Le recensioni

Il cuore in ballo 

Su Indie Shake&Co


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Il gioco della masca

Orlando Furioso su Fumetti di carta 

http://fumettidicartarchivio.blogspot.it/2014/01/il-gioco-della-masca.html

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Lei coltiva fiori bianchi 
Il giardino segreto

Franco Foschi

Nell'alveo di un giardino segreto, debordante dei suoi odori ipnotici, chiuso al mondo e comunque aperto al cielo, si possono vivere le vite più intense e solitarie, lo sprezzante rifiuto della comunicazione, ma anche le più svariate sollecitazioni della passione.
Nel nuovo romanzo di Consolata Lanza la prima delle tre sezioni che lo compongono si svolge tutta, se non fisicamente almeno emotivamente, all'interno di un giardino lussureggiante. Il movente, scrivere un articolo su quel giardino e la sua curatrice da parte di una redattrice di rivista di settore, sembra non potente. Eppure la giovane che si accinge a questo compito appare spaventata, o meglio emozionata, la anziana che deve intervistare ha una fama di solitaria (e la sua villa si chiama La Scontrosa) e musona. Niente di più falso. E da qui si dipanano la storia di un'amicizia e il racconto di una vita estremamente affascinanti. I protagonisti sono appunto la passione, l'incertezza, la vita oscillante tra bellezza e orrore, il giardino. Abbiamo letto tutti i libri di Consolata, amandoli assai, ma per questo abbiamo un trasporto speciale. Consolata ha affinato la sua scrittura in maniera spettacolare, con una precisione e una nitidezza impeccabili, ma soprattutto le invidiamo la clamorosa conoscenza e l'articolazione narrativa perfetta di un'infinità di oggetti, di piante, di minuscole epifanie quotidiane, di emozioni. Consolata ha la capacità di descrizione di uno Zingarelli, con l'appassionata eleganza del migliore dei romanzieri. La storia, come detto in precedenza, procede a sezioni, tre. La seconda e la terza sono dedicate singolarmente alle due donne, rispettivamente prima all'anziana e poi alla giovane, con un passo da racconto singolo. La realtà è che invece il romanzo si compone unitario, forse non alla luce dei semplici atti o della narrazione sequenziale, quanto piuttosto della carica emotiva. Non sono due eroine perfette e indistruttibili le nostre, anzi, si trascinano tra i loro pregi e i loro difetti in maniera del tutto umana, tra esaltazioni e rabbie, tra ottimismo e forti cadute dell'umore. Niente di più normale cioè, eppure eroine, in realtà, lo sono: di un mondo fatto di piccole cose delicate quanto di emozioni travolgenti, di minuscoli sbagli quanto di grandi desideri di vita. Come potremmo farla noi, senza invidiarla.
La terza sezione, dedicata alla giovane Beatrice, si tinge poi di un pallido giallo, con una ficcante ossessione della ragazza per una persona scomparsa. Ma attenzione, il giallo, se c'è, fa parte della vita interiore, e non certo del dipanarsi ossessivo e rigoroso di una trama poliziesca. Ma la sua puntuta stimolazione rende il romanzo ancora più accattivante, più rotondo, più completo. Pur se della vita si apprezza la magia, talvolta cupa e spesso grazieadioochiperlui rosea, del mistero, senza l'obbligatorietà delle soluzioni. Ci piace quindi concludere questo scritto, raccomandando il romanzo assolutamente, con le stesse parole dell'autrice, come omaggio alla sua scrittura e alla sua bravura, alle sue epifanie e al carico emotivo di cui è capace. Ricordando che uno dei suoi protagonisti, defilato ma mai inerte, è la città di Torino.
"Dove dormono, che cosa mangiano, che cosa pensano il bambino venditore di braccialetti portafortuna, l'ubriacone italiano al semaforo, le mille larve che la sera si agitano sugli scaloni dei Murazzi, il vecchio travestito coi suoi trenta cagnolini, le donne scomparse e gli amori svaniti, gli scarafaggi e i gabbiani pendolari che tutte le mattine planano sul Po. La coppia di cigni sotto il ponte e il pescatore in stivaloni sulle rapide. I servitori filippini e i fidanzati infedeli. E dove volano i sacchetti di plastica nelle giornate di vento? Dove vanno a finire le paure e i sogni? Dove corrono i bambini che hanno imparato a camminare?

