amore, amicizia, dolore e serenità. In Bona e il partigiano la condivisione di uno spazio ristretto con un giovane partigiano ferito porta la protagonista, donna spigolosa e disincantata, a fare scoperte fuori e dentro di sé; La lametta nel miele, ambientato negli anni '50 narra la competizione di due giovani innamorati di una donna più matura, della sensualità che non conosce divieti e della vita che incalza; Freya è la storia dello strano incontro tra due donne diversissime e della loro precaria ma ostinata ricerca delle felicità nel nostro tempo ansioso e inquieto.

Ero sicuro che il garzone della panetteria fosse innamorato di lei. Bastava vederlo quando fermava la bicicletta mettendo un piede a terra, trafelato, una pioggerella di sudore sulla fronte tenuta sgombra dalla retina. Aveva occhi a mandorla in un viso magro, zigomi alti e il naso a becco. Magari sarebbe stato anche bello se avesse potuto permettere al ciuffo nero e lucido di planare ondoso sulle sopracciglia. Così, povero ragazzo, era solo un po' ridicolo, sempre bianco di farina, con quei polpacci sottosviluppati malgrado il gran pedalare che faceva su e giù per il paese. Però aveva un buon odore. Dalla cesta agganciata al manubrio venivano effluvi di pane appena sfornato, mischiati al sudore e alla fragranza della camicia di bucato. Devo ammettere che questo era un punto decisamente a suo favore. 
Guarda caso, quando lei entrava in panetteria lui era sempre lì a riempire la cesta. Invece di ripartire subito ciondolava, blamblinava, lanciava battute alla signora Ciocatto che a sua volta gli lanciava occhiate feroci.
– Tre chili di biove alla Trattoria della Corona Grossa, due alla signora Fedele, cinque di banane all'olio all'asilo, svelto che è tardi. 
Come se ci fosse bisogno di ripetere tutti i giorni il rosario delle consegne, le conosceva benissimo. Mi faceva pena la sua ansia di farsi notare, il gesto furtivo con cui si asciugava la fronte con il dorso della mano. 
Lei, niente. Tutta composta nel tailleur beige, il manico della borsetta al gomito, comprava otto biove e due pesche per le bambine. Contava i soldi e li lasciava sul banco con una smorfia all'angolo della bocca, come se le desse fastidio toccare i biglietti sporchi e cincischiati malgrado i guanti di pelle marrone. La signora Cioccatto porgeva le brioche alla marmellata alle bambine che se le cacciavano in bocca immediatamente. A me parevano più culi rosati che pesche.

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Lei coltiva fiori bianchi, CS_libri, Torino 2007

Due personaggi femminili, Bea e Gloria, si incontrano nel primo racconto che dà il titolo alla raccolta: la giovane Bea deve intervistare Gloria, matura e famosa giardiniera che nasconde il rosso della passione nel bianco dei fiori; nel secondo, Vecchia signora indegna, Gloria fa i conti con i mutamenti esterni del tempo che trascorre e la permanenza dell'identità interiore, nella cornice umida e sontuosa di Goa; in Gli stivali delle sette leghe Bea deve trovare un equilibrio tra la felicità del possesso e l'angoscia della perdita, proprio sembra di avere raggiunto un traguardo sicuro.



Era una fresca mattina di metà maggio, la prima soleggiata dopo settimane di piogge. La campagna sembrava presa da un'improvvisa euforia. Il verde rutilava e brillava e si pavoneggiava senza il minimo ritegno. Le gaggie esibivano i loro grappoli bianchi come offerte speciali, i maggiociondoli competevano con una variante in giallo, lungo i fossi fiorivano già i papaveri di un rosso spudorato, i sambuchi rimediavano alla modestia dei loro ciuffi incolori con un profumo da sbronza. Dalle colline scendeva a folate l'odore di sperma, marcio e languido, dei fiori di castagno, le rondini si sfrenavano a stridere e roteare nell'azzurro ancora pallido, esaltate dalle esalazioni umide della terra  che si offriva, grassa, nera e sensuale, all'abbraccio finalmente virile del sole.

Nei paesi c'era poco movimento. Qualche donna sbatteva stracci alla finestra, i negozianti aprivano le botteghe con calma, tirando fuori cassette di verdure ed espositori di riviste e cartoline. Nelle piazze, i banchi dei mercati erano già pronti, gli ombrelloni aperti e la merce esposta, ma non c'era ancora nessun compratore. I bambini, rapiti dagli scuolabus, erano  invisibili. Ma da tutti i giardini, nascosti da muri di mattoni od offerti allo sguardo da reti metalliche e cancellate di ferro, un profluvio insensato di rose si riversava sulle strade. Rose grandi come cavoli, rosse, dall'odore scuro e violento, rose gialle rampicanti come ladri carezzevoli, rose rosa a ciuffetti, bianche a cascata, arancioni robuste come fiamme, crema, paglierino, pallide come guance d'inverno o accese come dopo una passeggiata in montagna, invadevano la breve freschezza del mattino con sbuffi e cenni e sospiri e aliti di profumi.