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La luce che avvolge Irene 

Maria Vittoria Vettori, Leggendaria, aprile 2001   

Questa è una storia di una donna e delle sue case: delle case che ha abitato e delle case che ha sognato. Ed è, soprattutto, Irene a mosaico, una storia che rivela definitivamente un talento. Il talento di Consolata Lanza, insegnante torinese che ha pubblicato diversi libri, tra i quali voglio ricordare almeno Ragazza brutta, ragazza bella, una storia ad alto coefficiente di movimento e di energia comica, ambientata in quella Torino a lei tanto cara, con scenari realistici o addirittura iperrealistici toccati e stravolti da una fantasia davvero scatenata. Sindaci di paese e virago metropolitane, exbruttone redente dall’amore e bellissime “graffitare” in crisi d’ispirazione, custodi di museo fintocentenari e quadri parlanti, diurne massaie e creature della notte intrecciano i loro disomogenei destini in una trama di situazioni imprevedibili quanto esilaranti.
In Irene a mosaico i coloratissimi fuochi d’artificio della storia precedente si sono spenti, ma la luce che è rimasta è quanto di più inquietante e attraente si possa immaginare: è quella luce trasfigurata della realtà che nel ricordo assume le sfumature del sogno o di quei sogni che possiedono il colore della realtà. A guardarla dall’esterno, la bella avvocatessa che risponde al nome di Irene Rossi, è una donna di successo: ha competenza e grinta nel suo lavoro; ha, dopo diversi partners deludenti, un compagno discretamente affidabile; ha una bella casa in collina, un rustico da ristrutturare vicino al mare, piacevoli progetti per il futuro.
Ma ad entrare nella sua interiorità, come ci invita a fare l’autrice, si scopre che l’ordinato e luminoso appartamento munito di ogni comfort che sembra la sua attuale residenza cela stanzette appartate e cantine odorose di muffa e di segreti, luoghi difficilmente accessibili, protetti da usci ben chiusi che si socchiudono solo nelle fantasie e nei sogni.
La scoperta più suggestiva consiste proprio nell’accorgersi che alla geografia dei luoghi corrisponde una geografia interna, che alle case abitate realmente da Irene nella sua vita si sovrappongono, o si oppongono, le case di ricordi, dei sogni, delle immaginazioni. Quella vecchia casa di Torino, con le sue viscere vicine all’inquieto e oscuro flusso del fiume, con la sua cantina pulita e accogliente e quella stanza dalla porticina rossa che racchiude un segreto inespugnabile lascia un’emozione profonda nei lettori. Così come risultano difficilmente dimenticabili, in virtù di una scrittura straordinariamente intensa, quei pergolati di glicine che fioriscono in ogni casa amata da Irene – la casa di Rob a Lisbona, la casa di Carlito in un’isola greca, la sua casa sulle colline torinesi – e quell’inquietante fuga di stanze che si materializza all’improvviso nella rassicurante casa di campagna dell’infanzia, vero e proprio labirinto in cui Irene finirà per perdersi.
E non solo le case di viventi, nella loro infinita varietà, attraggono Irene, ma anche le dimore dei morti, come il piccolo cimitero portoghese fitto di casette “con tendine ricamate, piccoli balconi civettuoli, azulejos, comignoli e portici”, il cimitero greco sul promontorio che chiude il porto, librato nella luminosità dell’aria e dell’acqua. Forse è soltanto lì quella serenità che Irene affannosamente ricerca e di cui trova l’inaspettato sapore, in quei rari momenti di armonia con se stessa, quando sonnecchia in terrazza tra il profumo del glicine, quando, di ritorno dal lavoro, si prepara un’insalata e pregusta il piccolo grande piacere di perdersi nella lettura.
Cosicché non sembra una nota stonata l’incidente di percorso che mette fine alla vita di Irene. Per lei non ci saranno quei lenzuolini bianchi, ricamati e stirati di fresco che ricoprivano le bare nelle casette portoghesi. Appena, come epitaffio, una manciata di frasi di circostanza, venate di distrazione, da parte di qualche amica e degli uomini che l’hanno amata.

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Geraldina Colotti, Alias, suppl. settimanale a il manifesto, 17/2/01   


Sul terrazzo illuminato dal sole mattutino di una primavera precoce, Irene sorseggia il caffè, tormentata da api e calabroni. Una volta – pensa – era così anche con gli uomini: “ce n’era sempre uno nuovo che arrivava, insistente, ronzante”. Ma ora che l’angolo degli occhiali da sole riflette “due ventaglietti di rughe”, non è più tempo di conquista e attesa… E’ l’incipit di un romanzo a “mosaico”, carnale e malinconico, modulato nei colori del ricordo e del rimpianto, dell’attimo di felicità agognata, inseguita e perduta. Il romanzo di una vita – quella di Irene: avvocata, single, tenace e smarrita – declinato per immagini intense e fugaci, che si riavvolgono come una pellicola in un ultimo guizzo verso la fine.

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Irene, un mosaico di sentimenti veri

 Angelo Caroli, Il giornale, 13/2/2001 

Una donna, Irene, e un caleidoscopio attorno, moltitudine di tessere colorate, soprattutto quelle senza anima. Immagini del passato e del presente si scompongono e ricompongono in un gioco mai placato. Talvolta sono quiete, tal altra incubo molesto. Così Consolata Lanza costruisce il “mosaico”, dove la ricerca dell’amore è vitale e non ingordigia scomposta, piuttosto un’aspirazione che è forse figlia di irrequietezza spirituale. Irene sembra vivere il presente scagliando verso il domani solo illusorie e rare proiezioni, il suo è quasi un futuro senza progetti. Piuttosto si appella a ciò che è stato, lo perlustra con ritorni a persone e luoghi a lei cari, Torino, Avigliana, Oropa, e alle sortite in Portogallo e in Grecia, siti contrassegnati da presenze maschili che però sfumano, quasi impalpabili perfino in un letto. I posti dove freme l’insoddisfatta ricerca della protagonista, sono invece fotografati da Consolata Lanza con una percezione speciale e una rovente capacità descrittiva. Infatti atmosfere e paesaggi, bauli e soffitte, cantine e salotti, viali e cunicoli sono raffigurati con misura quasi maniacale. E diventano tatuaggi nella sua memoria assetata. 

Il mare, come i sogni e le metafore, ha una collocazione privilegiata. Si ha la sensazione che ogni rivolo dell’esistenza di Irene, in cui si confondono fotogrammi di ieri e di oggi, debba per forza defluire fino ad abbeverarsi al sapore salmastro di un litorale. Ci appare talvolta un percorso fuori dal tempo, invece Irene non si disincaglia mai dalla realtà e chiede a ciò che la circonda di farsi riconoscere e conoscere. E vi si modella, pur con ossessioni costanti e malinconiche.

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Cristina Lanfranco, L’indice dei libri del mese, aprile 2001


 L’Irene raccontata da Consolata Lanza è una donna non più giovanissima, avvocato che molto ha dato al lavoro e alla carriera, sola senza dolore, affezionata abitante d’una casa che le assomiglia negli arredi scelti con gusto e nella ricerca delle piccole comodità. Parrebbe un quieto ritratto di una single come tante che abitano nelle nostre città, ma l’autrice ha scelto una via meno usuale per disegnare la sua Irene. Infatti ce ne propone il profilo attraverso un fitto affastellarsi di ricordi d’infanzia, visioni, sogni, tralasciando qualsiasi tentativo di costruire una vicenda. Sfilano alcuni antichi amori, amiche perfide o tenere, vecchie parenti che conobbero Irene bambina divertendosi a spaventarla con storie di fantasmi e presenze misteriose, fidanzati più o meno di passaggio. Irene si muove in questo composito insieme con curiosità, incontra uomini che poi si allontanano, passeggia per le vie di una domestica e riconoscibilissima Torino, e si lascia andare a ossessioni che confondono continuamente il piano della realtà e quello della fantasia: uccide (o forse no…) un amico a pistolettate dopo averlo invitato a cena, si smarrisce in una casa abbandonata le cui stanze si moltiplicano e mutano aspetto, fugge da un appartamento che evidentemente non gradisce la sua presenza di inquilina e la respinge facendo crescere lussureggianti piante che ingoiano e ricoprono ogni cosa. (…)  

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Anna Andreoni, LN - LibriNuovi, inverno 2000 

Ragazza brutta, ragazza bella

(…) Ma chi l’ha detto che Torino è grigia e immobile? Chi l’ha detto che è quieta e che dorme? La Torino del romanzo è una città immaginata e magica – ma vera – abitata da individui bizzarri, dove è possibile vivere strane avventure, quasi tutte a lieto fine.
Il Libro non ci racconta una storia ma più storie o meglio tanti personaggi straordinari che respirano, parlano, ballano, mangiano, sudano, gemono, cantano, fanno l’amore. Sono loro che costruiscono il gioco: bisogna lasciarli fare, e seguirli; allora ci conducono in un mondo dove la vita si allarga e si colora di una dimensione fantastica, che pulsa calda come il sangue che scorre dentro al corpo, con la stessa forza vitale e la stessa incredibile poesia.
Samantha, fra tutti quanti, è quella che più mi ha preso il cuore: una pittrice di muri, gira di notte per le strade e disegna superbi affreschi su facciate di case e palazzi, e arcate di ponti, in vicoli e piazze. Con l’intuito magico degli artisti, inventa con le sue bombolette spray il futuro che arriva, le feste che ci saranno, le facce della gente, i pensieri, i sospiri, le battaglie quotidiane: Temporale estivo nel parcheggio dell’Ikea, Retata ai Murazzi in una domenica di giugno, Overdose sotto i portici di via Po, Passeggio in via Roma una domenica di saldi, solo per ricordare alcuni titoli (mi piacciono così tanto che vorrei poterli citare tutti). Sono opere splendide e preziose anche perché durano poco: i solerti addetti alla pulizia municipale puntualmente cancellano con il grigio i suoi murales.
E gli altri personaggi: una carrellata variopinta e surreale di donne e uomini che hanno e comunicano una gran voglia di vivere: Vana Gloria con I Danzatori della Notte, un gruppo strampalato  e coraggioso che balla la città (Alba alla Falchera Nuova uno dei loro pezzi migliori); Désirée, la bellissima prostituta nigeriana; I Custodi del Museo; Maso Sadomaso; Rossella e Denis, i proprietari della discoteca Ananconda Anoressica, con i loro quattro gemelli. Poi c’è Bolzaretto Superiore, il mitico paesino di campagna inventato e così vero che più vero non si può, dove i personaggi torinesi del romanzo, si trovano – per piacere o per forza – a trascorrere una vacanza in estate, nella cascina dello zio Rolando, contadino che gioca in borsa; lì si possono conoscere il parroco, il sindaco, Evaristo e il suo bar e diversi altri abitanti: Tutti simpatici.
Perché è questo che mi è successo: alla fine del romanzo mi sono sentita come se ciascuno di loro fosse diventato amico mio e con allegra ironia, mi avesse sussurrato: “dai, prova anche tu, vivi più leggera, ridi, scopa, mangia e balla… farlo è più semplice di quanto pensi”. E’ un romanzo molto divertente.
Il secondo libro, Irene a mosaico, è tutta un’altra storia.
Emozioni e immagini della vita di una donna raccontate come se fossero pezzetti colorati di un mosaico da comporre. Alla fine Irene esce fuori perfettamente, una persona in carne e ossa che si muove e cammina, ma vista da dentro; sono le sue sensazioni e i suoi pensieri alla costante ricerca della felicità che costruiscono il filo del romanzo.
Non so se riesco a spiegarmi bene: è come dire che attraverso il racconto di un viaggio – le città incontrate, le persone conosciute, gli errori di percorso, i ritorni e le partenze, gli amori – poco alla volta si arriva a conoscere bene la viaggiatrice.
La scritture dell’autrice è morbida e intensa, leggere la storia proprio per questo diventa un vero piacere. Il linguaggio racchiude la potenza magica dei sogni e insieme la nostalgie terribile e dolcissima dei ricordi e gli aghi dolorosi della solitudine; e ancora, evoca il calore della terra che respira in primavera, l’odore dell’aria gelata dell’inverno, il piacere del sole sulla pelle. Mette voglia di mangiare, di viaggiare, di fare l’amore, di dormire, di godere la vita senza perderne una goccia. E quello che pare incredibile è che non c’è alcun passaggio consolatorio, nessun lieto finale, niente che ci risolva i dubbi: “solo” la vita di Irene e la sua caparbia e incontenibile voglia di stare bene. Forse è proprio questo che fa funzionare così bene il romanzo.