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Trilogia delle donne virtuose, Progetto Alga 2010

La Santa, La sorella, La sposa: una rivisitazione ironica e paradossale di tre cliché in cui vengono spesso imprigionate le donne. Isabellina percorre l'Europa tra i pellegrini di un Medioevo pieno di sorprese e incontri, diventando una santa sui generis; Velleda, nel Seicento degli attori girovaghi, è sposa e vedova bambina, e infine soprattutto sorella; Miranda cerca marito in pieno Risorgimento, e non è affare da poco. Tre donne forse non proprio virtuose, ma certo piene di risorse e molto divertenti.

Tra le non molte glorie locali di Bolzaretto Superiore, c'era anche una santa: Santa Isabellina da Bolzaretto, appunto. La sua immagine si poteva ancora vedere nei resti di un affresco che decorava una cappella romanica, poi rimaneggiata con una bifora gotica, unico resto della costruzione originaria della chiesa barocca di San Rocco, che sorgeva proprio di fronte al castello, anch'esso più volte rimaneggiato, in cui era vissuta Isabellina. La santa era rappresentata di profilo come una fanciulla bionda, con lunghe trecce che le circondavano il capo scoperto, inginocchiata; vestiva una tunica rossa a fiori d'oro, con maniche aderenti, e un mantello azzurro scuro; nelle mani teneva qualcosa che poteva essere un messale, o una teca (in quel punto l'affresco era particolarmente scrostato) e un bordone da pellegrina: l'agiografia ci dice infatti che fu una grande viaggiatrice. L'unica parte del castello che risaliva ai tempi di Isabellina era il torrione rotondo e merlato, intorno al quale anche allora le rondini volavano al tramonto, stridendo come folli. Non era una santa molto famosa né venerata, nemmeno a Bolzaretto; pochi dei fedeli che frequentavano la chiesa parrocchiale di Santa Maria del Carmine sapevano che era rappresentata in un quadro barocco molto scuro alla destra dell'altare maggiore. Tuttavia, era una santa interessante.

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E-book

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Tutte le versioni digitali delle opere cartacee di cui sopra, e inoltre


Racconti fantastici e del margine, 2012


Gatta, Topina e Buon Anno 
Stracchi come gelati in giugno, Massimo, Gigi e Fede trascinavano gli zaini sulle spalle ingobbite. Rassegnati. La testa tutta presa da quello che sarebbe successo dopo, al momento dolce della libertà, finita la visita didattica al Museo Egizio. La quinta nella loro carriera scolastica. 
– McDonald’s a un isolato. Ce li avete i soldi, ragazzi? 
– Trentamila in saccoccia, in biglietti da mille, regali di parenti vari. Con la storia che questo è l’ultimo Natale della lira poi ci tuffiamo nell’euro, sto tirando su un sacco di moneta. Tutti mi sbolognano gli spiccioli, sono diventati generosi all’improvviso. 
– Io arrivo a cento liscio liscio. Mia mamma si è pentita di fare la cresta sulla spesa e mi ha infilato in tasca un rotolino di diecimila. Credo che abbia una crisi di onestà natalizia. 
– Meglio, io tra regali e pizze sono sceso a quota cinquemila. Conto su di voi. 
Fecero la fila ordinata per mollare zaini e piumini al guardaroba, ricevettero il biglietto dalle mani della professoressa, crearono un vortice di schiamazzi attorno all’usciere punzonatore, nella sala d’ingresso si incollarono alla teca della prima mummia, nuda biotta e rannicchiata sulla sabbia come un neonato in culla. 
Naturalmente tutti a commentare gli attributi mummificati. Delle professoresse una ridacchiava, l’altra faceva finta di non capire. Il professore di ginnastica si era già imboscato dietro a un mostruoso faraone di granito rosso a fare cip e ciop con la supplente di diritto. Massimo provò svogliatamente a baccagliare una squinzietta di seconda con i capelli zozzi e il pancino all’aria malgrado il gelo, ma lei continuava a stridere con le amiche senza manco rispondergli. Dopo poco nelle gallerie popolate da testoni e gamboni e piedoni, sfingi e massi di pietra incomprensibili c’era un casino totale. Tre classi per un totale di settanta ragazzi tra i quindici e i sedici anni, controllate da quattro professori di cui due fuori uso, erano troppo persino per la faccia di cane di Anubi. I custodi, occupatissimi a leggere il giornale, fingevano di non vedere e non sentire. 