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Geraldina Colotti, Alias, suppl. settimanale a il manifesto, 27/5/2000

Si chiama Désirée la bellissima prostituta nigeriana al centro di questo romanzo surreal-picaresco che si sposta, con la sua giostra di personaggi “a margine”, tra una Torino underground e un fantastico paesino di campagna brulicante e dionisiaco. Due bande di danzatori, al seguito della nerboruta Maso Sadomaso e dell’eterea Vana Gloria, si contendono la scena in cui prosperano gli amori dei Custodi del Museo, dei proprietari della discoteca Anaconda Anoressica e quelli di una famiglia di cinesi capeggiata da una bimbetta terribile. Su tutto, le pennellate della bionda Samantha, artista di strada capace di “creare” gli eventi. E quella di una scrittura fresca a scudisciante, un po’ à la Pennac che, ballando tra pannocchie e “graffioni”, graffiti e sculture, nomi buffi e aggettivi, riesce quasi sempre a tenere la pista.

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Federica Riccio, Leggere Donna, gennaio-febbraio 2002


La traccia

Divertenti, surreali, incredibili, tra una Torino felicemente multietnica e un paesino inesistente più vero del vero, si dipanano le avventure di un gruppo di personaggi straordinari. Così la realtà si trasforma a ogni pagina, disegnando un mondo immaginario, ma non troppo.

Perché aprirlo

Per il piacere di sognare e vedere così i palmizi a Torino.

Perché lasciarlo chiuso

Il romanzo è divertimento al vetriolo, vietato a chi abbia paura ad uscire la sera, a chi creda che gli extra-comunitari farebbero meglio a restare tutti a casa propria ecc. ecc..

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Claudia Manselli, Inedito, dicembre 2000

Ragazza brutta, ragazza bella è un romanzo a puntate in cui si intrecciano le vite, i trionfi, le gelosie, gli amori di personaggi incredibili. Un divertentissimo e allegro caleidoscopio di luoghi, situazioni, e creature quasi fiabesche che si muovono in una Torino multietnica e un po’ underground.
In una realtà metropolitana, dipinta dei colori più vivaci e luminosi, circondata da un immenso giardino cosparso di corolle bianche e arancioni, cespugli di ribes e lamponi, sfila uno stravagante carrozzone, ricco di personaggi surreali e fantasiosi, che vivono la città attraverso la danza e la pittura.
Rossella è la ragazza brutta che viene inghiottita da questa straordinaria, nuova, realtà, fatta di mondi esotici e quadri che prendono vita e che la trasformano nella ragazza bella.
Samantha con l’h, è pittrice metropolitana, che dipinge sui muri della città opere destinate ad una vita effimera. Sul suo cammino incontrerà Vasino il barbone filosofo che magicamente le comparirà dinanzi in un lucido smoking bianco: “Dove siamo?” “Non posso dirtelo esattamente. C’è un po’ di Budapest, un po’ di un paesino abruzzese che ho visitato nel 1939, qualche aspetto di Buenos Aires dove ho vissuto quindici anni, uno spruzzo di Portofino, un sospetto di Copenaghen, due grammi di Cartagena, lapilli di Pompei, aria di Vienna, ceneri di New York, soffi di Adelaide…”
Poi c’è Isidoro, suo marito, Primo Custode del Museo che dichiara di avere centouno anni, ma in realtà ne ha solo trentanove.
Un’atmosfera felliniana accompagna le acrobazie dei danzatori della notte., ballerini metropolitano guidati dalla conturbante Vana Gloria, che ha i capelli viola cotonati a punte.
I ritmi di questa Torino alternativa sono scanditi dalle musiche del DJ Rosolino, marito di Vana Gloria. I due partono alla volta di Bolzaretto ospiti di Rolando, il contadino che gioca in borsa e della sua splendida fidanzata Désirée, la prostituta nigeriana, per mettere in scena uno spettacolo di danza.
Poi è la volta di Salvo e Loredana, i proprietari della super discoteca Anaconda Anoressica, addobbata con serpenti fluorescenti, un bancone a forma di isoletta sabbiosa e un pavimento ad onde azzurre.
Il sindaco è un ometto mingherlino, facile alla commozione, che piange ogni qual volta celebri un matrimonio. La donna della sua vita? E’ la bizzarra Maso Sadomaso, muscolosa e col cranio lucido come quello di un neonato, che abita in un mulino e mangia croissant farciti con marmellata di castagne, prosciutto e cipolline sottaceto.
Questo è il magico mondo creato dalla penna di Consolata Lanza. Una scrittura che fa sognare e immaginare la vita come un vortice di sensazioni, emozioni, stranezze e comicità. La bacchetta magica della scrittrice trascina in una realtà fantastica, dove scorrono un’infinità di colori, un mondo incredibile che si assapora con tutti i sensi. Una scrittura ricca, vibrante, emozionante come “una luna enorme, gialla, quasi immateriale che galleggia in un cielo blu pervinca”.
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Anna Andreoni, LN – LibriNuovi, autunno 1998

Est di Cipango

Il viaggio, una terra lontana da raggiungere, i sogni che decidono la partenza, l’ansia gioiosa e dolorosa insieme che accompagna il cammino, la meta che comunque non si raggiunge perché la sostanza della scelta è il viaggiare. La delusione a cui non ci si può sottrarre. 

Il bellissimo libro di Consolata Lanza ci racconta questo e lo fa con la sorprendente ricchezza di immagini calde e vere di cui mi ero già innamorata ne Il gioco della masca. Il romanzo è costruito su tre storie: quella di Amedeo, il nobile – deluso e ferito nelle idee e nell’amore – che parte alla ricerca di un’isola lontanissima e misteriosa, dai colori fantastici e dai profumi inebrianti, di cui non conosce il nome ma che sogna da quando, fanciullo, l’ha incontrata nei libri del vecchio pare; quella di Chiaffredo, il figlio di contadini che abbandona il seminario a cui è stato destinato per sfuggire alla fame e si imbarca su una nave verso terre sconosciute approdando in India, dove, attraverso incredibili avventure, costruisce per sé un destino straordinario e terribile, molto diverso dalla faticosa ma quieta esistenza che avrebbe vissuto a Bolzaretto Superiore; e infine la storia di Maria, la giovane donna di cui si innamora l’uomo sbagliato e che a sua volta si innamora dell’uomo sbagliato e che insegue invano la sua idea d’amore oltre il mare, in un angolo bianco e assolato di Grecia.

Amedeo è il signorotto di Bolzaretto Superiore – “un paesino del Piemonte perso nella pianura accanto al Po” – e l’innamorata da cui fugge perché non ricambiato, è la bella Maria che sposa Teodoro, un ragazzo greco dalla pelle scura e profumata che non sa come comprendere e soprattutto accettare la sua sfolgorante passione; Chiaffredo salpa con la nave di Amedeo attraverso l’oceano ed è l’unico dei tre “viaggiatori” che ad un certo punto del suo cammino – salvato dall’intervento di San Giuliano – inverte la rotta e prosegue il suo viaggio tornando a Bolzaretto Superiore per dedicare al santo protettore un ex voto nella sua chiesa.
La scrittura della Lanza è magica e intensa. Crudele quanto è necessario non è però mai “fredda”; c’è il distacco necessario alla narrazione ma tutto il calore pulsante della vita, il respiro leggero e salato del mare, la consistenza umida e dolce della terra. Qual è il segreto per raggiungere un equilibrio così efficace? C’è un ritmo “fisico” nel romanzo che trascina come una musica che ci spinge a ballare e alla quale non è facile resistere. La tristezza nelle storie non porta alla conclusione che è inutile viaggiare, semmai, paradossalmente, a quella contraria: non possiamo fare a meno di metterci in viaggio. Ogni altro tipo di considerazione – se sia giusto o sbagliato partire – è fuori luogo e non c’entra affatto con il romanzo. Insomma, che aspettate a leggerlo?
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Maria Abbrescia, Informagiovani, marzo-aprile 1999  

Dopo il gioco della masca, bellissimo, Consolata Lanza, scrittrice torinese da non lasciarsi sfuggire, ha dato alle stampe della Filema Edizioni di Napoli Est di Cipango, un trittico di racconti che morbidamente veleggia verso una terra lontana e sconosciuta, che viaggia. I protagonisti dei tre racconti sono compaesani, la stazione di partenza è la stessa: Bolzaretto Superiore, un paese del Piemonte che in Piemonte non si trova. Il Paese da cui si parte. Comunque. Amedeo, il signorotto, lì a Bolzaretto lascia titolo, ideali e amor non corrisposto. Parte alla volta dell’isola senza nome, che da bambino ha incontrato in un libro, cercandovi rifugio e consolazione. La sua storia comincia precisamente il 5 settembre 18**, da qualche parte sull’oceano fuori dallo stretto di Gibilterra, comincia con la prima parola scritta nero su bianco sul diario del suo viaggio. Un viaggio verso lo spettacolo del mare ignoto, verso l’orizzonte libero, verso il sogno. Un viaggio che termina nel momento in cui la scrittura smette di resistere e l’inchiostro stinge. 
Il protagonista del secondo racconto è Chiaffredo Baricocola, figlio di contadini, che anziché prendere la strada per il seminario imbocca quella per il mare. Incontra l’India, l’avventura, e un destino imprevisto che lo riporta a Bolzaretto Superiore.
Est di Cipango si chiude con la storia di Maria. Una donna in cerca della libertà di esprimere se stessa e le passioni che la animano. Anche la strada di Maria è fatta di mare, di onde fragorose, che la trasportano in Grecia, in viaggio verso l’amore per un uomo che non l’accoglie, che parla una lingua diversa, che non possiede le parole che aiutano a volare.
La trama dei tre racconti che compongono il libro è tessuta lievemente, le tre storie sono unite da una sottile catenella che Consolata Lanza ha ricamato con il filo delle parole, con la sua scrittura intensa e sensuale.
Leggetela, è irresistibile.
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Rosy Ciardullo, Noi donne, settembre 1998