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 Il cuore in ballo, 2014

Romanzo a passo di danza, edizione solo digitale


Dove si comincia
Sorvolando a bassa quota un angolo di questa Terra (diciamo l’angolo in alto a sinistra della carta d’Italia) si scoprono di certo molte cose interessanti. Ma io, dal mio limitato punto di vista, non riesco a vedere granché. Un paesino in pianura, piccolo e trascurabile, difficile da individuare d’inverno per la nebbia che lo ricopre, d’estate per la nuvola di mosche e zanzare che gli ronza intorno. Una ragazza con i capelli corti e i gomiti a punta, i piedi ballerini e il cervello un po’ sonnacchioso. Non molto per imbastire una storia, ma è tutto quello che ho. Intorno, il vasto mondo e un brulicare di gente. Che inevitabilmente restano fuori dalla vicenda.

Ragazza e paese distano qualche decina di chilometri. Poi il paese si anima, la ragazza si muove e lo raggiunge. Comincia così.  



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Gli anni al sole 


Il giovane Alain fa una promessa alla madre morente che lo caccerà in uno spinoso labirinto di segreti, misteri, menzogne e false piste. La necessità di provvedere alle tre sorelle minori lo porta nell'isola greca di Chios, parte dell'Impero ottomano (siamo nella seconda metà degli anni '80 dell'Ottocento), dove, tra molti altri incontri, fa la conoscenza con le tre belle e pericolose sorelle Kalojannis, che lo coinvolgeranno in eventi tragici e complicati che Alain affronta con la coscienza di non capire le donne, ma subendone il fascino e la volontà. Un po' romanzo di formazione, un po' feuilleton, una storia piena di avvenimenti che costringe il lettore a cambiare continuamente prospettiva, proprio come il protagonista. Per concludere con le sue parole: "Tutte queste donne. Maledetta Eva e la sua mela, e benedetto il loro dolce seno, le labbra morbide, i fianchi frementi, il resto che non nomino." 


– Sì, – disse la guardiana delle sedie, – certo, ricordo quella signora. La vedevo spesso, era gentile, molto generosa.

Si fermò, chiuse la bocca ermeticamente poi rimase a guardarmi senza espressione. Non ci misi molto a capire.

– Oh, a proposito, non si offenderà se le faccio un piccolo regalo. Parlare mette sete, magari le farà piacere un bicchiere alla mia salute.

Mi diede un’occhiata melanconica, ma afferrò la moneta e se la infilò sotto lo scialle.

– Eh, io non bevo proprio, sa. A casa ho un vecchio paralitico che dipende da questi quattro soldi che guadagno. C’è già nostro figlio che beve per tutti e tre.

Non avevo nessuna voglia di sentire la storia dei suoi guai. Era un gran fastidio sussurrare per non disturbare il silenzio della chiesa, e l’impazienza mi divorava. Sedetti su una delle sedie impagliate mentre lei continuava a scrutare la penombra nel caso arrivasse qualche devoto mattiniero. Mancava solo mezz’ora alla messa delle otto.


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 Presso le Edizioni DuDag


La ragazza in tailleur rosso fuoco, DuDag

La ragazza in tailleur rosso fuoco
La ragazza in tailleur rosso fuoco si fermò di colpo. Parve riflettere un attimo poi mollò uno schiaffone sulla faccia del giovanotto in completo nero e camicia bianca. Sbam, da destra a sinistra, sbam, da sinistra a destra con il dorso della mano, sbam, sbam, sbam, cinque cattive sberle, senza sforzo perché erano alti uguali. Solo quando la sua mano si mosse per la sesta volta lui si decise a afferrarle il polso. Qualche passante allarmato già li circondava. Ma l’uomo si limitò a voltare le spalle e andarsene, incurante del sangue che gli colava sulla guancia ferita dall’anello di lei. La ragazza frugò nella piccolissima tracolla di vernice, estrasse un mazzo di chiavi e marciò via sui tacchi alti senza neanche lanciarsi un’occhiata attorno. Svoltò in via Giulio lasciandosi dietro una scia di profumo e sudore eccitato. Qualcuno la vide infilarsi in una Ska argentata e sgommare verso corso Valdocco.
  