Afferrati dalla vita

Est di Cipango di Consolata Lanza, finalista al Premio Assisi 1996, è composto di tre racconti. Leggendo si rimane, per tutto il tempo, di fronte ad una complessa filigrana di significati e elementi. C’è da chiedersi se è l’immaginario carico di sogni che non permette di afferrare la vita o è la vita che non concede le opportunità desiderate. Se è la fuga a tenere a bada le conseguenze di desideri e pulsioni irrinunciabili, o il dolore di non poter rinunciare che spinge lontano da se stessi. La memoria e l’oblio diventano gli inseparabili compagni di vita di questi viandanti della storia. L’autrice è una donna, nei due primi racconti i personaggi narranti sono uomini. Il primo filtra un’esperienza maschile fatta di un sogno d’amore infranto, di aneliti di giustizia e di ansia di cambiamenti, di attese, struggimenti, insoddisfazioni e piaceri incontestati, figli avuti per caso da ragazze offerte dal governatore dell’isola senza nome dove è approdato. Nel secondo racconto, Chiaffredo, col cuore spezzato da un amore impossibile, dato il più alto rango di lei, peraltro, già sposa promessa, vive alla corte del maharajah. Allettato dai rituali di corte e dalla gran quantità di ragazze messe a sua disposizione. I nomi delle ragazze rimangono sconosciuti così come sconosciuto rimane il nome dell’isola su cui è approdato. Nella terza storia, Maria riesce a sposare l’uomo che ama. Un intenso desiderio d’amore tutto da esplorare, immaginato ma mai vissuto, è “tutto quello che aveva sognato” fino ad allora. Ma la sensualità prorompente di Maria non piace al marito. Dei quattro figli avuti in cinque anni, solo Elisabetta sopravvive. Glia altri, “frutti infelici di un amore frustrato”, si spengono dopo poco. A Maria, che ha abbandonato tutto per amore, rimane solo l’amarezza e la certezza di un solco che, ogni giorno, diventa sempre più incolmabile.

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Serena Tinari, Noi Donne, luglio-agosto 1997 

Il gioco della masca

All’ombra e alla luce del sole 

Le parole corrono veloci nelle dita sapienti di Consolata Lanza, torinese al suo secondo libro. Ne Il gioco della masca tre storie e tre donne, anzi sei. Il primo racconto, che dà il titolo al libro, rispolvera i ritmi e i colori della fiaba popolare per raccontare la storia della masca, donna bambina parente degli elfi e dei folletti, che in pieno fascismo irrompe con la sua vicenda di dolore e morte nella vita di una ragazza di paese. Non vi sveliamo quale sia il gioco della masca, espediente e invenzione troppo bella per essere anticipata. La seconda storia ci porta invece in un mondo da Mille e una notte, dove una ragazza incantevole sposa per povertà un uomo mostruoso: si parla di amore con la maiuscola e anche qui di un gioco, quello della sorte. Nel terzo racconto, quasi un romanzo breve, Lanza emula felicemente tutte le Louise. M. Alcott dei nostri cuori per raccontare l’educazione di tre sorelle, che un padre davvero illuminato vorrebbe “donne nuove”, libere e padrone del loro corpo. Sono tutte potenti le donne che vivono nelle pagine di Consolata Lanza, differenti e complesse: dirigono e decidono le loro vite, nell’ombra o alla luce del sole, e inevitabilmente si fanno un po’ male. I loro uomini, padri mariti o fratelli, vivono della loro luce riflessa eppure consapevoli e senzienti, perfettamente in linea con il ruolo che questa fine secolo ha assegnato loro. Un libro che si legge di volata, grazie alla mano leggera che rielabora luoghi comuni e icone delle lettere e della fantasia. Attenta alla musica nelle parole, Consolata Lanza ci regala descrizioni da sogno che coinvolgono tutti i sensi, e una visione crudele del mondo e della natura, appena stemperata da un’ironia tagliente soprattutto nei finali, mai scontati.