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Alcune ipotesi di vita al femminile, Dudag



      Elsa

     La prima donna si chiama Elsa. Vive in una grande casa all'ultimo piano, molto luminosa e un poco spoglia, che i genitori le hanno regalato quando si è sposata, subito dopo la laurea, con Riccardo che l'ha lasciata tre anni più tardi. Lavora in banca, e non ha problemi economici, anzi, ha persino qualche risparmio, perché è parsimoniosa e fa una vita tranquilla. Ha una figlia di quindici anni che frequenta le superiori e va abbastanza bene a scuola, ha solo dei problemi con la matematica.

    Elsa ha un cuore di lepre. Ha paura degli imprevisti, delle spese eccessive, dell'AIDS, di guidare di notte, ha paura che sua figlia si faccia toccare dai ragazzini e di dare fiducia agli estranei. E' legatissima ai genitori, che l'hanno aiutata molto nei primi anni dopo la separazione, quando Rosetta era piccola e lei aveva pochi soldi. Le vacanze le passano sempre insieme, in Romagna, nella vecchia casa dei nonni paterni.

    Elsa ha anche un amico, di cui è molto innamorata, un uomo serio e protettivo che la consiglia in tutto e l'aiuta ad affrontare gli aspetti pratici della vita. Non vivono nella stessa casa perché anche lui è separato, ha due figli che tiene sovente con sé, e la moglie non vorrebbe che stessero con Elsa, ma Rosetta gli è molto affezionata e spesso mangiano o fanno delle gite tutti e cinque insieme.

    Elsa è graziosa e sa vestirsi, si cura con costanza e pratica anche lo sci, ma senza fanatismo. Le piace la buona tavola e fa bene da mangiare, in accordo con la sua lontana origine romagnola. Un suo grosso problema è la linea: ha tendenza a ingrassare, soprattutto di cosce.

    Nel complesso non è scontenta della sua vita. Certo rimpiange la separazione, ma come fatto in sé, non per Riccardo, che ha dimenticato completamente. Lo vede quando viene a prendere Rosetta, di cui si occupa abbastanza, ma i loro rapporti sono solo formalmente amichevoli. Neanche lui si è rifatto una famiglia.

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Racconti in antologie

Leggendaria - Torino, 2003

La mia città senza grazia, Empirìa 2004

Le Figlie di Chtulhu, Dagon Press 2009

HOTell, WhiteFly Press 2014


Fata Morgana, antologia di racconti supplemento a LN-LibriNuovi, 2-1998, 3-1999, 4-2000, 5-2001, 6-2002, 7-2003, 8-2004, 9-2006, 11-2009

ALIA, antologia di racconti fantastici, 2004, 2007, 2011, 2014


Ho collaborato con le riviste LN-LibriNuovi e Sagarana 


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Gli anni al sole, Buckfast Edizioni, Torino 2016 lo trovate qui

Ecco gli Anni al sole in carta e inchiostro, grazie alla fiducia dell'editrice Elisa Labanca e delle sue Buckfast Edizioni.

Il romanzo si svolge in uno dei posti che amo di più, l'isola greca di Chios, nella seconda metà dell'Ottocento, un po' a Londra e un po' nella Francia del nord. Termine ante quem, il 1881. Racconta di Alain, della sua fatica per essere all'altezza delle aspettative delle donne, dei guai tremendi in cui lo cacciano tutte quante, sorelle amiche e amanti, di lettere rubate (sì!), di agnizioni, delitti e tradimenti, canzoni e mastìcha. Eccetera eccetera. Non sono brava a fare riassunti. Un po' è un romanzo di formazione che parla della difficoltà di crescere e districare i sentimenti, della responsabilità, della necessità di capire il prossimo e l'amore, e un po' è un feuilleton dove ne succedono di belle e di brutte seguendo tutte le convenzioni del genere. Comunque è un romanzo unitario: niente divagazioni, inserti di racconti, false piste, con molti personaggi: Alain, il protagonista, Colin l'amico pieno di misteri, le sorelle di Alain lontane ma bisognose di protezione, le sorelle Kalojannis potenti e complicate, i grandi mercanti Mr Boyle e Kalojannis, Saskia la ragazza del nord, Sula che viene da Sebenico, Gherasimos il criminale fedele alle promesse, Lazarakis il ragazzino zoppo, e poi e poi...

Tutte queste donne. Maledetta Eva e la sua mela, e benedetto il loro dolce seno, le labbra morbide, i fianchi frementi, il resto che non nomino. Tutto quello che vorrei conoscere di Saskia e ancora mi è ignoto. Sono sul ciglio, forse precipiterò, forse rimarrò per sempre in bilico, dondolando a piedi fermi davanti al baratro del rischio senza rete che uomini e donne, per una volta d’accordo, chiamano amore. 


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