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Gibal, LN – LibriNuovi, primavera 1998   

Tre racconti lunghi accomunati da una ponderata, misurata cattiveria. Non malignità, attenzione, proprio cattiveria, quel nobile e vituperato sentimento che vi fa diffidare di emozioni, sentimenti, pensieri, troppo esibiti e gridati. Nel primo dei tre racconti, Il gioco della masca, che dà il titolo alla raccolta, una masca, ovvero un fantasma dispettoso, “…una creatura sul finire dell’infanzia (…) gli occhi così chiari che sembravano fatti d’acqua” avvicina una ragazza, le si confida raccontandole la crudele storia della propria morte, la affascina, la spaventa, le spalanca davanti abissi di orrore che l’altra, semplice contadina, mai avrebbe immaginato. La masca calca i toni, descrive crudeltà, perversioni sessuali, magie nere, odi inestinguibili, indugia su particolari repellenti e sanguinosi, forse per il desiderio di giocare uno scherzo bizzarro alla propria vittima ò forse perché, sola da un’infinità di tempo, anche lei desidera compagnia. L’autrice non scioglie l’ambiguità e con attenzione riesce a cogliere e narrare due passaggi cruciale della vita, quello dall’infanzia all’adolescenza, incarnato dalla masca, e quello dalla giovinezza all’età adulta, nel personaggio di Ghitona, la contadina.
Il secondo racconto, Mezza Anguria, è basato su un tema che può ricordare La Bella e la Bestia, anche se la favola è qui distorta e rovesciata in una vicenda sordida e paradossale. Il deforme Mezza Anguria vive letteralmente grazie all’orrore che suscita, la fanciulla che lui desidera accetterà di unirsi a lui esclusivamente per denaro e, com’è ovvio, non esiste happy ending. Ma l’autrice riesce a evitare sia i patetismi che le tonalità troppo cupe e il suo Mezza Anguria, mostro di provincia, ha tutta la sorprendente complessità di un personaggio che osservi la vita da una posizione estrema.
Discorso non dissimile per il terzo, beffardo, racconto, La veglia della ragione (un evidente sberleffo al Sonno della ragione), apparentemente teso a mostrare il danno che possono fare le buone intenzioni di genitori coscienziosi su fanciulli ignari, in realtà una parabola sull’imprevedibilità delle pulsioni umane.
Consolata Lanza riesce nella faticosa impresa di narrare con modi freddi e cerebrali passioni roventi ed emozioni eccessive: il risultato è una scrittura tersa, rarefatta, esatta, come avrebbe detto Calvino.

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Ida Piampiani, La scrittura, primavera 1997

D’amore e no

Tre racconti ospitano personaggi e storie molto diversi. Bona e il partigiano è ambientato nel periodo della seconda guerra mondiale. Le montagne selvagge costituiscono lo sfondo che immortala due anime sole e coraggiose che affrontano un’esistenza faticata e sudata in ogni istante ed i cui frutti sono l’effigie dell’impegno. Dorata dei pipistrelli si svolge in un clima fantastico e atemporale. Le eroine sono Alalia (la principessa) e Asa (la serva polacca), che instaurano un rapporto di amicizia e di complicità, uniche armi contro le avversità e le ingiustizie. Gli avvenimenti si susseguono avvolti da un manto nero di pipistrelli, manifestazioni di oscuri presagi. Fiaba d’amor crudele è l’apoteosi di un amore esclusivista, voluto ardentemente, violentemente e poi, ucciso per l’incapacità a sostenere tanta forza, voluttà e passione. Huli e Lila, principe e pastorella, nemesi esistenziali in una realtà contraffatta da un folle sogno.
Il libro racchiude tre rappresentazioni sentimentali: l’affettività concessa in premure inaspettate; la ribellione al peso schiacciante di figure vacue ed infide che anelano a piaceri materiali dalla palese inconsistenza ontologica; amore di agghiacciante disperazione in un epico abbraccio con la morte nell’esilio della rinuncia. Il linguaggio narrativo è scorrevole con articolate proprietà lessicali e ricercatezza descrittiva. Un’opera allegorica dalle immagini originali.
 

Prima: scrivere per fuggire alle mura reali e simboliche. Oggi: perse nel flusso di una vita in bilico
Da angeli del focolare a nomadi precarie
Maria Vittoria Vittori
Liberazione 10 luglio 2005
Se c'è una letteratura che ha praticato il culto del focolare, questa è la nostra.
Una letteratura decisamente stanziale, da sempre devota, negli esiti di più alta retorica, al "tetto natio" e, in quelli più modesti, al tepore domestico. E pazienza se in alcuni casi il tepore domestico era dato unicamente dal numero eccessivo dei familiari: il focolare era intoccabile. A maggior ragione se dispensava costrizioni e violenze.
Le prime ad accorgersene sono state proprio loro, i cosiddetti "angeli del focolare" e proprio perché, facendo perennemente la guardia, rappresentavano le candidate ideali al ruolo di militi, e caduti ignoti. "Monache di casa" si chiamavano quelle che oggi si autodefiniscono singles e se la zitella comunemente detta aveva lo sfogo, riconosciuto, di un attacco isterico, la monaca di casa era inchiodata a una croce di silenzio e di devota sopportazione. Una monaca di casa per eccellenza è Teresa, la protagonista dell'omonimo romanzo di Neera (pseudonimo di Anna Zuccari), votata, vita natural durante, a far da madre alle sorelle più piccole e a prendersi cura del padre. Senonché Teresa sceglie per sé il ruolo, più ingrato, ma più libero, della cosiddetta isterica: può farsi venire le palpitazioni, può ribellarsi, può urlare, perfino. Finché, alle soglie dei trent'anni - l'inizio della morte civile per le ragazze di fine ‘800 - non decide di fuggire dalla casa paterna.
Alla siciliana casa paterna ritorna, invece, abbandonando il marito a Roma, Vanna, la protagonista del racconto di Maria Messina Casa paterna. Un ritorno che ha l'inevitabile sapore della sconfitta: ma quante possibilità erano praticabili all'inizio del Novecento, per una donna che decideva di abbandonare il marito? Pochissime avevano la tempra di una come Sibilla Aleramo, che ci ha raccontato di quand'era umiliata e offesa nel romanzo autobiografico Una donna (1906).
Intanto ci s'inoltra nel Novecento e s'accresce il numero di donne che acquista familiarità con la letteratura, e dunque con la consapevolezza di sé; la casa, con tutto ciò che comporta di minuta e noiosa organizzazione domestica, causa grande fastidio a chi ha cercato la sua autonomia lontano dalla casa paterna. E' questa la storia di Paola Masino, brillante ragazza di buona famiglia che se ne va a Parigi per viversi in pace la storia con Massimo Bontempelli, divorziato e di tanti anni più vecchio di lei. Cosa ci poteva essere di più scandaloso, al tempo? Senonché si ritrova, alle soglie dei quarant'anni, beneducata padrona di casa che, in un antico palazzo veneziano, serve tè e pasticcini agli amici illustri del suo illustre compagno. Ma lei si vendica a suo modo: prima in un feroce giuramento privato. «Sarò il Lucifero delle massaie, sarò il popolo ebreo nel mondo delle casalinghe, sarò il Caino ingiustamente maledetto», poi attraverso Nascita e morte della massaia (1945), romanzo assolutamente d'avanguardia, in piena epoca neorealista, per la spregiudicatezza con cui affronta questioni morali e sociali e per l'irridente linguaggio.
E' a partire dagli anni Sessanta, periodo d'incubazione del grande cambiamento, che la casa acquista, nelle rappresentazioni narrative, potenzialità inedite. Nel racconto Masa di Anna Maria Ortese la casa si distacca nettamente dall'ambito privato per diventare metafora di un territorio ideologico che si credeva sicuro e protettivo, e invece non lo è. Abitano in quella modesta casa di ringhiera Masa e suo fratello Alberto, lei casalinga, lui operaio, figli di un operaio morto sul lavoro, e solo nel momento di lasciare quel focolare caldo e sicuro, in cui tante volte era venuto a trovarli il loro amico Piermattei tanto più ricco, intelligente e brillante di loro, stordendoli con i suoi discorsi di paternalistico egualitarismo, s'accorgono che «quelle grandi parole di pietà, di coraggio e d'amore nascondevano la debolezza e la cupidigia di chi le pronunciava, l'abitudine alla menzogna, al compromesso, alla rapina». Così, nel suo modo appartato e profondo, Anna Maria Ortese faceva sentire la voce di chi non si sentiva protetto, nella sua fragile preziosa umanità, da alcun focolare ideologico.
Ed è caratteristica riscontrabile in molte scrittrici, questa diffidenza sottile e radicata nei confronti di ideologie che aspirano a uno statuto di globalità. Allenate da una lunga e spesso non voluta militanza nel focolare domestico, più di ogni altro soggetto le donne hanno imparato a diffidare di ogni tipo di focolare. Non a caso, infatti, è nella cifra del trasloco, della ristrutturazione e della precarietà - a volte voluta, a volte subita - che si collocano le più significative storie contemporanee che parlano di casa. A partire da Terremoto con madre e figlia di Fabrizia Ramondino, un serrato dialogo fra una madre vecchia di illusioni fallite e una figlia fresca di ribellioni ambientato nella casa ristrutturata in cui si sono trasferite, dopo il terremoto dell'80. In quella casa lucida di marmi le due donne vivono da alienate: la madre non può riconoscervi il suo passato di militante sessantottina e femminista, la figlia non vuole riconoscervi un suo possibile futuro. Restiamo a Napoli, con l'altro bel racconto di Valeria Parrella, Per grazia ricevuta, collocato in una casa fatiscente che la protagonista sta, con molta fatica, ristrutturando. Appare evidente che la ristrutturazione non è soltanto dell'ambiente esterno, ma di tutta la sua personalità: i "veri lavori in corso" sono quelli all'interno di se stessa.
Oggi, non può mancare il riferimento preciso, in una Roma sempre più affollata e sempre meno leggibile, ad una precarietà sociale talmente diffusa e profonda da diventare autentico dato esistenziale, capace ogni volta di rimescolare le carte, di scombinare i progetti. E' quanto accade a Giovanna, protagonista del racconto di Consolata Lanza, che a intervalli periodici e contro la sua volontà si ritrova a cambiare lavoro, a cambiare casa, a cambiare le sue coordinate. Sarebbe stato sicuramente impossibile per Teresa e le sue compagne, in fuga dal focolare domestico, immaginare che in poco più di cent'anni il focolare sarebbe andato pressoché distrutto, e non solo in conseguenza delle loro ribellioni. Al suo posto, un focherello da bivacco, da nomade.

Neera, "Teresa", Einaudi, 1976
Sibilla Aleramo, "Una donna", Feltrinelli, 1978
Maria Messina, "Casa paterna", Sellerio, 1981
Paola Masino, "Nascita e morte della massaia", La Tartaruga, 1982
Anna Maria Ortese, "Masa", in "La luna sul muro", Vallecchi, 1968
Fabrizia Ramondino, "Terremoto con madre e figlia", Il melangolo, 1994
Valeria Parrella, "Per grazia ricevuta", Minimum fax, 2005
Consolata Lanza, "La lametta nel miele", Filema, 2005

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